Omero
(Homerus)
Odissea

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QUESTO E-BOOK:

TITOLO: Odissea
AUTORE: Homerus (Omero)
TRADUTTORE: Pindemonte, Ippolito
CURATORE:
NOTE:

DIRITTI D'AUTORE: no

LICENZA: questo testo  distribuito con la licenza
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TRATTO DA: "Odissea", di Omero
 Rizzoli editore, collana B.U.R., 1961

CODICE ISBN: informazione non disponibile

1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 19 giugno 1997

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ODISSEA
di Omero
Trad. di Ippolito Pindemonte


LIBRO PRIMO


  Musa, quell'uom di multiforme ingegno
Dimmi, che molto err, poich'ebbe a terra
Gittate d'Iln le sacre torri;
Che citt vide molte, e delle genti
L'indol conobbe; che sovr'esso il mare
Molti dentro del cor sofferse affanni,
Mentre a guardar la cara vita intende,
E i suoi compagni a ricondur: ma indarno
Ricondur desava i suoi compagni,
Ch delle colpe lor tutti periro.
Stolti! che osaro volare i sacri
Al Sole Iperon candidi buoi
Con empio dente, ed irritro il nume,
Che del ritorno il d lor non addusse.
Deh! parte almen di s ammirande cose
Narra anco a noi, di Giove figlia e diva.
  Gi tutti i Greci, che la nera Parca
Rapiti non avea, ne' loro alberghi
Fuor dell'arme sedeano e fuor dell'onde;
Sol dal suo regno e dalla casta donna
Rimanea lungi Ulisse: il ritenea
Nel cavo sen di solitarie grotte
La bella venerabile Calipso,
Che unirsi a lui di maritali nodi
Bramava pur, ninfa quantunque e diva.
E poich giunse al fin, volvendo gli anni,
La destinata dagli di stagione
Del suo ritorno, in Itaca, novelle
Tra i fidi amici ancor pene durava.
Tutti piet ne risentan gli eterni,
Salvo Nettuno, in cui l'antico sdegno
Prima non si stanc, che alla sua terra
Venuto fosse il pellegrino illustre.
Ma del mondo ai confini e alla remota
Gente degli Etpi (in duo divisa,
Ver cui quinci il sorgente ed il cadente
Sole gli obbliqui rai quindi saetta)
Nettun condotto a un ecatombe s'era
Di pingui tori e di montoni; ed ivi
Rallegrava i pensieri, a mensa assiso.
In questo mezzo gli altri di raccolti
Nella gran reggia dell'olimpio Giove
Stavansi. E primo a favellar tra loro
Fu degli uomini il padre e de' celesti,
Che il bello Egisto rimembrava, a cui
Tolto avea di sua man la vita Oreste,
L'inclito figlio del pi vecchio Atride.
  Poh! disse Giove, incolper l'uom dunque
Sempre gli di? Quando a se stesso i mali
Fabbrica, de' suoi mali a noi d carco,
E la stoltezza sua chiama destino.
Cos, non tratto dal destino, Egisto
Dispos d'Agamennone la donna,
E lui, da Troia ritornato, spense;
Bench conscio dell'ultima ruina
Che l'Argicida esplorator Mercurio,
Da noi mandato, prediceagli: "Astienti
Dal sangue dell'Atride, ed il suo letto
Gurdati di salir; ch alta vendetta
Ne far Oreste, come il volto adorni
Della prima lanuggine e lo sguardo
Verso il retaggio de' suoi padri volga".
Ma questi di Mercurio utili avvisi
Colui nell'alma non accolse: quindi
Pag il fio d'ogni colpa in un sol punto.
  Di Saturno figliuol, padre de' numi, 
Re de' regnanti, cos a lui rispose
L'occhiazzurra Minerva: egli era dritto
Che colui non vivesse: in simil foggia
Pera chunque in simil foggia vive!
Ma io di doglia per l'egregio Ulisse
Mi struggo, lasso! che, da' suoi lontano,
Giorni conduce di rammarco in quella
Isola, che del mar giace nel cuore,
E di selve nereggia;:isola, dove
Soggiorna entro alle sue celle secrete
L'immortal figlia di quel saggio Atlante,
Che del mar tutto i pi riposti fondi
Conosce e regge le colonne immense
Che la volta sopportano del cielo.
Pensoso, inconsolabile, l'accorta ninfa il ritiene e con soavi e molli
Parolette carezzalo, se mai
Potesse Itaca sua trargli dal petto:
Ma ei non brama che veder dai tetti
Sbalzar della sua dolce Itaca il fumo,
E poi chiuder per sempre al giorno i lumi.
N commuovere, Olimpio, il cuor ti senti?
Grati d'Ulisse i sagrifici, al greco
Navile appresso, ne' troiani campi,
Non t'eran forse? Onde rancor s fiero,
Giove, contra lui dunque in te s'alletta?
 Figlia, qual ti lasciasti uscir parola
Dalla chiostra de' denti? allor riprese
L'eterno delle nubi addensatore:
Io l'uom preclaro disgradir, che in senno
Vince tutti i mortali, e gl'Immortali
Sempre onor di sacrifici opmi?
Nettuno, il nume che la terra cinge,
D'infurar non resta pel divino
Suo Polifemo, a cui lo scaltro Ulisse
Dell'unic'occhio vedov la fronte,
Bench possente pi d'ogni Ciclope:
Pel divin Polifemo, che Tosa
Partor al nume, che pria lei soletta
Di Forco, re degl'infecondi mari,
Nelle cave trov paterne grotte.
Lo scuotitor della terrena mole
Dalla patria il disvia da quell'istante,
E, lasciandolo in vita, a errar su i neri
Flutti lo sforza. Or via, pensiam del modo
Che l'infelice rieda; e che Nettuno
L'ire deponga. Pugner con tutti
Gli eterni ei solo? Il tenterebbe indarno.
  Di Saturno figliuol, padre de' numi,
De' regi re, replic a lui la diva
Cui tinge gli occhi un'azzurrina luce,
Se il ritorno d'Ulisse a tutti aggrada,
Ch non s'inva nell'isola d'Ogige
L'ambasciator Mercurio, il qual veloce
Rechi alla ninfa dalle belle trecce,
Com' fermo voler de' sempiterni
Che Ulisse alfine il nato suol rivegga?
Scesa in Itaca intanto, animo e forza
Nel figlio io spirer, perch'ei, chiamati
Gli Achei criniti a parlamento, imbrigli
Que' proci baldi, che nel suo palagio
L'intero gregge sgzzangli, e l'armento
Dai piedi torti e dalle torte corna.
Ci fatto, a Pilo io manderollo e a Sparta,
Acciocch sappia del suo caro padre,
Se udirne gli avvenisse in qualche parte,
Ed anch'ei fama, vaggiando, acquisti.
  Detto cos, sotto l'eterne piante
Si strinse i bei talar d'oro, immortali,
Che lei sul mar, lei su l'immensa terra
Col soffio trasportavano del vento.
Poi la grande afferr lancia pesante,
Forte, massiccia, di appuntato rame
Guernita in cima, onde le intere doma
Falangi degli eroi, con cui si sdegna,
E a cui sentir fa di qual padre  nata.
Dagli alti gioghi del beato Olimpo
Rapidamente in Itaca discese.
Si ferm all'atrio del palagio in faccia,
Del cortil su la soglia, e le sembianze
Vesti di Mente, il condottier de' Taf.
La forbita in sua man lancia sfavilla.
  Nel regale atrio, e su le fresche pelli
Degli uccisi da lor pingui giovenchi
Sedeano, e trastullavansi tra loro
Con gli schierati combattenti bossi
Della Regina i mal vissuti drudi.
Trascorrean qua e l serventi e araldi
Frattanto: altri mescean nelle capaci
Urne l'umor dell'uva e il fresco fonte.
Altri le mense con forata e ingorda
Spugna tergeano, e le metteano innanzi,
E le molte partan fumanti carni.
Simile a un dio nella belt, ma lieto
Non gi dentro del sen, sedea tra i proci
Telemaco: mirava entro il suo spirto
L'inclito genitor, qual s'ei, d'alcuna
Parte spuntando, a sbaragliar si desse
Per l'ampia sala gli abborriti prenci,
E l'onor prisco a ricovrar e il regno.
Fra cotali pensier Pallade scorse,
N soffrendogli il cor che lo straniero
A cielo aperto lungamente stesse,
Dritto usc fuor, s'accost ad essa, prese
Con una man la sua, con l'altra l'asta,
E queste le drizz parole alate:
Forestier, salve. Accoglimento amico
Tu avrai, sporrai le brame tue: ma prima
Vieni i tuoi spirti a rinfrancar col cibo.
  Ci detto, innanzi andava, ed il segua
Minerva. Entrati nell'eccelso albergo,
Telemaco port l'asta, e appoggiolla
A sublime colonna, ove, in astiera,
Nitida, molte dell'invitto Ulisse
Dormiano arme simli. Indi a posarsi
Su nobil seggio con sgabello ai piedi
La dea men, stesovi sopra un vago
Tappeto ad arte intesto; e un varato
Scanno vicin di lei pose a se stesso.
Cos, scevri ambo dagli arditi proci,
Quell'impronto frastuon l'ospite a mensa
Non disagiava, e dell'assente padre
Telemaco potea cercarlo a un tempo.
Ma scorta ancella da bel vaso d'oro
Purissim'onda nel bacil d'argento
Versava, e stendea loro un liscio desco,
Su cui la saggia dispensiera i pani
Venne a impor candidissimi, e di pronte
Dapi serbate generosa copia;
E carni d'ogni sorta in larghi piatti
Rec l'abile scalco, ed auree tazze,
Che, del succo de' grappoli ricolme,
Lor presentava il banditor solerte.
  Entraro i proci, ed i sedili e i troni
Per ordine occuparo: acqua gli araldi
Diero alle mani, e di recente pane
I ritondi canestri empir le ancelle.
Ma in quel che i proci all'imbandito pasto
Stendean la man superba, incoronaro
Di vermiglio licor l'urne i donzelli.
Tosto che in lor del pasteggiar fu pago,
Pago del bere il natural talento,
Volgeano ad altro il core: al canto e al ballo
Che gli ornamenti son d'ogni convito.
Ed un'argentea cetera l'araldo
Porse al buon Femio, che per forza il canto
Tra gli amanti sciogliea. Mentr'ei le corde
Ne ricercava con maestre dita,
Telemaco, piegando in vr la dea,
S che altri udirlo non potesse, il capo,
Le parlava in tal guisa: Ospite caro,
Ti sdegnerai se l'alma io t'apro? In mente
Non han costor che suoni e canti. Il credo:! 
Siedono impune agli altrui deschi, ai deschi
Di tal, le cui bianche ossa in qualche terra
Giacciono a imputridir sotto la pioggia,
O le volve nel mare il negro flutto.
Ma s'egli mai lor s'affacciasse un giorno,
Ben pi che in dosso i ricchi panni e l'oro,
Aver l'ali vorrebbero alle piante.
Vani desri! Una funesta morte
Certo ei trov, speme non resta, e invano
Favellariami alcun del suo ritorno;
Del suo ritorno il d pi non s'accende.
Su via, ci dimmi, e non m'asconder nulla:
Chi? di che loco? e di che sangue sei?
Con quai nocchier venstu, e per qual modo
E su qual nave, in Itaca? Pedone
Giunto, per alcun patto io non ti credo.
Di questo tu mi contenta: nuovo
Giungi, o al mio genitor t'unisce il nodo
Dell'ospitalit? Molti stranieri
A' suoi tetti accostavansi; ch Ulisse
Voltava in s d'ogni mortale il core.
  Tutto da me, gli rispondea la diva
Che cerleo splendor porta negli occhi,
T'udrai narrare. Io Mente esser mi vanto,
Figliuol d'Anchalo bellicoso, e ai vaghi
Del trascorrere il mar Taf comando.
Con nave io giunsi e remiganti miei,
Fendendo le salate onde, vr gente
D'altro linguaggio, e a Temesa recando
Ferro brunito per temprato rame,
Ch'io ne trarr. Dalla citt lontano
Fermossi e sotto il Neo frondichiomoso,
Nella baia di Retro il mio naviglio.
S, d'ospitalit vincol m'unisce
Col padre tuo. Chieder ne puoi l'antico,
Ristringendoti seco, eroe Laerte,
Che a citt, com' fama, or pi non viene;
Ma vita vive solitaria e trista
Ne' campi suoi, con vecchierella fante,
Che, quandunque tornar dalla feconda
Vigna, per dove si trae a stento, il vede,
Di cibo il riconforta e di bevanda.
Me qua condusse una bugiarda voce,
Fosse il tuo padre di Itaca, da cui
Stornanlo i numi ancor; ch tra gli estinti
L'illustre pellegrin, no, non comparve,
Ma vivo, e a forza in barbara contrada,
Cui cerchia un vasto mar, gente crudele
Rattienlo: lo rattien gente crudele
Vivo, ed a forza in barbara contrada.
Pur, bench il vanto di profeta, o quello
D'augure insigne io non m'arroghi, ascolta
Presagio non fallace che su i labbri
Mettono a me gli eterni. Ulisse troppo
Non rimarr della sua patria in bando,
Lo stringessero ancor ferrei legami.
Da quai legami uom di cotanti ingegni
Disvilupparsi non sapria? Ma schietto
Parla: sei tu vera sua prole? Certo
Nel capo e ne' leggiadri occhi ad Ulisse
Molto areggi tu. Pria che per Troia,
Che tutto a s chiam di Grecia il fiore,
Sciogliesse anch'ei su le cavate navi,
Io, come oggi appo il tuo, cos sedea
Spesse volte al suo fianco, ed egli al mio.
D'allora io non pi lui, n me vid'egli.
  E il prudente Telemaco: Sincero
Risponder. Me di lui nato afferma
La madre veneranda. E chi fu mai
Che per se stesso conoscesse il padre?
Oh foss'io figlio d'un che una tranquilla
Vecchiezza clto ne' suoi tetti avesse!
Ma, poich tu mel chiedi, al pi infelice
Degli uomini la vita, ospite, io deggio.
  Se ad Ulisse Penelope, riprese
Pallade allor dalle cilestre luci,
Ti gener, vollero i di che gisse
Chiaro il tuo nome ai secoli pi tardi.
Garzon, dal ver non ti partir: che festa,
Che turba  qui? Qual ti sovrasta cura?
Convito? Nozze? Genial non parmi
A carco di ciascun mensa imbandita.
Parmi banchetto s oltraggioso e turpe,
Che mirarlo, e non irne in foco d'ira,
Mal pu chunque un'alma in petto chiuda.
Ed il giovane a lui: Quando tu brami
Saper cotanto delle mie vicende,
Abbi che al mondo non fu mai di questa
N ricca pi, n pi innocente casa,
Finch quell'uomo il pi dentro vi tenne.
Ma piacque altro agli di, che, divisando
Sinistri eventi, per le vie pi oscure,
Quel che mi cuoce pi, sparir mel fro.
Piangerei, s, ma di dolcezza vto
Non fra il lagrimar, s'ei presso a Troia
Cadea pugnando, o vincitor chiudea
Tra i suoi pi cari in Itaca le ciglia.
Alzato avriangli un monumento i Greci,
Che di gloria immortale al figlio ancora
Stato sarebbe. Or lui le crude Arpe
Ignobilmente per lo ciel rapiro:
Per non visto, non udito, e al figlio
Sol di sturbi e di guai lasci retaggio.
Ch lui solo io non piango: altre e non poche
Mi fabbricaro i numi acerbe cose.
Quanti ha Dulichio e Samo e la boscosa
Zacinto, e la pietrosa Itaca prenci,
Ciascun la destra della madre agogna.
Ella n rigettar pu, n fermare
Le inamabili nozze. Intanto i proci,
Da mane a sera banchettando, tutte
Le sostanze mi struggono e gli averi;
N molto andr che struggeran me stesso.
  S'intener Minerva, e: Oh quanto, disse,
A te bisogna il genitor, che metta
La ultrice man su i chieditori audaci!
Sol ch'ei con elmo e scudo, e con due lance
Sul limitar del suo palagio appena
Si presentasse, quale io prima il vidi,
Che, ritornato d'Efira, alla nostra
Mensa ospital si giocondava assiso,
(Ratto ad Efira and chiedendo ad Ilo,
Di Mrmero al figliuol, velen mortale,
Onde le frecce unger volea, veleno
Che non dal Mermerde, in cui de' numi
Era grande il timor, ma poscia ottenne
Dal padre mio, che fieramente ammollo)
Sol ch'ei cos si presentasse armato,
De' proci non sara, cui non tornasse
Breve la vita e il maritaggio amaro.
Ma venir debba di s trista gente
A vendicarsi o no, su le ginocchia
Sta degli di. Ben di sgombrarla quinci,
Vuolsi l'arte pensare. Alle mie voci
Porrai tu mente? Come il ciel s'inalbi,
De' Greci i capi a parlamento invita,
Ragiona franco ad essi e al popol tutto,
Chiamando i numi in testimonio, e ai proci
Nelle lor case rientrare ingiungi.
La madre, ove deso di nuove nozze
Nutra, ripari alla magion d'Icario,
Che ordiner le sponsalizie, e ricca
Dote apparecchier, quale a diletta
Figliuola  degno che largisca un padre.
Tu poi, se non ricusi un saggio avviso
Ch'io ti porgo, seguir, la meglio nave
Di venti e forti remator guernisci,
E, del tuo genitor molt'anni assente
Novelle a procacciarti, alza le vele.
Troverai forse chi ten parli chiaro,
O quella udrai voce fortuita, in cui
Spesso il cercato ver Giove nasconde.
Proa vanne a Pilo, e interroga l'antico
Nestore; Sparta indi t'accolga, e il prode
Menelao biondo, che dall'arsa Troia
Tra i loricati Achivi ultimo giunse.
Vive, ed  Ulisse, in sul ritorno? Un anno,
Bench dolente, sosterrai. Ma, dove
Lo sapessi tra l'ombre, in patria riedi,
E qui gli ergi un sepolcro, e i pi solenni
Rendigli, qual s'addice, onor funbri,
E alla madre presenta un altro sposo.
Dopo ci, studia per qual modo i proci
Con l'inganno tu spegna, o alla scoperta;
Ch de' trastulli il tempo e de' balocchi
Pass, ed uscito di pupillo sei.
Non odi tu levare Oreste al cielo,
Dappoi che uccise il fraudolento Egisto,
Che il genitor famoso aveagli morto?
Me la mia nave aspetta e i miei compagni,
Cui forse incresce questo indugio. Amico,
Di te stesso a te caglia, e i miei sermoni,
Converti in opre: d'un eroe l'aspetto
Ti veggio: abbine il core, acci risuoni
Forte ne' d futuri anco il tuo nome.
  Voci paterne son, non che benigne,
D'Ulisse il figlio ripigliava, ed io
Guarderolle nel sen tutti i miei giorni.
Ma tu, per fretta che ti punga, tanto
Frmati almen, che in tepidetto bagno
Entri, e conforti la dolce alma, e lieto,
Con un mio dono in man, torni alla nave:
Don prezoso per materia ed arte,
Che sempre in mente mi ti serbi; dono
Non indegno d'un ospite che piacque.
  No, di partir mi tarda, a lui rispose
L'occhicerulea diva. Il bel presente
Allor l'accetter, che, questo mare
Rinavigando, per ripormi in Tafo,
T'offrir un dono anch'io che al tuo non ceda.
Cos la dea dagli occhi glauchi; e, forza
Infondendogli e ardire, e a lui nel petto
La per s viva del suo padre imago
Ravvivando pi ancora, alto levossi,
E veloce, com'aquila, disparve.
  Da maraviglia, poich seco in mente
Ripet il tutto, e s'avvis del nume,
Telemaco fu preso. Indi, gi fatto
Di se stesso maggior, venne tra i proci.
Taciti sedean questi, e nell'egregio
Vate conversi tenean gli occhi; e il vate
Quel difficil ritorno, che da Troia
Pallade ai Greci destin crucciata,
Della cetra d'argento al suon cantava.
Nelle superne vedovili stanze
Penelope, d'Icario la prudente
Figlia, raccolse il divin canto, e scese
Per l'alte scale al basso, e non gi sola,
Ch due seguanla vereconde ancelle.
Non fu de' proci nel cospetto giunta,
Che s'arrest della dedalea sala
L'ottima delle donne in su la porta,
Lieve adombrando l'una e l'altra gota
Co' bei veli del capo, e tra le ancelle
Al sublime cantor gli accenti volse:
Femio, diss'ella, e lagrimava, Femio,
Bocca divina, non hai tu nel petto
Storie infinite ad ascoltar soavi,
Di mortali e di numi imprese altere,
Per cui toccan la cetra i sacri vati?
Narra di quelle, e taciturni i prenci
Le colme tazze vtino; ma cessa
Canzon molesta che mi spezza il cuore,
Sempre che tu la prendi in su le corde;
Il cuor, cui doglia, qual non mai da donna
Provossi, invase, mentre aspetto indarno
Cotanti anni un eroe, che tutta empio
Del suo nome la Grecia, e ch' il pensiero
De' giorni miei, delle mie notti  il sogno.
  O madre mia, Telemaco rispose,
Lascia il dolce cantor, che c'innamora,
L gir co' versi, dove l'estro il porta.
I guai, che canta, non li crea gi il vate:
Giove li manda, ed a cui vuole e quando.
Perch Femio racconti i tristi casi
De' Greci, biasmo meritar non parmi;
Ch, quanto agli uditor giunge pi nuova,
Tanto pi loro aggrada ogni canzone.
Udirlo adunque non ti gravi, e pensa
Che del ritorno il d Troia non tolse
Solo ad Ulisse: d'altri eroi non pochi
Fu sepolcro comune. Or tu risali
Nelle tue stanze, ed ai lavori tuoi,
Spola e conocchia, intendi; e alle fantesche
Commetti, o madre, travagliar di forza.
Il favellar tra gli uomini assembrati
Cura  dell'uomo, e in questi alberghi mia
Pi che d'ogni altro; per ch'io qui reggo.
  Stupefatta rimase, e, del figliuolo
Portando in mezzo l'alma il saggio detto,
Nelle superne vedovili stanze
Ritorn con le ancelle. Ulisse a nome
Lass chiamava, il fren lentando al pianto.
Finch inviolle l'occhiglauca Palla,
Sopitor degli affanni, un sonno amico.
  I drudi, accesi, via pi ancor che prima,
Del deso delle nozze a quella vista,
Tumulto fean per l'oscurata sala.
E Telemaco ad essi: O della madre
Vagheggiatori indocili e oltraggiosi,
Diletto dalla mensa or si riceva,
N si schiamazzi, mentre canta un vate,
Che uguale ai numi stessi  nella voce.
Ma, riapparsa la bell'alba, tutti
Nel Foro aduneremci, ov'io dirovvi
Senza paura, che di qua sgombriate;
Che gavazziate altrove; che l'un l'altro
Inviti alla sua volta, e il suo divori.
Che se disfare impunemente un solo
Vi par meglio, seguite. Io dell'Olimpo
Gli abitatori invocher, n senza
Fiducia, che il Saturnio a colpe tali
Un giusto guiderdon renda, e che inulto
Tinga un d queste mura il vostro sangue.
  Morser le labbra ed inarcar le ciglia
A s franco sermon tutti gli amanti.
E Antinoo, il figliuol d'Eupte: Di fermo
A ragionar, Telemaco, con sensi
Sublimi e audaci t'impararo i numi.
Guai, se il paterno scettro a te porgesse
Nella cinta dal mare Itaca, Giove!
  Bench udirlo, Telemaco riprese,
Forse Antnoo, t'incresca, io nol ti celo:
Riceverollo dalla man di Giove.
Parrati una sventura? Il pi infelice
Dal mio lato io non credo in fra i mortali
Chi re diventa. Di ricchezza il tetto
Gli splende tosto, e pi onorato ei vanne.
Ma la cinta dal mare Itaca molti
S di canuto pel, come di biondo,
Chiude, oltre Antnoo, che potran regnarla,
Quando sotterra dimorasse il padre.
Non per ci vivr chi del palagio
La signora mi tolga, e degli schiavi,
Che a me solo acquist l'invitto Ulisse.
  Eurmaco di Plibo allor surse:
Qual degli Achei sar d'Itaca il rege,
Posa de' numi onnipossenti in grembo.
Di tua magion tu il sei; n de' tuoi beni,
Finch in Itaca resti anima viva,
Spogliarti uomo ardir. Ma dimmi, o buono,
Chi  quello stranier? Dond'ei partissi?
Di qual terra si gloria e di qual ceppo?
Del padre non lontan forse il ritorno
T'annunzia? o venne in questi luoghi antico
Debito a dimandar? Come disparve
Ratto! come parea da noi celarsi!
Certo d'uom vile non avea l'aspetto.
  Ah, ripigli il garzon, del genitore
Svan, figlio di Plibo, il ritorno!
Giungano ancor novelle, altri indovini
L'avida madre nel palagio accolga;
N indovin pi, n pi novelle io curo.
Ospite mio paterno  il forestiere,
Di Tafo, Mente, che figliuol si vanta
Del bellicoso Anchalo, e ai Tafi impera.
Tal rispondea: ma del suo cor nel fondo
La calata dal ciel dea riconobbe.
  I proci, al ballo ed al soave canto
Rivolti, trastullavansi, aspettando
Il buio della notte. Della notte
Lor sopravvenne il buio, e ai tetti loro
Negli occhi il sonno ad accettar n'andro.
Telemaco a corcarsi, ove secreta
Stanza da un lato del cortil superbo
Per lui costrutta, si spiccava all'aura,
Salse, agitando molte cose in mente.
E con accese in man lucide faci
Il seguiva Euricla, l'onesta figlia
D'Opi di Pisenr, che gi Laerte
Col prezzo comper di venti tori,
Quando fiorale giovinezza in volto:
N cara men della consorte l'ebbe,
Bench temendo i coniugali sdegni,
Del toccarla giammai non s'attentasse.
Con accese il segua lucide faci:
Pi gli portava amor ch'ogni altra serva,
Ed ella fu che il rallev bambino.
Costei gli apr della leggiadra stanza
La porta: sovra il letto egli s'assise,
Lev la sottil veste a s di dosso,
E all'amorosa vecchia in man la pose,
Che piegolla con arte, e alla caviglia
L'appese, accanto il traforato letto.
Poi d'uscire affrettavasi: la porta
Si trasse dietro per l'anel d'argento;
Tir la fune, e il chiavistello corse.
Sotto un fior molle di tessuta lana
Ei volgea nel suo cor, per quell'intera
Notte, il cammin che gli addit Minerva.



LIBRO SECONDO


  Come la figlia del mattin, la bella
Dalle dita di rose Aurora surse,
Surse di letto anche il figliuol d'Ulisse,
I suoi panni vest, sospese il brando
Per lo pendaglio all'omero, i leggiadri
Calzari strinse sotto i molli piedi
E della stanza usc rapidamente,
Simile ad un degli Immortali in volto.
Tosto agli araldi dall'arguta voce
Chiamare impose i capelluti Achivi;
E questi, al gridar loro accorsi in fretta,
Si ragunaro, s'affollaro. Ei pure
Al parlamento s'avvi: tra mano
Stavagli un'asta di polito rame
E due bianchi il seguan cani fedeli.
Stupa ciascun, mentr'ei mutava il passo,
E il paterno sedil, che dai vecchioni
Gli fu ceduto, ad occupar sen ga:
Tanta in quel punto e s divina grazia
Sparse d'intorno a lui Pallade amica.
  Chi ragion primiero? Egizio illustre,
Che il dorso avea per l'et grande in arco,
E di vario saver ricca la mente.
Sulle navi d'Ulisse alla feconda
Di nobili destrier ventosa Troia
And il pi caro de' figliuoli, Antfo;
E a lui di morte nel cavato speco
Il Ciclope crudel, che la cruenta
S'imband del suo corpo ultima cena.
Tre figli al vecchio rimanean: l'un, detto
Eurnomo, co' proci erasi unito,
E alla coltura de' paterni campi
Presedean gli altri due. Ma in quello, in quello,
Che pi non ha, sempre s'affisa il padre,
Che nel pianto i d passa, e che s fatte
Parole allor, pur lagrimando, sciolse:
O Itacesi, uditemi. Nessuna,
Dacch Ulisse lev nel mar le vele,
Qui si tenne assemblea. Chi adun questa?
Giovane, o veglio? E a che? Primo ud forse
Di estrania gente che s'appressi armata?
O d'altro, da cui penda il ben comune,
Ci viene a favellar? Giusto ed umano
Costui, penso, esser dee. Che che s'aggiri
Per la sua mente, il favorisca Giove!
  Telemaco gioa di tali accenti,
Quasi d'ottimo augurio, e, sorto in piedi,
Ch il pungea d'arringar giovane brama,
Trasse nel mezzo, dalla man del saggio
Tra gli araldi Pisnore lo scettro
Prese, e ad Egizio indi rivolto: O, disse,
Buon vecchio, non  assai quinci lontano
L'uom che il popol raccolse: a te dinanzi,
Ma qual, cui punge acuta doglia, il vedi.
Non di gente che a noi s'appressi armata,
N d'altro, da cui penda il ben comune,
Io vegno a favellarvi. A far parole
Vegno di me, d'un male, anzi di duo,
Che aspramente m'investono ad un'ora.
Il mio padre io perdei! Che dico il mio?
Popol d'Itaca, il nostro: a tutti padre,
Pi assai che re, si dimostrava Ulisse.
E a questa piaga, ohim l'altra s'arroge,
Che ogni sostanza mi si sperde, e tutta
Spiantasi dal suo fondo a me la casa.
Noioso assedio alla ritrosa madre
Poser de' primi tra gli Achivi i figli.
Perch di farsi a Icario, e di proporgli
Trepidan tanto, che la figlia ei doti
E a consorte la dia cui pi vuol bene?
L'intero d nel mio palagio in vece
Banchettan lautamente, e il fior del gregge
Struggendo e dell'armento, e le ricolme
Della miglior vendemmia urne votando,
Vivon di me: n v'ha un secondo Ulisse,
Che sgombrar d'infra noi vaglia tal peste.
Io da tanto non son, n uguale all'opra
In me si trova esperenza e forza.
Oh cos le avess'io, com'io le bramo!
Poscia che il lor peccar varca ogni segno.
E, che pi m'ange, con infamia io pero.
Deh s'accenda in voi pur nobil dispetto;
Temete il biasmo delle genti intorno;
Degl'immortali di, non forse cada
Delle colpe de' proci in voi la pena,
L'ira temete. Per l'Olimpio Giove,
Per Temi, che i consigli assembra e scioglie,
Costoro, amici, d'aizzarmi contro
Restate, e me lasciate a quello in preda
Cordoglio sol, che il genitor mi reca.
Se non che forse Ulisse alcuni offese
De' prodi Achivi, ed or s'intende i torti
Vendicarne sul figlio. E ben, voi stessi
Stendete ai beni la rapace destra:
Meglio fra per me, quando consunti
Suppellettil da voi fssemi e censo,
Da voi, dond'io sperar potrei restauro.
Vi assalirei per la citt con blande
Parole ad uno ad un, n cesserei,
Che tutto in poter mio pria non tornasse,
E di nuovo s'ergesse in pi il mio stato.
Ma or dolori entro del petto, a cui
Non so rimedio alcun, voi mi versate.
  Detto cos, gitt lo scettro a terra,
Ruppe in lagrime d'ira e viva corse
Di core in cor nel popolo pietade.
Ma taciturni, immoti, e non osando
Telemaco ferir d'una risposta,
Tutti stavano i proci. Antnoo solo
Sorse e arring: Telemaco, a cui bolle
Nel petto rabbia che il tuo dir sublma,
Quai parole parlasti ad onta nostra?
Improntar sovra noi macchia s nera?
Non i migliori degli Achei: la cara
Tua madre e l'arti, ond' maestra, incolpa.
Gi il terzo anno si volse, e or gira il quarto,
Che degli amanti suoi prendesi gioco;
Tutti di speme e d'impromesse allatta,
Manda messaggi a tutti, ed altro ha in core.
Tela sottile, tela grande, immensa,
Questo ancor non pens novello inganno?
A oprar si mise, e a s chiamonne, e disse:
"Giovani, amanti miei, tanto vi piaccia,
Poich gi Ulisse tra i defunti scese,
Le mie nozze indugiar, ch'io questo possa
Lugubre ammanto per l'eroe Laerte,
Acci le fila inutili io non perda,
Prima fornir, che l'inclemente Parca,
Di lunghi sonni apportatrice, il colga.
Non vo' che alcuna delle Achee mi morda,
Se ad uom, che tanto avea d'arredi vivo,
Fallisse un drappo in cui giacersi estinto".
Con simil fola leggermente vinse
Gli animi nostri generosi. Intanto,
Finch il giorno splendea, tessea la tela
Superba, e poi la distessea la notte
Al complice chiaror di mute faci.
Cos un triennio la sua frode ascose,
E deluse gli Achei. Ma come il quarto
Con le volubili ore anno sorvenne,
Noi da un'ancella non ignara instrutti,
Penelope trovammo, che la bella
Disciogliea tela ingannatrice: quindi
Compierla dov al fin, bench a dispetto.
Or, perch a te sia noto e ai Greci il tutto,
Ecco risposta che ti fanno i proci.
Accommiata la madre, e quel di loro,
Che non dispiace a Icario e a lei talenta,
A disposar costringila. Ma dove,
Le doti usando, onde la orn Minerva,
Che man formolle cos dotta e ingegno
Tanto sagace, e accorgimenti dielle,
Quali non s'udir mai n dell'antiche
Di Grecia donne dalle belle trecce,
Tiro, Alcmena, Micene, a cui le menti
Di s fini pensier mai non fioriro;
Dove credesse lungo tempo a bada
Tenerci ancor, la sua prudenza usata
Qui l'abbandonera. Noi tanto il figlio
Consumerem, quanto la madre in core
Serber questo suo, che un dio le infuse,
Strano proposto. Eterna gloria forse
A s procaccer, ma gran difetto
Di vettovaglia a te; mentre noi certo
Da te pensiam non istaccarci, s'ella
Quel che le aggrada pi pria non impalma.
  Io, rispose Telemaco, di casa
Colei sbandir, donde la vita io tengo?
Dal cui lattante sen pendei bambino?
Grave inoltre mi fra, ov'io la madre
Dipartissi da me, s ricca dote
Tornare a Icario. Cruccierasi un giorno
L'amato genitor che forse vive,
Bench lontano, e punrianmi i numi,
Perch'ella, slontanandosi, le odiate
Implorera vendicatrici Erinni.
Che le genti diran? No; tal congedo
Non sar mai ch'io liberi dal labbro.
L'avete voi per mal? Da me sgombrate;
Gozzovigliate altrove; alternamente
L'un l'altro inviti, e il suo retaggio scemi.
Che se disfare impunemente un solo
Vi par meglio, segute. Io dell'Olimpo
Gli abitatori invocher, n senza
Speme che il Saturnde a tai misfatti
La debita merc renda, e che inulto
Scorra nel mio palagio il vostro sangue.
  S favell Telemaco, e dall'alto
Del monte due volanti aquile a lui
Mand l'eterno onniveggente Giove.
Tra lor vicine, distendendo i vanni,
Fendean la vana regon de' venti.
N prima fur dell'assemblea sul mezzo,
Che si volsero in giro, e, l'ali folte
Starnazzando, e mirando tutti in faccia,
Morte auguraro: al fin, poich a vicenda
Con l'unghie il capo insanguinato e il collo
S'ebber, volaro a destra, e dilegursi
Della citt su per gli eccelsi tetti.
Maravigli ciascuno, e ruminava
Fra s quai mali promettesse il fato.
  Quivi era un uom di molto tempo e senno,
Di Mastore figliuol, detto Aliterse,
Che nell'arte di trar dagli osservati
Volanti augelli le future cose,
Tutti vinceva i pi canuti crini.
Itacesi, ascoltatemi, e pi ancora
M'ascoltin, disse, i proci, a cui davante
S'apre un gran precipizio. Ulisse lungi
Da' cari suoi non rimarr molt'anni.
Che parlo? Ei spunta, e non ai soli proci
Strage prepara e morte: altri, e non pochi
Che abitiam la serena Itaca, troppo
Ci accorgerem di lui. Consultiam dunque
Come gli amanti, che pel meglio loro
Cessar dovran per s, noi raffreniamo.
Uom vi ragiona de' presagi esperto
Per lunghissima prova. Ecco maturo
Ci ch'io vaticinai, quando per Troia
Scioglieano i Greci, e Ulisse anch'ei salpava.
Molti, io gridai, patir duoli, e tutti
Perder i suoi: ma nel ventesim'anno,
Solo e ignoto a ciascun, far ritorno.
Gi si compie l'oracolo: tremate!
  Folle vecchiardo, in tua magion ricovra,
Eurmaco di Plibo rispose,
oracoleggia ai figli tuoi, non forse
Gl'incolga un d qualche infortunio. Assai
Pi l di te ne' vaticin io veggio.
Volan, rivolan mille augelli e mille
Per l'aere immenso, e non dibatton tutti
Sotto i raggi del sol penne fatali.
Quinci lontano per Ulisse. Oh fossi
Tu perito con lui! Ch non t'udremmo
Profetare in tal guisa, e il furor cieco
Secondar di Telemaco, da cui
Qualche don, credo, alle tue porte attendi.
Ma oracol pi verace odi. Se quanto
D'esperenza il bianco pel t'addusse,
A sedurre il fanciullo e a pi infiammarlo
L'adopri, tu gli nuoci, a' tuoi disegni
Non giovi, e noi tale imporremti multa,
Che morte fati il sostenerla. Io poi
Tal consiglio al fanciul porgo: la madre
Rimandi a Icario, che i sponsali e ricca,
Qual dee seguir una diletta figlia,
Dote apparecchier. Prima io non penso
Che da questa di nozze ardua tenzone
I figli degli Achei vorran gi trsi.
Di nessuno temiam; non, bench tanto
Loquace, di Telemaco; n punto
Del vaticinio ci curiam, che indarno
T'usc, vecchio, di bocca, e che fruttarti
Maggiore odio sol pu. Fine i conviti
Non avran dunque, e non sar mai calma,
Finch d'oggi in doman costei ci mandi.
Noi ciascun d contenderem per lei,
N ad altre donne andrem, quali ha l'Acaia
Degne di noi, perch cagion primiera
Dell'illustre contesa  la virtude.
  Eurmaco e voi tutti, il giovinetto
Soggiunse allor, competitori alteri,
Non pi: gi il tutto sanno uomini e di.
Or non vi chiedo che veloce nave
Con dieci e dieci poderosi remi,
Che sul mar mi trasporti. All'arenosa
Pilo ed a Sparta valicare io bramo,
Del padre assente per ritrar s'io mai
Trovar potessi chi men parli chiaro,
O quella udir voce fortuita in cui
Spesso il cercato ver Giove nasconde.
Vivr? ritorner? Bench dolente,
Sosterr un anno. Ma se morto e fatto
Cenere il risapessi, al patrio nido
Rieder senza indugio; e qui un sepolcro
Gli alzer, renderogli i pi solenni,
Qual si convien, fnebri onori, e un altro
Sposo da me ricever la madre.
  Tacque, e s'assise; e Mentore levossi
Del padre il buon compagno, a cui su tutto
Vegghiar, guardare il tutto, ed i comandi
Seguitar di Laerte, Ulisse ingiunse,
Quando per l'alto sal mise la nave.
O Itacesi, tal parlava il saggio
Vecchio, alle voci mie l'orecchio date.
N giusto pi, n liberal, n mite,
Ma iniquo, ma inflessibile, ma crudo
D'ora innanzi un re sia, poich tra gente
Su cui stendea scettro paterno Ulisse,
Pi non s'incontra un sol, cui viva in core.
Che arroganti rivali ad opre ingiuste
Trascorran ciechi della mente, io taccio.
Svelgono,  ver, sin dalle sue radici,
La casa di quel Grande, a cui disdetto
Sperano il ritornar, ma in rischio almeno
Porgon la vita. Ben con voi m'adiro,
Con voi, che muti ed infingardi e vili
Vi state l, n d'un sol moto il vostro
Signore nclito aitate. Ohim! dai pochi
Restano i molti soverchiati e vinti.
  Mentor, non so qual pi, se audace, o stolto,
Lecrito d'Evnore rispose,
Che mai dicestu? Contra noi tu ardisci
Il popol eccitar? Non lieve impresa
Una gente assalir, che per la mensa
Brandisca l'armi, e i piacer suoi difenda.
Se lo stesso re d'Itaca tornato
Scacciar tentasse i banchettanti proci,
Scarso del suo ritorno avra diletto
Questa sua donna, che il sospira tanto,
E morire il vedra morte crudele,
Bench tra molti ei combattesse: quindi
Del tuo parlar la vanit si scorge.
Ma, su via, dividetevi, e alle vostre
Faccende usate vi rendete tutti.
Mentore ed Aliterse, che fedeli
A Telemaco son paterni amici,
Gli metteran questo viaggio in punto:
Bench'ei del padre le novelle, in vece
Di cercarle sul mar, senza fatica
Le aspetter nel suo palagio, io credo.
  Disse, e ruppe il concilio. I cittadini
Scioglieansi l'un dall'altro, e alle lor case
Qua e l s'avvavano: d'Ulisse
Si ritiraro alla magione i proci.
  Ma, dalla turba solitario e scevro,
Telemaco rivolse al mare i passi,
Le mani asterse nel canuto mare,
E supplic a Minerva: O diva amica,
Che degnasti a me ier scender dal cielo,
E fender l'onde m'imponesti, un padre
Per rintracciar, che non ritorna mai,
Il tuo solo favor puommi davante
Gl'inciampi tr, che m'opporranno i Greci,
E pi che altr'uomo in Itaca, i malvagi
Proci, la cui superbia ognor pi monta.
  Cos pregava; e se gli pose allato
Con la faccia di Mentore e la voce,
Palla, e a nome chiamollo, e feo tai detti:
Telemaco, n ardir giammai, n senno
Ti verr men, se la virt col sangue
Trasfuse in te veracemente Ulisse,
Che quanto impreso avea, quanto avea detto,
Compiea mai sempre. Il tuo vaggio a vto
Non andr, qual temer, dove tu figlio
Non gli fossi, io dovrei. Vero  che spesso
Dal padre il figlio non ritrae: rimane
Spesso da lui lungo intervallo indietro,
E raro  assai che aggiungalo od il passi.
Ma senno a te non verr men, n ardire,
Ed io vivere Ulisse in te gi veggo.
Lieto dunque degli atti il fine spera;
N t'anga il vano macchinar de' proci,
Che non sentono, incauti e ingiusti al paro,
La nera Parca che gli assal da tergo,
Ed in un giorno sol tutti gli abbranca.
Io d'Ulisse il compagno, un tale aiuto
Ti porger, che partirai di corto
Su parata da me celere nave,
E con me stesso al fianco, in su la poppa.
Ors, rentra nel palagio, ai proci
Nuovamente ti mostra, ed apparecchia
Quanto al vaggio si richiede, e il tutto
Riponi: il bianco nelle dense pelli
Gran macinato, ch' dell'uom la vita,
E nell'urne il licor che la rallegra.
Compagni a radunarti in fretta io movo,
Che ti seguano allegri. Ha sull'arena
Molte l'ondicerchiata Itaca navi
Novelle e antiche: ne' salati flutti
Noi lancerem senza ritardo armata
Qual miglior mi parr veleggiatrice.
  Cos di Giove la celeste figlia:
N pi, gli accenti della diva uditi,
S'indugiava Telemaco. Al palagio,
Turbato della mente, ire affrettossi,
E trov i proci, che a scoiar capretti,
E pingui ad abbronzar corpi di verri,
Nel cortile intendeano. Il vide appena,
Che gli fu incontro sogghignando, e il prese
Per mano Antinoo, e gli parl in tal guisa:
O molto in arringar, ma forte poco
Nel dominar te stesso, ogni rancore
Scaccia dal petto, e, qual solevi, adopra
Da prode il dente, e i colmi nappi asciuga.
Tutto gli Achei t'allestiran di botto:
Nave e rmigi eletti, acci tu possa,
Ratto varcando alla divina Pilo,
Correr del padre tuo dietro alla fama.
  E Telemaco allor: Sedermi a mensa
Con voi, superbi, e una tranquilla gioia
Provarvi, a me non lice. Ah non vi basta
Cio che de' miei pi prezosi beni
Nella prima et mia voi mi rapiste?
Ma or ch'io posso dell'altrui saggezza
Giovarmi, e sento con le membra in petto
Cresciutami anco l'alma, io disertarvi
Tenter pure, o ch'io qui resti, o parta.
Ma parto, e non invan, spero, e su nave
Parto non mia, quando al figliuol d'Ulisse,
N ci smbravi sconcio, un legno manca.
Tal rispose crucciato, e destramente
Dalla man d'Antino la sua disvelse.
  Gi il convito apprestavano, ed acerbi
Motti scoccavan dalle labbra i proci.
Certo, dicea di que' protervi alcuno,
Telemaco un gran danno a noi disegna.
Da Pilo aiuti validi o da Sparta
Mener seco, per ch'ei non vive
Che di s fatta speme; o al suol fecondo
D'Efira condurrassi e ritrarranne
Fiero velen, che getter nell'urne
Con man furtiva; e noi berrem la morte,
E un altro ancor de' pretendenti audaci:
Chi sa ch'egli non men, sul mar vagando,
Dagli amici lontano, un d non muoia,
Come il suo genitor? Carco pi grave
Su le spalle ne avremmo: il suo retaggio
Partirci tutto, ma la casta madre,
E quel di noi, ch'ella scegliesse a sposo,
Nel palagio lasciar sola con solo.
  Telemaco frattanto in quella scese
Di largo giro e di sublime volta
Paterna sala, ove rai biondi e rossi
L'oro mandava e l'ammassato rame;
Ove nitide vesti, e di fragrante
Olio gran copia chiudean l'arche in grembo;
E presso al muro vano intorno molte
Di vino antico, saporoso, degno
Di presentarsi a un dio, gravide botti,
Che del ramingo travagliato Ulisse
Il ritorno aspettavano. Munite
D'opportuni serrami eranvi, e doppie
Con lungo studio accomodate imposte;
Ed Euricla, la vigilante figlia
D'Opi di Pisenorre, il d e la notte
Questi tesori custoda col senno.
Chiamolla nella sala, e a lei tai voci
Telemaco drizz: Nutrice, vino,
Su via, m'attigni delicato, e solo
Minor di quel che a un infelice serbi,
Se mai scampato dal destin di morte,
Comparisse tra noi. Dodici n'empi
Anfore, e tutte le suggella. Venti
Di macinato gran giuste misure
Versami ancor ne' fedeli otri, e il tutto
Colloca in un: ma sappilo tu sola.
Come la notte alle superne stanze
La madre inviti e al solitario letto,
Per tai cose io verr: ch l'arenosa
Pilo visitar voglio, e la ferace
Sparta, e ad entrambe domandar del padre.
  Di un grido, scoppi in lagrime, e dal petto
Euricla volar feo queste parole:
Donde a te, caro figlio, in mente cadde
Pensiero tal? Tu l'unico rampollo
Di Penelope, tu, la nostra gioia,
Per tanto mondo raggirarti? Lunge
Dal suo nido per l'inclito Ulisse,
Fra estranie genti: e perirai tu ancora.
Sciolta la fune non avrai, che i proci
Ti tenderanno agguati, uccideranti,
E tutte partirannosi tra loro
Le spoglie tue. Deh qui con noi rimani,
Con noi qui siedi, e su i marini campi,
Che fecondi non son che di sventure,
Lascia che altri a sua posta errando vada.
  Fa cor, Nutrice, ei le risponde tosto:
Senza un nume non  questo consiglio.
Ma giura che alla madre, ov'aura altronde
Non le ne giunga prima e ten richiegga,
Nulla dirai, che non appaia in cielo
La dodicesim'aurora; onde col pianto
Al suo bel corpo ella non rechi oltraggio.
  L'ottima vecchia il giuramento grande
Giur de' numi: e a lui vers ne' cavi
Otri, vers nell'anfore capaci
Le candide farine e il rosso vino.
Ei, nella sala un'altra volta entrato,
Tra i proci s'avvolgea: n in questo mezzo
Stavasi indarno la Tritonia Palla.
Vestite di Telemaco le forme,
Per tutto si mostrava ed appressava
Tutti, e loro ingiungea che al mare in riva
Si raccogliesser nottetempo, e il ratto
Legno chiedea di Fronio al figlio illustre,
A Noemn, cui non chiedealo indarno.
S'ascose il Sole, e in Itaca omai tutte
S'inombravan le vie. Minerva il ratto
Legno nel mar tir, l'arm di quanto
Soffre d'arnesi un'impalcata nave,
E al porto in bocca l'arrest. Frequenti
Si raccoglieano i remator forzuti
Sul lido, e inanimavali la dea
Dallo sguardo azzurrin, che altro disegno
Concep in mente. La magion d'Ulisse
Ritrova, e sparge su i beventi proci
Tal di sonno un vapor, che lor si turba
L'intelletto e confondesi, e di mano
Casca sul desco, la sonante coppa.
Sorse, e mosse ciascuno al proprio albergo,
N fu pi nulla del sedere a mensa:
Tal pondo stava sulle lor palpbre.
Ma l'occhiglauca dea, ripreso il volto
Di Mentore e la voce, e richiamato
Fuor del palagio il giovinetto, disse:
Telemaco, ciascun de' tuoi compagni,
Che d'egregi schinier veston le gambe,
Gi siede al remo, e, se tu arrivi, guarda.
  Ci detto, la via prese, ed il garzone
Seguitavane l'orme. Al mar calati,
Trovr sul lido i capelluti Achivi;
Cui di tal guisa favell la sacra
Di Telemaco possa: Amici, in casa
Quanto al cammin bisogna, unito giace:
Trasportarlo  mestieri. N la madre
Sa, n, fuor che una, il mio pensier le ancelle.
  Tacque, e loro entr innanzi; e quelli dietro
Teneangli. Indi con l'anfore e con gli otri,
Come d'Ulisse il caro figlio ingiunse,
Tornro, e il carco nella salda nave
Deposero. Il garzon sopra vi salse,
Preceduto da Pallade, che in poppa
S'assise; accanto ei le sedea: la fune
I remiganti sciolsero, e montro
La negra nave anch'essi, e i banchi empiero.
Tosto la dea dalle cerulee luci
Chiam di verso l'occidente un vento
Destro, gagliardo, che battendo venne
Su pel tremulo mar l'ale sonanti.
Mano, mano agli attrezzi, allor gridava
Telemaco; ov' l'albero? I compagni
L'udiro, e il grosso e lungo abete in alto
Drizzaro, e l'impiantaro entro la cava
Base, e di corda l'annodaro al piede:
Poi tiravano in su le bianche vele,
Con bene attorti cuoi. Gonfi nel mezzo
Le vele il vento; e forte alla carena
L'azzurro mar romoreggiava intorno,
Mentre la nave sino al fin del corso
Su l'elemento liquido volava.
Legati i remi del naviglio ai fianchi,
Incoronaro di vin maschio l'urne,
E a ciascun degli di sempre viventi
Libaro, ma pi a te, figlia di Giove,
Che le pupille di cilestro tingi.
Il naviglio correa la notte intera,
E del suo corso al fin giungea con l'alba.

LIBRO TERZO


  Uscito delle salse acque vermiglie,
Montava il sole per l'eterea volta
Di bronzo tutta, e in cielo ai di recava
Ed agli uomini il d su l'alma terra:
Quando alla forte Pilo, alla cittade
Fondata da Nelo, giunse la nave.
Stavano allor sagrificando i Pili
Tauri sul lido, tutti negri, al dio
Dai crini azzurri, che la terra scuote.
Nove d'uomini squadre, e in ogni squadra
Cinquecento seduti, e per ciascuna
Svenati nove buoi, di cui, gustate
Le interora, ardean le cosce al nume.
La nave intanto d'uguai fianchi armata,
Se ne vena dirittamente a proda.
  Le vele ammainr, pigliaro il porto,
Nel lido si gittaro. Ei pur gittossi
Telemaco, e Minerva il precedea,
La dea dagli occhi di ceruleo tinti,
Che gli accenti al garzon primiera volse:
Telemaco, depor tutta oggi  d'uopo
La pueril vergogna. Il mar passasti,
Ma per udir, dove s'asconda, e a quale
Destin soggiacque il generoso padre.
Su, dunque, dritto al domator t'avvia
Di cavalli Nestorre, onde si vegga
Quel ch'ei celato nella mente porta.
Il ver da lui, se tu nel chiedi, avrai:
Poich mentir non pu cotanto senno.
  Il prudente Telemaco rispose:
Mentore, per qual modo al rege amico
M'accoster? Con qual saluto? Esperto
Non sono ancor del favellar de' saggi:
N consente pudor, che a far parole
Cominci col pi vecchio il men d'etade.
  Ma di tal guisa ripigli la dea,
Cui cilestrino lume i rai colora:
Telemaco, di ci che dir dovrai,
Parte da s ti nascer nel core,
Parte nel cor la ti porranno i numi:
Ch a dispetto di questi in luce, io credo,
Non ti mand la madre, e non ti crebbe.
Cos parlando, frettolosa innanzi
Palla si mise, ed ei le andava dopo.
Fur tosto in mezzo all'assemblea de' Pil,
Ove Nestor sedea co' figli suoi,
Mentre i compagni, apparecchiando il pasto,
Altre avvampavan delle carni, ed altre
Negli spiedi infilzavanle. Adocchiati
Ebbero appena i forestier, che incontro
Lor si fero in un groppo, e gli abbracciro,
E a seder gl'invitaro. Ad appressarli
Pisistrato fu il primo, un de' figliuoli
Del re. Li prese ambi per mano, e in molli
Pelli, onde attappezzata era la sabbia,
Appo la mensa gli adagi tra il caro
Suo padre ed il germano Trasimede:
Delle viscere calde ad ambi porse;
E, rosso vin mescendo in tazza d'oro,
E alla gran figlia dell'Egoco Giove
Propinando: Stranier; dissele, or prega
Dell'acque il sir, nella cui festa, i nostri
Lidi cercando, t'abbattesti appunto.
Ma i libamenti, come pi s'addice,
Compiuti e i prieghi, del licor soave
Presenta il nappo al tuo compagno, in cui
Pur s'annida, cred'io, timor de' numi,
Quando ha mestier de' numi ogni vivente.
Meno ei corse di vita, e d'anni eguale
Parmi con me: quindi a te pria la coppa.
E il soave licor le pose in mano.
  Godea Minerva che l'uom giusto pria
Offerto il nappo d'oro avesse a lei,
E subito a Nettun cos pregava:
Odi, o Nettuno, che la terra cingi,
E questi voti appagar degna. Eterna
Gloria a Nestorre, ed a' suoi figli in prima
E poi grata mercede a tutti i Pili
Dell'inclita ecatombe. Al mio compagno
Concedi inoltre e a me, che, ci fornito
Perch venimmo, su le patrie arene
Con la negra torniam rapida nave.
  Tal supplicava, e adempiere intendea
Questi voti ella stessa. Indi al garzone
La bella offr gemina coppa e tonda,
Ed una egual preghiera il caro figlio
D'Ulisse alz. S'abbrustolaro intanto
Le pingui cosce, degli spiedi acuti
Si dispiccaro e si spartiro: al fine
L'alto si celebr prandio solenne.
Giunto al suo fin, cos principio ai detti
Dava il Gerenio cavalier Nestorre:
Gli ospiti ricercare allora  bello,
Che di cibi e di vini hanno abbastanza
Scaldato il petto e rallegrato il core.
Forestieri, chi siete? e da quai lidi
Prendeste a frequentar l'umide strade?
Trafficate voi forse? O v'aggirate,
Come corsali, che la dolce vita,
Per nuocere ad altrui, rischian sul mare?
  Telemaco, a cui Palla un nuovo ardire
Spir nel seno, acci del padre assente
Nestore interrogasse, e chiaro a un tempo
Di s spargesse per le genti il grido:
O degli Achei, rispose, illustre vanto,
Di satisfare ai desir tuoi son presto.
Giungiam dalla seduta a pie' del Neo
Itaca alpestre, ed  cagion privata
Che a Pilo ci men. Del padre io movo
Dietro alla fama, che riempie il mondo,
Del magnanimo Ulisse, onde racconta
Pubblica voce che i Troiani muri,
Combattendo con teco, al suol distese.
Degli altri tutti che co' Troi pugnaro,
Non ignoriam dove finiro i giorni.
Ma di lui Giove anco la morte volle
Nasconderci; n alcun sin qui poteo
Dir se in terra o sul mar, se per nemico
Brando incontrolla, o alle irate onde in grembo.
Eccomi or dunque alle ginocchia tue,
Perch tu la mi narri, o vista l'abbi
Con gli occhi propri, o dalle labbra udita
D'un qualche pellegrin; per che molto
Disventurato il partor la madre.
N timore, o piet, del palesarmi
Quanto sai, ti ritenga. Ah! se l'egregio
Mio padre in opra o in detto unqua ti feo
Bene o comodo alcun, l, ne' Troiani
Campi che tinse il vostro sangue, o Greci,
Tel rimembra ora, e non tacermi nulla.
  Ed il Gerenio cavalier Nestorre:
Tu mi ricordi, amico, i guai che molti
Noi, prole invitta degli Achei, patimmo,
O quando erranti per le torbid'onde
Ce ne andavam sovra le navi in traccia
Di preda, ovunque ci guidasse Achille;
O allor che pugnavam sotto le mura
Della cittade alta di Priamo, dove
Grecia quasi d'eroi spenta rimase.
L cadde Achille, e il marzale Aiace,
L Patroclo, nel senno ai di vicino;
Quell'Antiloco l, forte e gentile,
Mio diletto figliuol, che abil del pari
La mano ebbe ai conflitti, e al corso il piede.
Se tu, queste sciagure ed altre assai
Per ascoltar, sino al quint'anno e sesto
Qui t'indugiassi, dalla noia oppresso.
Leveresti di nuovo in mar le vele,
Ch'io non sarei del mio racconto a riva.
Nove anni, offese macchinando, a Troia,
Ci travagliammo intorno; e, bench ogni arte
Vi si adoprasse, d'espugnarla Giove
Ci consent nel decimo a fatica.
Duce col padre tuo non s'arda quivi
Di accorgimento gareggiar: cotanto
Per inventive Ulisse e per ingegni
Ciascun vincea. Certo gli sei tu figlio,
E me ingombra stupor, mentr'io ti guardo:
Ch i detti rassomigliansi, e ne' detti
Tanto di lui tenre uom, che d'etade
Minor tanto  di lui, vero non parmi.
L'accorto Ulisse ed io, n in parlamento
Mai, n in concilio, parlavam diversi;
Ma, d'una mente, con maturi avvisi,
Quel che dell'oste in pro tornar dovesse
Disegnavamo. Rovesciata l'alta
Citt di Priamo, e i Greci in su le ratte
Navi saliti, si divise il campo.
Cos piacque al Saturnio; e ben si vide
Da quell'istante, che un ritorno infausto
Ci destinava il correttor del mondo.
Senno non era, n giustizia in tutti:
Quindi il malanno che su molti cadde,
Per lo sdegno fatal dell'Occhiglauca,
Di forte genitor nata, che cieca
Tra i due figli d'Atro discordia mise.
A parlamento in sul cader del Sole
Chiamaro incauti, e contra l'uso, i Greci,
Che, intorbidati dal vapor del vino,
Gli Atridi ad ascoltar trassero in folla.
Menelao prescrivea che l'oste tutta
Le vele aprisse del ritorno ai venti;
Ma ritenerla in vece Agamennne
Bramava, e offrir sacre ecatombe, il fiero
Sdegno a placar dell'oltraggiata diva.
Stolto! che non sapea ch'erano indarno:
Quando per fumo d'immolati tori
Mente i numi non cangiano in un punto.
Cos, garrendo di parole acerbe,
Non si movean dal lor proposto. Intanto
Con insano clamor sorser gli Achivi
Ben gambierati; e l'un consiglio agli uni,
L'altro agli altri piacea. Funeste cose
La notte in mezzo al sonno agitavamo
Dentro di noi: che dal disastro il danno
Giove ci apparecchiava. Il d comparso,
Tirammo i legni, nel divino mare,
E su i legni velvoli le molte
Robe imponemmo e le altocinte schiave.
Se non che mezza l'oste appo l'Atrde
Agamennn rimanea ferma: l'altra
Dava ne' remi, e per lo mar pescoso,
Che Nettuno spian, correa veloce.
Tnedo preso, sagrific offrimmo,
Anelando alla patria: ma nemico
Dagli occhi nostri rimoveala Giove,
Che di nuovo part tra loro i Greci.
Alcuni che d'intorno erano al ricco
Di scaltrimenti Ulisse, e al re de' regi
Gratificar volean, torsero a un tratto
Le quinci e quindi remiganti navi:
Ma io de' mali che l'avverso nume
Divisava, m'accorsi e con le prore,
Che fide mi seguan, fuggii per l'alto.
Fugg di Tideo il bellicoso figlio,
Tutti animando i suoi. L'acque salate
Solc pi lento, e in Lesbo al fine il biondo
Menelao ci trov, che della via
Consigliavam; se all'aspra Chio di sopra,
Psiria lasciando dal sinistro lato,
O invece sotto Chio, lungo il ventoso
Mimanta, veleggiassimo. D'un segno
Nettun pregammo: ei mostr un segno e il mare
Noi fendemmo nel mezzo, e dell'Euba
Navigammo alla volta, onde con quanta
Fretta si potea pi, condurci in salvo.
Sorse allora e soffi stridulo vento,
Che volar per le nere onde, e notturni
Sorger ci feo sovra Geresto, dove
Sbarcammo, e al nume dagli azzurri crini,
Misurato gran mar, molte di tori
Cosce ponemmo in su la viva brace.
Gi il d quarto splendea, quando i compagni
Del prode ne' cavalli Domede
Le salde navi riposaro in Argo:
Ed io vr Pilo sempre il corso tenni
Con quel vento, cui pria mandato in poppa
M'aveano i numi, e che non mai s'estinse.
Cos, mio caro figlio, ignaro io giunsi,
N so nulla de' Greci o spenti o salvi.
Ci poi che intesi ne' miei tetti assiso,
Celare a te certo non vuolsi.  fama
Che felice ritorno ebber gli sperti
Della lancia Mirmdoni, che il degno
Figliuol guidava dell'altero Achille.
Felice l'ebbe Filottte ancora,
L'illustre prole di Peante. In Creta
Rimen Idomeno quanti compagni
Con la vita gli uscir fuori dell'arme:
Un sol non ne inghiott l'onda vorace.
D'Agamennn voi stessi, e come venne,
Bench lontani dimoriate, udiste,
E qual gli tram Egisto acerba morte.
Ma gi il fio ne pag. Deh quanto  bello
Che il figliuol dell'estinto in vita resti!
Quel dell'Atride vendicossi a pieno
Dell'omicida fraudolento e vile,
Che morto aveagli s famoso padre.
Quinci e tu, amico, per ch'io ti veggio
Di sembiante non men grande che bello,
Fortezza impara, onde te pure alcuno
Benedica di quei che un d vivranno.
  Nestore, degli Achei gloria immortale,
Telemaco riprese, ei vendicossi,
E al cielo i Greci innalzeranlo, e il nome
Nel canto se n'udr. Perch in me ancora
Non infuser gli di tanto di lena,
Che dell'onte de' proci e delle trame
Potessi a pieno ristorarmi anch'io?
Ma non a me, non ad Ulisse e al figlio
Tanta felicit dagl'immortali
Fu destinata, e tollerar m' forza.
  Poich tai mali, ripigli Nestorre
Mi riduci alla mente, odo la casa
Molti occuparti a forza, e insidarti,
Vagheggiatori della madre. Dimmi:
Volontario piegasti al giogo il collo?
O in odio, colpa d'un oracol forse,
I cittadini t'hanno? Ad ogni modo,
Chi sa che il padre ne' suoi tetti un giorno
Non si ricatti, o solo, o con gli Achivi
Tutti al suo fianco, di cotanti oltraggi?
Se te cos Pallade amasse come
A Troia, duol de' Greci, amava Ulisse
(S palese favor d'un nume, quale
Di Pallade per lui, mai non si vide)
Se ugual di te cura prendesse, ai proci
Della mente usciran le belle nozze.
  E d'Ulisse il figliuol: Tanto io non penso
Che s'adempia giammai. Troppo dicesti,
Buon vecchio, ed io ne maraviglio forte:
Ch ci bramar, non conseguir mi lice,
Non, se agli stessi di ci fosse in grado.
  Qual ti sentii volar fuori de' denti,
Telemaco, parola? allor soggiunse
La dea che lumi cilestrini gira.
Facile a un dio, sempre che il voglia, uom vivo
Ripatrar dai pi remoti lidi.
Io per me del ritorno anzi torrei
Scorgere il d dopo infiniti guai,
Che rieder prima, e nel suo proprio albergo
Cader, come d'Egisto, e dell'infida
Moglie per frode il miserando Atride.
La morte sola, comun legge amara,
Gli stessi di n da un amato capo
Distornarla potran, quandunque sopra
Gli venga in sua stagion l'apportatrice
Di lunghi sonni disamabil parca.
  E temo io ben, Telemaco rispose,
Che una morte crudel, non il ritorno,
Prefissa gli abbia, o Mentore, il destino.
Ma di questo non pi: bench agli afflitti
Parlare a un tempo e lagrimar sia gioia.
Io voglio d'altro dimandar Nestorre,
Che vede assai pi l d'ogni mortale,
E l'et terza, qual si dice, or regna,
Tal che mirare in lui sembrami un nume.
Figlio di Nleo, il ver, mi narra. Come
Chiuse gli occhi Agamnnone, il cui regno
Stendeasi tanto? Menelao dov'era?
Qual morte al sommo Agamennne orda
L'iniquo Egisto, che di vita uom tolse
Tanto miglior di s? Non era dunque
Nell'Argo Acaica Menelao? Ma forse
Lontano errava tra straniere genti,
E quei la spada, imbaldanzito, strinse?
  Ed il Gerenio cavalier Nestorre:
Figlio, quant'io dir, per certo il tieni.
Tu feristi nel segno. Ah! se l'illustre
Menelao biondo, poich apparve in Argo,
Nel palagio trovava Egisto in vita,
Non si spargea sul costui morto corpo
Un pugno scarso di cavata terra:
Fuor delle mura, sovra il nudo campo
Cani e augelli voravanlo, n un solo
Delle donne d'Acaia occhio il piangea.
Noi sotto Troia, travagliando in armi,
Passavam le giornate; ed ei, nel fondo
Della ricca di paschi Argo, tranquilla,
Con detti aspersi di dolce veleno
La moglie dell'Atride iva blandendo.
Rifuga prima dall'indegno fatto
La vereconda Clitennestra, e retti
Pensier nutra, standole a fianco il vate,
Cui di casta serbargliela l'Atride
Molto ingiungea, quando per Troia sciolse.
Ma sorto il d che cedere ad Egisto
La infelice dovea, quegli, menato
A un'isola deserta il vate in seno,
Col de' feri volator pastura
Lasciallo, e strazio: e ne' suoi tetti addusse,
Non ripugnante, l'infedel regina.
E molte cosce del cornuto armento
Su l'are il folle ardea, sospendea molti
Di drappi d'oro sfavillanti doni,
Compiuta un'opra che di trarre a fine
Speranza ebbe assai men, che non vaghezza.
Gi partiti di Troia, e d'amistade
Congiunti, battevam lo stesso mare
Menelao ed io: ma divenimmo al sacro
Promontorio d'Atene, al Sunio, appena,
Che il suo nocchier, che del corrente legno
Stava al governo, un'improvvisa uccise
Di Febo Apollo mansueta freccia,
L'Onetoride Fronte, uom senza pari
Co' marosi a combattere e co' venti.
L'Atride, bench in lui gran fretta fosse,
Si ferm al Sunio, ed il compagno pianse,
E d'esequie onorollo e di sepolcro.
Poi, rientrato in mare, e al capo eccelso
Giunto della Mala, cammin felice
Non gli don l'onniveggente Giove.
Venti stridenti e smisurati flutti,
Che ai monti non cedean, contro gli mosse,
E ne disgiunse i legni, e parte a Creta
Ne spinse, l 've albergano i Cidon,
Alle correnti del Giardano in riva.
Liscia e pendente sovra il fosco mare
Di Gortina al confin, sorge una rupe,
Contro alla cui sinistra, e non da Festo
Molto lontana punta, Austro i gran flutti
Caccia; li frange un piccoletto sasso.
L, percotendo, si fiaccaro i legni
Scampate l'alme a gran fatica, e sole
Cinque altre navi dall'azzurra prora,
Port sovra l'Egitto il vento e l'onda.
Mentre con queste Menelao tra genti
D'altra favella s'aggirava, e forza
Vi raccogliea di vettovaglia e d'oro,
Tutti ebbe i suoi desir l'iniquo Egisto:
Agamennne a tradimento spense,
Soggettossi gli Argivi, ed anni sette
Della ricca Micene il fren ritenne.
Ma l'ottavo anno ritorn d'Atene
Per sua sciagura il pari ai numi Oreste,
Che il perfido assassin del padre illustre
Spogli di vita, e la funbre cena
Agli Argivi imband, per l'odosa
Madre non men, che per l'imbelle drudo.
Lo stesso giorno Menelao comparve,
Tanta ricchezza riportando seco,
Che del pondo gemean le stanche navi.
Figlio, non l'imitar, non vagar troppo,
Lasciando in preda le sostanze ai proci,
Che ci tra lor che non avran consunto,
Partansi, e il vaggiar ti torni danno.
Se non ch'io bramo, anzi t'esorto e stringo,
Che il re di Sparta trovi. Ei test giunse,
Donde altri, che in quel mar furia di crudo
Vento cacciasse, perderia la speme
Di rieder pi: mar cos immenso e orrendo,
Che nel giro d'un anno augel nol varca.
Hai nave ed hai compagni. E se mai fosse
Pi di tuo grado la terrestre via,
Cocchio io darotti e corridori, e i miei
Figli, che guideranti alla divina
Sparta, ove il biondo Menelao soggiorna.
Pregalo, e non temer che le parole 
Re s prudente di menzogna involva.
  Disse; e tramont il Sole, e buio venne.
Qui la gran diva dal ceruleo sguardo
Si frappose cos: Buon vecchio, tutto
Dicesti rettamente. Or via, le lingue
Taglinsi, e di licor s'empian le tazze.
Poscia, fatti a Nettuno e agli altri numi
I libamenti, si procuri ai corpi
Riposo e sonno, come il tempo chiede.
Gi il sol s'ascose, e non s'addice al sacro
Troppo a lungo seder prandio solenne.
  Cos Palla, n indarno. Acqua gli araldi
Dier subito alle man, di vino l'urne
Coronaro i donzelli, ed il recaro,
Con le tazze, augurando, a tutti in giro.
I convitati s'alzano, e le lingue
Gittan sul fuoco, e libano. Libato
Ch'ebbero, e a voglia lor tutti bevuto,
Palla e d'Ulisse il deiforme figlio
Ritirarsi voleano al cavo legno.
Ma Nestore fermolli, e con gentile
Corruccio: Ah! Giove tolga, e gli altri, disse,
Non morituri di, ch'ire io vi lasci,
Qual tapino mortale, a cui la casa
Di vestimenti non abbonda e coltri,
Ove gli ospiti suoi, non ch'egli, avvolti
Mollemente s'addormino. Credete
Che a me vesti non sieno e coltri belle?
No; su palco di nave il figlio caro
Di cotant'uom non giacer, me vivo,
E vivo un sol de' figli miei, che quanti
Verranno alle mie case ospiti accolga.
  O vecchio amico, replic la diva
Cui sfavilla negli occhi azzurra luce,
Motto da te non s'ode altro che saggio.
Telemaco, ubbidire io ti consiglio.
Che meglio puoi? Te dunque, o Nestor, siegua
E s'adagi in tua casa. Io vr la nave
A confortar rivolgomi, e di tutto
Gli altri a informar: per ch'io tutti vinco
Que' giovani d'et, che non maggiori
Di Telemaco sono, e accompagnarlo
Voller per amistade. In sul naviglio
Mi stender: ma, ricomparsa l'alba,
Ai Caucni magnanimi non lieve
Per ricevere andr debito antico.
E tu questo garzon, che a te drizzossi,
Nel cocchio manda con un figlio, e al cocchio
De' corridori, che in tue stalle nutri,
I pi ratti gli accoppia e pi gagliardi.
  Qui fine al dir pose la dea, cui ride
Sotto le ciglia un azzurrino lume,
E si lev com'aquila, e svano.
Stup chiunque v'era, ed anco il veglio,
Visto il portento, s'ammirava; e, preso
Telemaco per man, nomollo e disse:
Ben conosc'ora che dappoco e imbelle,
Figliuol mio, non sarai, quando compagni
Cos per tempo ti si fanno i numi.
Degli abitanti dell'Olimpie case
Chi altri esser pora che la pugnace
Figlia di Giove, la Tritonia Palla,
Che l'egregio tuo padre in fra gli Achivi
Favor ognor? Propizia, o gran regina,
Guardami, e a me co' figli e con la casta
Consorte gloria non vulgar concedi.
Giovenca io t'offrir di larga fronte,
Che vide un anno solo, e al giogo ancora
Non sottopose la cervice indoma.
Questa per te cadr con le vestite
Di lucid'oro giovinette corna.
  Tal supplicava, e l'ud Palla. Quindi
Generi e figli al suo reale ostello
Nestore precedea. Giunti, posaro
Su gli scanni per ordine e su i troni.
Il re canuto un prezoso vino,
Che dalla scoverchiata urna la fida
Custode attinse nell'undecim'anno,
Lor mescea nella coppa, e alla possente
Figlia libava dell'Egoco Giove,
Supplichevole orando. E gli altri ancora
Libaro, e a voglia lor bevvero. Al fine
Trasser, per chiuder gli occhi, ai tetti loro.
Ma nella sua magione il venerato
Nestore vuol che del divino Ulisse
La cara prole, in traforato letto
Sotto il sonante portico, s'addorma;
E accanto a lui Pisistrato, di gente
Capo, e il sol de' figliuoi che sin qui viva
Celibe vita. Ei del palagio eccelso
Si corc nel pi interno; e la reale
Consorte il letto prepargli e il sonno.
  Tosto che del mattin la bella figlia
Con le dita rosate in cielo apparve,
Surse il buon vecchio, usc del tetto, e innanzi
S'assise all'alte porte, in sui politi
Bianchi e d'unguento luccicanti marmi,
Su cui sedea par nel consiglio ai numi
Nelo, che, vinto dal destin di morte,
Nelle case di Pluto era gi sceso.
Nestore allora, guardan de' Greci,
Lo scettro in man, sedeavi. I figli, usciti
Di loro stanza maritale anch'essi,
Frequenti al vecchio si stringeano intorno,
Echefrne, Perso, Strazio ed Areto,
E il nobil Trasimede, a cui s'aggiunse
Sesto l'eroe Pisistrato. Menaro
D'Ulisse il figlio deforme, e al fianco
Collocrlo del padre, che le labbra
In queste voci apr: Figli diletti,
Senza dimora il voler mio fornite.
Prima tra i numi l'Atena Minerva
Non degg'io venerar, che nel solenne
Banchetto sacro manifesta io vidi?
Un di voi dunque ai verdi paschi vada,
Perch tirata dal bifolco giunga
Ratto la vaccherella. Un altro mova
Dell'ospite alla nave e, salvo due,
Tutti i compagni mi conduca. E un terzo
Laerce chiami, l'ingegnoso mastro,
Della giovenca ad inaurar le corna.
Gli altri tre qui rimangano, e all'ancelle
Faccian le mense apparecchiar, sedili
Apportar nel palagio, e tronca selva,
E una pura dal fonte acqua d'argento.
  Non indarno ei parl. Venne dal campo
La giovinetta fera, e dalla nave
Dell'ospite i compagni; il fabbro venne
Tutti recando gli strumenti e l'armi,
L'incude, il buon martello e le tanaglie
Ben fabbricate, con che l'r domava:
N ai sacrifici suoi manc la diva.
Nestore di il metallo; e il fabbro, come
Domato l'ebbe, ne vest le corna
Della giovenca, acciocch Palla, visto
Quel fulgor biondo, ne gioisse in core.
Per le corna la vittima Echefrne
Guidava, e Strazio: dalle stanze Arto
Purissim'onda in un bacile, a vaghi
Fiori intagliato, d'una man portava,
Orzo dell'altra in bel canestro e sale;
Il bellicoso Trasimede in pugno
Stringea l'acuta scure, che sul capo
Scender della vittima; ed il vaso,
Che il sangue raccorr, Perseo tenea.
Ma de' cavalli il domator, l'antico
Nestore, il rito cominci: le mani
S'asterse, sparse il salat'orzo, e a Palla
Pregava molto, nell'ardente fiamma
Le primizie gittando, i peli svelti
Dalla vergine fronte. Alla giovenca
S'accost il forte Trasimede allora
E con la scure acuta, onde colpilla,
Del collo i nervi le recise, e tutto
Svigor il corpo: supplicanti grida
Figliuole alzaro, e nuore e la pudica
Di Nestor donna Euridice, che prima
Di Climn tra le figlie al mondo nacque;
Poi la buessa, che giacea, di terra
Sollevr nella testa, e in quel che lei
Reggean cos, Pisistrato scannolla.
Sgorgato il sangue nereggiante e scorso,
E abbandonate dallo spirto l'ossa,
La divisero in fretta: ne tagliaro
Le intere cosce, qual comanda il rito,
Di doppio le covriro adipe, e i crudi
Brani vi adattr sopra. Ardeale il veglio
Su gli scheggiati rami, e le spruzzava
Di rosso vin, mentre abili donzelli
Spiedi tenean di cinque punte in mano.
Arse le cosce e i visceri gustati,
Minuti pezzi fer dell'altro corpo,
Che rivolgeano ed arrostano infissi
Negli acuti schidoni. Policasta,
La minor figlia di Nestorre, intanto
Telemaco lav, di bionda l'unse
Liquida oliva, e gli vest una fina
Tunica e un ricco manto; ed egli emerse
Fuor del tepido bagno, agl'Immortali
Simile in volto, e a Nestorre avviossi,
Pastor di genti, e gli s'assise al fianco.
  Abbrostite le carni ed imbandite,
Sedeansi a banchettar: donzelli esperti
Sorgeano, e pronti di vermiglio vino
Ricolmavan le ciotole dell'oro.
Ma poich spenti i naturali fro
Della fame desiri e della sete,
Parl in tal guisa il cavalier Nestorre:
Miei figli, per Telemaco, su via,
I corridori dal leggiadro crine
Giungete sotto il cocchio. Immantinente
Quelli ubbidiro, e i corridor veloci
Giunser di fretta sotto il cocchio, in cui
Candido pane e vin purpureo e dapi,
Quai costumano i re, di Giove alunni,
La veneranda dispensiera pose.
Telemaco sal, sal l'ornata
Biga con lui Pisistrato, di gente
Capo, e accanto assettossigli; e, le briglie
Nella man tolte, con la sferza al corso
I cavalli eccit, che alla campagna
Si gittr lieti: de' garzoni agli occhi
Di Pilo s'abbassavano le torri.
Squassavano i destrier tutto quel giorno
Concordi il giogo ch'era lor sul collo.
Tramont il Sole, ed imbrunan le strade:
E i due giovani a Fera, e alla magione
Di Diocle arrivr, del prode figlio
Di Orsloco d'Alfo, dove riposi
Ebber tranquilli ed ospitali doni.
  Ma come del mattin la bella figlia
Comparve in ciel con le rosate dita,
Aggiogaro i cavalli, e la fregiata
Biga salro, e del vestibol fuori
La spinsero, e del portico sonante.
Scosse la sferza il Nestorde, e quelli
Lietamente volaro. I pingui campi,
Di ricca messe biondeggianti, indietro
Fuggan l'un dopo l'altro; e s veloci
Gli allenati destrier movean le gambe,
Che l'Itacense e il Pilese al fine
Del vaggio pervennero, che d'ombra,
Il sol caduto, si copra la terra.


LIBRO QUARTO


  Giunsero all'ampia, che tra i monti giace,
Nobile Sparta, e le regali case
Del gloroso Menelao trovaro.
Questi del figlio e della figlia insieme
Festeggiava quel d le doppie nozze,
E molti amici banchettava. L'una
Speda d'Achille al bellicoso figlio,
Cui promessa l'avea sott'Ilio un giorno,
Ed or compieano il maritaggio i numi:
Quindi cavalli e cocchi alla famosa
Cittade de' Mirmdoni condurla
Doveano, e a Pirro che su lor regnava.
E alla figlia d'Alettore Spartano
L'altro, il gagliardo Megapente, unia,
Che d'una schiava sua tardi gli nacque:
Poich ad Elna gl'immortali di
Prole non concedean dopo la sola
D'amor degna Ermione, a cui dell'aurea
Venere la belt splendea nel volto.
  Cos per l'alto spazoso albergo
Rallegravansi, assisi a lauta mensa,
Di Menelao gli amici ed i vicini;
Mentre vate divin tra lor cantava,
L'argentea cetra percotendo, e due
Danzatori agilissimi nel mezzo
Contempravano al canto i dotti salti.
  Nell'atrio intanto s'arrestaro i figli
Di Nestore e d'Ulisse. Eteono,
Un vigil servo del secondo Atride,
Primo adocchiolli, e con l'annunzio corse
De' popoli al pastore, ed all'orecchio
Gli sussurr cos: Due forestieri
Nell'atrio, o Menelao, di Giove alunno,
Coppia d'eroi, che del Saturnio prole
Sembrano in vista. Or di': sciorre i cavalli
Dobbiamo, o i forestieri a un altro forse
Mandar de' Greci, che gli accolga e onori?
  D'ira infiammossi, e in cotal guisa il biondo
Menelao gli rispose: O di Bote
Figliuolo, Eteono, tu non sentivi
Gi dello scemo negli andati tempi,
E or sembri a me bamboleggiar co' detti.
Non ti sovvien quante ospitali mense
Spogliammo di vivande, anzi che posa
Qui trovassimo al fin, se pur vuol Giove
Privilegiar dopo cotante pene
La nostra ultima et? Sciogli i cavalli,
E al mio convito i forestier conduci.
  Ratto fuor della stanza Eteono
Lanciossi; e tutti a s gli altri chiamava
Fidi conservi. Distaccaro i forti
Di sotto il giogo corridor sudanti,
E al presepe gli avvinsero, spargendo
Vena soave di bianc'orzo mista,
E alla parete lucida il vergato
Cocchio appoggiro. Indi per l'ampie stanze
Guidaro i novelli ospiti, che in giro
D'inusitata maraviglia carche
Le pupille movean: per che grande
Gettava luce, qual di Sole o Luna,
Del gloroso Menelao la reggia.
Del piacer saz, che per gli occhi entrava,
Nelle terse calr tepide conche;
E come fur dalle pudiche ancelle
Lavati, di biond'olio unti e di molli
Tuniche cinti e di vellosi manti,
Si collocaro appo l'Atride. Quivi
Solerte ancella da bell'auro vaso
Nell'argenteo bacile un'onda pura
Versava, e stendea loro un liscio desco,
Su cui la saggia dispensiera i pani
Venne ad impor bianchissimi, e di pronte
Dapi serbate generosa copia;
E d'ogni sorta carni in larghi piatti
Rec l'abile scalco, e tazze d'oro.
Il re, stringendo ad ambidue la mano:
Pasteggiate, lor disse, ed alla gioia
Schiudete il cor: poscia, chi siete, udremo.
De' vostri padri non s'estinse il nome,
E da scettrati re voi discendete.
Piante cotali di radice vile,
Sia loco al vero, germogliar non ponno.
  Detto cos, l'abbrustolato tergo
Di pingue bue, che ad onor grande innanzi
Messo gli avean, d'in su la mensa tolse,
E innanzi il mise agli ospiti, che pronte
Steser le mani all'imbandita fera.
Ma de' cibi il desir pago e de' vini,
Telemaco, piegando in vr l'amico,
S che altri udirlo non potesse, il capo,
Tale a lui favell: Mira, o diletto
Dell'alma mia, figlio di Nestor, come
Di rame, argento, avorio, elettro ed oro
L'echeggiante magion risplende intorno!
S fatta, io credo,  dell'Olimpio Giove
L'aula di dentro. Oh gl'infiniti oggetti!
Io maraviglio pi, quanto pi guardo.
  L'intese il re di Sparta, e ad ambo disse:
Figliuoli miei, chi gareggiar mai puote
De' mortali con Giove? Il suo palagio,
Ci ch'ei dentro vi serba, eterno  tutto.
Quanto all'umana stirpe, altri mi vinca
Di beni, o ceda; io so che, molti affanni
Durati e molto navigato mare,
Queste ricchezze l'ottavo anno addussi.
Cipro, vagando, e la Fenicia io vidi,
E ai Sidon, agli Egiz e agli Etpi
Giunsi, e agli Erembi, e in Libia, ove le agnelle
Figlian tre volte nel girar d'un anno,
E spuntan ratto a gli agnellin le corna;
N signore o pastor giammai difetto
Di carne pate, o di rappreso latte,
Ridondando di latte ognora i vasi.
Mentr'io vagava qua e l, tesori
Raccogliendo, il fratello altri m'uccise
Di furto, all'improvvista, e per inganno
Della consorte maladetta: quindi
Non lieto io vivo a questi beni in grembo.
Voi, quai sieno, ed ovunque, i padri vostri,
Tanto dalla lor bocca udir doveste.
Che non soffersi? Ruinai dal fondo
Casa di ricchi arredi e d'agi colma;
Onde piacesse ai di che sol rimasta
Mi fosse in man delle tre parti l'una,
E spirasser le vive aure que' prodi
Che, lungi dalla verde Argo ferace,
Ne' lati campi d'Iln perro!
Tutti io li piango, e li sospiro tutti,
Standomi spesso ne' miei tetti assiso,
E or mi pasco di cure, or nuovamente
Piglio conforto; che non puote a lungo
Viver l'uom di tristezza, e al fin molesto
Torna quel pianto che fu in pria s dolce.
Pure io di tutti in un cos non m'ango,
E m'ango assai, come d'un sol che ingrato
Mi rende, ove a lui penso, il cibo e il sonno:
Poich Greco nessuno in tutta l'oste
O il bene oprando, o sostenendo il male,
Pareggi Ulisse. Ma dispose il fato
Ch'ei tormentasse d'ogni tempo, e ch'io
Mesti per sua cagion traessi i giorni,
Io, che nol veggio da tanti anni, e ignoro
Se viva, o morto giaccia. Il piange intanto
Laerte d'et pieno, e la prudente
Penelope e Telemaco, che il padre
Lasci lattante ne' suoi dolci alberghi.
  Disse; e di pianto subitana voglia
Risvegliossi in Telemaco, che a terra
Mand lagrime gi dalle palpbre,
Del padre udendo, ed il purpureo manto
Con le mani s'alz dinanzi al volto.
Menelao ben comprese; e se a lui stesso
Lasciar nomare il padre, o interrogarlo
Dovesse pria, n serbar nulla in petto,
S e no tenzonavangli nel capo.
  Mentre cosi fra due stava l'Atride,
Elena dall'eccelsa e profumata
Sua stanza venne con le fide ancelle,
Che Diana parea dall'arco d'oro.
Bel seggio Adrasta avvicinolle, Alcippe
Tappeto in man di molle lana, e Filo
Panier recava di forbito argento,
Don gi d'Alcandra, della moglie illustre
Del fortunato Plibo, che i giorni
Nella ricca menava Egizia Tebe.
A Menelao due conche argentee, due
Trpodi e dieci aurei talenti ei diede.
Ma la consorte ornar d'eletti doni
Elena volle a parte: una leggiadra
Conocchia d'r le porse, ed il paniere
Ritondo sotto, e di forbito argento,
Se non quanto le labbra oro guerna.
Questo ricolmo di sudato stame
L'ancella Filo le recava, e sopra
Vi riposava la conocchia, a cui
Fini si ravvolgean purpurei velli.
  Ella raccolta nel suo seggio, e posti
Sul polito sgabello i molli piedi,
Con questi accenti a Menelao si volse:
Sappiam noi, Menelao di Giove alunno,
Chi siano i due che ai nostri tetti entraro?
Parlar m' forza, il vero o il falso io dica:
Per ch'io mai non vidi, e grande tiemmi
Nel veder maraviglia, uomo n donna
Cos altrui somigliar, come d'Ulisse
somigliar dee questo garzone al figlio,
Ch'era bambino ancor, quando per colpa
Ahi! di me svergognata, o Greci, a Troia
Giste, accendendo una s orrenda guerra.
  Tosto l'Atride dalla bionda chioma:
Ci che a te, donna, a me pur sembra. Quelle
Son d'Ulisse le mani, i pi son quelli,
E il lanciar degli sguardi, e il capo e il crine.
Io, l'Itacese rammentando, i molti
Dicea disagi ch'ei per me sostenne;
E il giovane piovea lagrime amare
Gi per le guance, e col purpureo manto,
Che alz ad ambe le man, gli occhi celava.
  E Pisistrato allor: Nato d'Atro,
Di Giove alunno, condottier d'armati,
Eccoti appunto di quel grande il figlio.
Ma verecondo per natura, e giunto
Novellamente, gli parrebbe indegno
Te delle voci tue fermar nel corso,
Te, di cui, qual d'un dio, ci beano i detti.
Nestore, il vecchio genitor, compagno
Mi fece a lui, che rimirarti in faccia
Bramava forte, onde poter dell'opra
Giovarsi, o almen del tuo consiglio. Tutti
Que' guai che un figliuol soffre, a cui lontano
Dimora il padre, n d'altronde giunge
Sussidio alcun, Telemaco li prova.
Il genitor gli falla, e non gli resta
Chi dal suo fianco la sciagura scacci.
  Numi! riprese il re dai biondi crini,
Tra le mie stesse mura il figlio adunque
D'uomo io veggio amicissimo, che sempre
Per me s'espose ad ogni rischio? Ulisse
Ricettare io pensava entro i miei regni,
Io carezzarlo sovra tutti i Greci,
Se ad ambo ritornar su i cavi legni
L'Olimpio dava onniveggente Giove.
Una io cedere a lui delle vicine
Volea cittade Argive, ov'io comando,
E lui chiamar, che dai nativi sassi
D'Itaca in quella mia, ch'io prima avrei
D'uomini vta e di novelli ornata
Muri e palagi, ad abitar venisse
Col figlio, le sostanze e il popol tutto.
Cos, vivendo sotto un cielo, e spesso
L'un l'altro visitando, avremmo i dolci
Frutti raccolti d'amist s fida,
N l'un dall'altro si sara disgiunto
Che steso non si fosse il negro velo
Di morte sovra noi. Ma un tanto bene
Giove c'invid, cui del ritorno
Piacque fraudar quell'infelice solo.
  Sorse in ciascuno a tai parole un vivo
Di lagrime deso. Piangea la figlia
Di Giove, l'Argiva Elena, piangea
D'Ulisse il figlio ed il secondo Atride,
N asciutte avea Pisistrato le guance,
Che il fratello incolpabile, cui morte
Di dell'Aurora la famosa prole,
Tra s membrava, e che tai detti sciolse:
Atride, il vecchio Nestore mio padre
Te di prudenza singolar lodava,
Sempre che in mezzo al ragionare alterno
Il tuo nome vena. Fa', se di tanto
Pregarti io posso, oggi a mio senno. Poco
Me dilettan le lagrime tra i nappi.
Ma del mattin la figlia il nuovo giorno
Ricondurr; n mi fia grave allora
Pianger chunque al suo destin soggiacque;
Ch solo un tale onore agl'infelici
Defunti avanza, che altri il crin si tronchi,
E alle lagrime giuste allarghi il freno.
Anco a me tolse la rea Parca un frate,
Che l'ultimo non fu dell'oste Greca.
Tu il sai, che il conoscesti. Io n vederlo
Potei, n a lui parlar: ma udii che Antiloco
Su tutti si mostr gli emuli suoi
Veloce al corso, e di sua man gagliardo.
  E Menelao dai capei biondi: Amico,
L'uom pi assennato e in pi matura etade,
Che non  questa tua, n pensamenti
Diversi avra, n detti; e ben si pare
Agli uni e agli altri da chi tu nascesti.
Ratto la prole d'un eroe si scorge,
Cui del natale al giorno, e delle nozze
Destin Giove un fortunato corso,
Come al Nelde, che invecchiare ottenne
Nel suo palagio mollemente, e saggi
Figli mirar, non che dell'asta dotti.
Dunque, sbandito dalle ciglia il pianto,
Si ripensi alla cena, e un'altra volta
La pura su le mani onda si sparga.
Sermoni alterni anche al novello sole
Fra Telemaco e me correr potranno.
  Disse; ed Asfalone, un servo attento,
Spargea su le man l'onda, e i convitati
Nuovamente cibavansi. Ma in altro
Pensiero allora Elena entr. Nel dolce
Vino, di cui bevean, farmaco infuse
Contrario al pianto e all'ira, e che l'obblo
Seco inducea d'ogni travaglio e cura.
Chunque misto col vermiglio umore
Nel seno il ricev, tutto quel giorno
Lagrime non gli scorrono dal volto,
Non, se la madre o il genitor perduto,
Non, se visto con gli occhi a s davante
Figlio avesse o fratel di spada ucciso.
Cotai la figlia dell'Olimpio Giove
Farmachi insigni possedea, che in dono
Ebbe da Polidamna, dalla moglie
Di Tone nell'Egitto, ove possenti
Succhi diversi la feconda terra
Produce, quai salubri e quai mortali;
Ed ove, pi che i medicanti altrove,
Tutti san del guarir l'arte divina,
Siccome gente da Pen discesa.
Il nepente gi infuso, e a' servi imposto
Versar dall'urne nelle tazze il vino,
Ella cos parl: Figlio d'Atro,
E voi, d'eroi progenie, i beni e i mali
Manda dall'alto alternamente a ognuno
L'onnipossente Giove. Or pasteggiate
Nella magione assisi, e de' sermoni
Piacer prendete in pasteggiando, mentre
Cose io racconto, che saranno a tempo.
Non gi ch'io tutte le fatiche illustri
Ricordar sol del pazente Ulisse
Possa, non che narrarle: una io ne scelgo,
Che a Troia, onde gran duol venne agli Argivi,
L'uom forte imprese e a fin condusse. Il corpo
Di sconce piaghe afflisse, in rozzi panni
S'avvolse, e penetr nella nemica
Cittade, occulto e di mendco e schiavo
Le sembianze portando, ei che de' Greci
S diverso appara lungo le navi.
Tal si gitt nella Troiana terra,
N conoscealo alcuno. Io fui la sola
Che il ravvisai sotto l'estranie forme,
E tentando l'andava; ed ei pur sempre
Da me schermasi con l'usato ingegno.
Ma come asperso d'onda, unto d'oliva
L'ebbi, e di veste cinto, ed affidato
Con giuramento, che ai Troiani primo
Non manifesterei, che alle veloci
Navi non fosse, ed alle tende giunto,
Tutta ei m'aperse degli Achei la mente.
Quindi, passati con acuta spada
Molti petti nemici, all'oste Argiva
Col vanto si rend d'alta scaltrezza.
Stridi mettean le donne Iliache ed urli:
Ma io gioa tra me; ch gli occhi a Sparta
Gi rivolgeansi e il core, e da me il fallo
Si piagneva, in cui Venere mi spinse,
Quando staccommi dalla mia contrada,
Dalla dolce figliuola, e dal pudco
Talamo e da un consorte, a cui, saggezza
Si domandi o belt, nulla mancava.
  Tutto, l'Atride dalla crcea chioma,
Dicesti, o donna, giustamente. Io terra
Molta trascorsi, e penetrai col guardo
Di molti eroi nel sen: ma pari a quella
Del pazente Ulisse alma io non vidi.
Quel che opr, basti, e che sostenne in grembo
Del cavallo intagliato, ove sedea,
Strage portando ad Ilio, il fior de' Greci.
Sospinta, io credo, da un avverso nume,
Cui la gloria de' Teucri a core stava,
L tu giungesti, e uguale a un dio nel volto
Su l'orme tue Defobo vena.
Ben tre fiate al cavo agguato intorno
T'aggirasti; e il palpavi, e a nome i primi
Chiamavi degli Achei, contraffacendo
Delle lor donne le diverse voci.
Nel mezzo assisi io, Diomede e Ulisse
Chiamar ci udimmo; e il buon Tidde ed io
Ci alzammo, e di scoppiar fuor del cavallo,
O dar risposta dal profondo ventre,
Ambo presti eravam: ma nol permise,
E, bench ardenti, ci contenne Ulisse.
Taceasi ogni altro, fuorch il solo Anticlo,
Che risponder voleati, e Ulisse tosto
La bocca gli calc con le robuste
Mani inchiodate, n cess, che altrove
Te rimenato non avesse Palla.
S di tutta la Grecia ei fu salute.
  E ci la doglia, o Menelao, m'accresce,
Ripigliava il garzone. A che gli valse
Tanta virt se non potea da morte
Difenderlo, non che altro, un cor di ferro?
Ma deh! piacciavi omai che ritroviamo
Dove posarci, acci su noi del sonno
La dolcezza ineffabile discenda.
S disse; e l'Argiva Elena all'ancelle
I letti apparecchiar sotto la loggia,
Belle gittarvi porporine coltri,
E tappeti distendervi, e ai tappeti
Manti vellosi sovrapporre, ingiunse.
Quelle, tenendo in man lucide faci,
Usciro, e i letti apparecchiaro: innanzi
Movea l'araldo, e gli ospiti guidava.
Cos nell'atrio s'adagiaro entrambi:
Nel pi interno corcavasi l'Atride,
E la divina tra le donne Elna
Il sinuoso peplo, ond'era cinta,
Depose, e giacque del consorte a lato.
  Ma come del mattin la bella figlia
Rabbell il ciel con le rosate dita,
Menelao sorse, rivestissi, appese
Per lo pendaglio all'omero la spada,
E i bei calzar sotto i pi molli avvinse:
Poi, somigliante nell'aspetto a un nume,
Lasci la stanza rapido, e s'assise
Di Telemaco al fianco; e: Qual, gli disse,
Cagione a Sparta, su l'immenso tergo
Del negro mar, Telemaco, t'addusse?
Pubblico affare, o tuo? Schietto favella.
  E in risposta il garzon: Nato d'Atro,
Per risaper del genitore io venni.
In dileguo ne van tutti i miei beni,
Colpa una gente nequitosa e audace,
Che gli armenti divorami e le gregge,
E ingombra sempre il mio palagio, e anela
Della madre alle nozze. Io quindi abbraccio
Le tue ginocchia, e da te udir m'aspetto,
O visto, o su le labbra inteso l'abbi
D'un qualche vandante, il triste fine
Del padre mio, che sventurato assai
Della sua genitrice usc dal grembo.
N timore o piet cos t'assalga,
Che del ver parte ti rimanga in core.
Venne mai dal mio padre in opra o in detto,
Bene o comodo a te, l ne' Troiani
Campi del sangue della Grecia tinti?
Ecco di rimembrarlo, Atride, il tempo.
  Trasse il Monarca, dai capei di croco,
Un profondo sospiro, e: Ohim, rispose,
Volean d'un eroe dunque uomini imbelli
Giacer nel letto? Qual se incauta cerva
I cerbiatti suoi teneri e lattanti
Deposti in tana di leon feroce,
Cerca, pascendo, i gioghi erti e l'erbose
Valli profonde; e quel feroce intanto
Riede alla sua caverna, e morte ai figli
Porta, e alla madre ancor: non altrimenti
Porter morte ai concorrenti Ulisse.
E oh piacesse a Giove, a Febo e a Palla,
Che qual si lev un d contra il superbo
Filomelde nella forte Lesbo,
E tra le lodi degli Achivi a terra
Con mano invitta, lotteggiando, il pose,
Tal costoro affrontasse! Amare nozze
Foran le loro, e la lor vita un punto.
Quanto a ci che mi chiedi, io tutte intendo
Schiettamente narrarti, e senza inganno,
Le arcane cose ch'io da Proteo appresi,
Dal marino vecchion, che mai non mente.
  Me, che alla patria ritornar bramava,
Presso l'Egitto ritenean gli di,
Perch onorati io non gli avea di sacre
Ecatombi legittime; ch sempre
L'oblio de' lor precetti i numi offese.
Giace contra l'Egitto e all'onde in mezzo
Un'isoletta che s'appella Faro,
Tanto lontana, quanto correr puote,
Per un intero d concavo legno,
Cui stridulo da poppa il vento spiri.
Porto acconcio vi s'apre, onde il nocchiero,
Poscia che l'acqua non salata attinse,
Facilmente nel mar vara la nave.
L venti d mi ritenean gli di:
N delle navi i condottieri amici
Comparver mai su per l'azzurro piano,
Le immobili acque ad increspar col fiato.
E gi con le vivande anco gli spirti
Per fermo ci fallan, se una dea, fatta
Di me pietosa, non m'apra lo scampo.
Idota, del marin vecchio la figlia,
Cui fieramente in sen l'alma io commossi,
Occorse a me, che solitario errava,
Mentre i compagni dalla fame stretti
Giravan l'isoletta, ed i ricurvi
Ami gettavan qua e l nell'onde.
"Forestier", disse, come fu vicina,
"Sei tu del senno e del giudicio in bando,
O degli affanni tuoi prendi diletto,
Che cos, a un ozio volontario in preda,
Nell'isola t'indugi, e via non trovi
D'uscirne mai? Langue frattanto il core
De' tuoi compagni, e si consuma indarno".
"O qual tu sii delle immortali Dive,
Credi", io le rispondea, "che da me venga
Cos lungo indugiar? Vien dai beati,
Del vasto cielo abitatori eterni,
Ch'io temo aver non leggiermente offesi.
Deh, poich nulla si nasconde ai numi,
Dimmi, qual  di lor che qui m'arresta,
E il mar pescoso mi rinserra intorno".
  E repente la dea: "Forestier, nulla
Celarti io ti prometto. Il non bugiardo
Soggiorna in queste parti Egizio veglio,
L'immortal PrOteo, mio creduto padre,
Che i fondi tutti del gran mar conosce,
E obbedisce a Nettuno. Ei del vIaggio
Ti mostrer le strade, e del ritorno,
Dove, stando in agguato, insignorirti
Di lui tu possa. E quello ancor, se il brami,
Saprai da lui, che di felice o avverso
Nella casa t'entr, finch lontano
Per vie ne andavi perigliose e lunghe".
"Ma tu gli agguati", io replicai, "m'insegna,
Ond'io cos improvviso a Proteo arrivi,
Ch'ei non mi sfugga dalle mani. Un nume
Difficilmente da un mortal si doma".
  "Questo avrai pur da me", la dea riprese.
Come salito a mezzo cielo  il sole,
S'alza il vecchio divin dal cupo fondo,
E uscito dalla bruna onda, che il vento
Occidentale increspagli sul capo,
S'adagia entro i suoi cavi antri, e s'addorme
E spesse a lui dormon le foche intorno,
Deforme razza di Alosidna bella,
Gi pria dell'onda uscite, e il grave odore
Lunge spiranti del profondo mare.
Io te l guider, te acconciamente
Collocher, ratto che il d s'inalbi:
Ma di quanti compagni appo la nave
Ti sono, eleggi i tre che pi tu lodi.
Ecco le usanze del vegliardo, e l'arti:
Pria noverar le foche a cinque a cinque,
Visitandole tutte; indi nel mezzo
Corcarsi anch'ei, quasi pastor tra il gregge.
Vistogli appena nelle ciglia il sonno,
Ricordatevi allor sol della forza,
E lui, che molto si dibatte e tenta
Guizzarvi delle man, fermo tenete.
Ei d'ogni belva che la terra pasce,
Vestir le sembianze, e in acqua e in foco
Si canger di portentoso ardore;
E voi gli fate delle braccia nodi
Sempre pi indissolubili e tenaci.
Ma quando interrogarti al fin l'udrai,
Tal mostrandosi a te, quale sdraiossi,
Tu cessa, o prode, dalla forza, e il vecchio
Sciogli, e sappi da lui chi  tra i numi,
Che ti contende la nata contrada".
Disse, e nelle fiottanti onde s'immerse.
  Io, combattuto da pensier diversi,
Col n'andai, dove giacean del mare
Su la sabbia le navi, a cui da presso
La cena in fretta s'apprest. Sorvenne
La prezosa notte, e noi sul lido
Ci addormentammo al mormoro dell'acque.
Ma poich del mattin la bella figlia
Consperse il ciel d'orentali rose,
Lungo il lido io movea, molto ai celesti
Pregando, e i tre, nel cui valor per tutte
Le men facili imprese io pi fidava,
Conducea meco. La deessa intanto
Dal seno ampio del mare, in ch'era entrata,
Quattro pelli rec, del corpo tratte
Novellamente di altrettante foche;
E tramava con esse inganno al padre.
Scav quattro covili entro l'arena:
Quindi s'assise e ci attendea. Noi presso
Ci femmo a lei, che subito levossi,
E noi dispose ne' scavati letti,
E i cuoi recenti ne addoss. Moleste
Le insidie ivi tornavano; ch troppo
Noiava delle foche in mar nutrite
L'orrendo puzzo. E chi a marina belva
Pu giacersi vicin? Se non che al nostro
Stato provvide la cortese diva,
Che ambrosia, onde spirava alma fragranza,
Venneci a por sotto le afflitte nari,
Cui del mar pi non giunse il grave odore.
  Tutto il mattino aspettavam con alma
Forte e costante. Le deformi foche
Dell'onde usciro in frotta, e a mano a mano
Tutte si distendevano sul lido.
Usco sul mezzogiorno il gran vegliardo
E trov foche corpulente e grasse,
Che attento annover. Cont noi prima,
N di frode parea nutrir sospetto.
Ci fatto, ei pur nella sua grotta giacque.
Ci avventammo con grida, e le robuste
Braccia al vecchio divin gittammo intorno,
Che l'arti sue non obli in quel punto.
Leone apparve di gran giubba, e in drago
Voltossi, ed in pantera, e in verro enorme,
E corse in onda liquida, e in sublime
Pianta chiomata verdeggi. Ma noi
Il tenevam fermo pi sempre. Allora
L'astuto veglio, che nel petto stanco
Troppo sentiasi omai stringer lo spirto,
Con queste voci interrogommi: "Atride,
Qual fu de' numi che d'insidiarmi
Ti di il consiglio, e di pigliarmi a forza?
Di che mestieri hai tu? "Proteo", io risposi,
"Tu il sai. Perch il dimandi, e ancor t'infingi?
Sai che gran tempo l'isoletta tiemmi,
Che scampo quinci io non ritrovo, e sento
Distruggermisi il core. Ah! dimmi, quando
Nulla celasi ai di, chi degli Eterni
M'inceppa e mi rinchiude il mare intorno".
  "Non dovevi salpar", riprese il dio,
"Che onorato pria Giove e gli altri numi
Di sagrifici non avessi opimi,
Se in breve al nato suol giungere ardevi.
Or la tua patria, degli amici il volto,
E la magion ben fabbricata il fato
Riveder non ti d, dove tu prima
Del fiume Egitto, che da Giove scende,
Non risaluti la corrente, e porgi
Ecatombe perfette ai dii beati,
Che il bramato da te mar t'apriranno".
  A tai parole mi s'infranse il core,
Udendo che d'Egitto in su le rive
Ricondurmi io dovea per gli atri flutti,
Lunga e difficil via. Pur dissi: "Vecchio,
Ci tutto io compier. Ma or rispondi,
Ti priego, a questo, e schiettamente parla:
Salvi tornaro co' veloci legni
Tutti gli Achivi che lasciammo addietro,
Partendo d'Iln, Nestore ed io?
O per alcun d'inopinata morte
Nella sua nave, o ai cari amici in grembo,
Posate l'armi, per cui Troia cadde?"
  "Atride", ei replic, perch tal cosa
Mi cerchi tu? Quel ch'io nell'alma chiudo,
Saper non fa per te, cui senza pianto,
Tosto che a te palese il tutto fia,
Non rimarr lunga stagione il ciglio.
Molti colp l'inesorabil Parca,
E molti non tocc. Due soli duci
De' vestiti di rame Achei guerrieri
Moriro nel ritorno; e, ritenuto
Del vasto mar nel seno, un terzo vive;
Aiace ai legni suoi dai lunghi remi
Per vicino. Dilivrato in prima
Dall'onde grosse, e su gli enormi assiso
Giri macigni, a cui Nettun lo spinse,
Potea scampar, bench a Minerva in ira,
Se non gli usca di bocca un orgoglioso
Motto che assai gli nocque. Os vantarsi
Che, in dispetto agli di, vincer del mare
Le tempeste varra. Nettuno udillo
Borante in tal guisa, e col tridente,
Che in man di botto si piant, percosse
La Gira pietra, e in due spezzolla: l'una
Col restava, e l'altra, ove sedea
Della percossa travagliato il Duce,
Si rovesci nel pelago, e il portava
Pel burrascoso mare, in cui, bevuta
Molta salsa onda, egli perdeo la vita.
Il tuo fratello, col favor di Giuno,
Morte sfugg nella cavata nave.
Ma come avvicinossi all'arduo capo
Della Mala, fiera tempesta il colse,
E tra profondi gemiti portollo
Sino al confin della campagna, dove
Tieste un giorno, e allora Egisto, il figlio
Di Tieste, abitava. E quinci ancora
Parea sicuro il ritornar; ch i numi
Voltr subito il vento, e in porto entraro
Gli stanchi legni. Agamennn di gioia
Colmo gittossi nella patria terra,
E tocc appena la sua dolce terra,
Che a baciarla chinossi, e per la guancia
Molte gli discorrean lagrime calde,
Perch la terra sua con gioia vide.
Ma il discopr da una scoscesa cima
L'esplorator, che il fraudolento Egisto
Con promessa di due talenti d'oro
Piantato aveavi. Ei, che spando stava
Dall'eccelsa veletta un anno intero
Non trapassasse ignoto, e forse a guerra
Intalentato il tuo fratello, corse
Con l'annunzio al signor, che un'empia frode
Repente ord. Venti, e i pi forti, elesse:
E in agguato li mise, e imbandir feo
Mensa festiva: indi a invitar con pompa
Di cavalli e di cocchi and l'Atride,
Cose orrende pensando, e il ricondusse;
E, accolto a mensa, lo scann qual toro,
Cui scende su la testa, innanzi al pieno
Presepe suo, l'inaspettata scure.
Non visse d'Agamnnone o d'Egisto
Solo un compagno, ma di tutti corse
Confuso e misto nel palagio il sangue".
  E a me schiantossi il core a queste voci.
Pianto io versava, su l'arena steso,
N pi mirar del sol volea la luce.
Ma come di plorar, di voltolarmi
Sovra il nudo terren sazio gli parvi,
Tal seguitava il non mendace vecchio:
"Resta, o figlio d'Atro, dall'infinite
Lagrime per un mal che omai compenso
Non pate alcuno, e t'argomenta in vece,
Pi veloce che puoi, riedere in Argo.
Troverai vivo ne' suoi tetti Egisto,
O l'avr poco dianzi Oreste ucciso,
E tu al funbre assisterai banchetto".
  Disse, e di gioia un improvviso raggio
Nel mio cor balenava. "Io gi d'Aiace",
Risposi, "e del fratello assai compresi.
Chi  quel terzo che il suo reo destino
Vivo nel sen del mare, o estinto forse
Ritiene? Io d'udir temo e bramo a un tempo".
  E nuovamente il non bugiardo veglio:
"D'Itaca il re, che di Laerte nacque.
Costui dirotto dalle ciglia il pianto
Spargere io vidi in solitario scoglio,
Soggiorno di Calipso, inclita ninfa,
Che rimandarlo niega: ond'ei, cui solo
Non avanza un naviglio, e non compagni
Che il trasportin del mare su l'ampio dorso.
Star gli convien dalla sua patria in bando.
Ma tu, tu, Menelao, di Giove alunno,
Chiuder gli occhi non di nella nutrice
Di cavalli Argo; ch non vuole il fato.
Te nell'Elisio campo, ed ai confini
Manderan della terra i numi eterni,
L 've risiede Radamanto, e scorre
Senza cura o pensiero all'uom la vita.
Neve non mai, non lungo verno o pioggia
Regna col; ma di Favonio il dolce
Fiato, che sempre l'Oceno invia,
Que' fortunati abitator rinfresca.
Perch ad Elena sposo, e a Giove stesso
Genero sei, tal sortirai ventura.
Tacque, e salt nel mare, e il mar l'ascose.
  Io, da vari pensier l'alma turbato,
Movea co' prodi amici in vr le navi.
La cena s'apprest. Cadde la notte,
Dell'uom ristoratrice, e noi del mare
Ci addormentammo sul tranquillo lido.
Ma del mattin la figlia ebbe consperso
Di rose orentali appena il cielo,
Che nel divino mar varammo i legni,
D'uguali sponde armati, e con le vele
Gli alberi alzammo: entrro, e sovra i banchi
I compagni sedettero, ed assisi
Co' remi percotean l'onde spumose
Del fiume Egitto, che da Giove scende.
Un'altra volta all'abborrita foce
Io fermai le mie navi, e giuste ai numi
Vittime offersi, e ne placai lo sdegno.
Eressi anco al german tomba, che vivo
In quelle parti ne serbasse il nome.
Dopo ci, rimbarcimi, e con un vento
Che mi fera dirittamente in poppa,
Pervenni, folgorando, ai porti miei.
Or, Telemaco, via, tanto ti piaccia
Rimaner, che l'undecima riluca
Nell'orente, o la duodecim'alba.
Io ti prometto congedarti allora
Con doni eletti: tre destrieri e un vago
Cocchio, ed inoltre una leggiadra tazza
Da libare ai celesti, acci non sorga
Giorno che il tuo pensiero a me non torni.
  Il prudente Telemaco rispose:
Gran tempo qui non ritenermi, Atride.
Non che a me non giovasse un anno intero,
La patria e i miei quasi obblando, teco
Queste case abitar, ch alla tua voce
L'alma di gioia ricercarmi io sento.
Ma gi muoion di tedio i miei compagni
Nell'alta Pilo; e tu m'arresti troppo.
Qualsiasi il don di che mi vuoi far lieto,
Un picciol sia tuo prezoso arnese.
Ad Itaca i destrieri addur non penso;
Penso lasciarli a te, bello de' tuoi
Regni ornamento: perocch signore
Tu sei d'ampie campagne, ove fiorisce
Loto e cipro, ove frumenti e spelde,
Ove il bianc'orzo d'ogni parte alligna.
Ma non larghe carriere, e non aperti
Prati in Itaca vedi:  di caprette
Buona nutrice, e a me di ver pi grata,
Che se cavalli nobili allevasse.
Nulla del nostro mare isola in verdi
Piani si stende, onde allevar destrieri;
E men dell'altre ancora Itaca mia.
  Sorrise il forte ne' conflitti Atride,
E la mano a Telemaco stringendo:
Sei, disse, o figlio, di buon sangue, e a questa
Tua favella il dimostri. Ebbene, i doni
Ti cambier: farlo poss'io. Di quanto
La mia reggia contien, ci darti io voglio,
Che pi mi sembra prezoso e raro:
Grande urna effigata, argento tutta,
Dai labbri in fuor, sovra cui l'oro splende,
Di Vulcano fattura. Io dall'egregio
Fdimo, re di Sidone, un d l'ebbi,
Quando il palagio suo me, che di Troia
Vena, raccolse; e tu n'andrai con questa.
  Cos tra lor si ragionava. Intanto
Dell'Atride i ministri al suo palagio
Conducean pingui pecorelle, e vino
Di coraggio dator, mentre le loro
Consorti il capo di bei veli adorne
Candido pan recavano. In tal guisa
Si mettea qui l'alto convivio in punto.
  Ma in altra parte, e alla magion davante
Del magnanimo Ulisse, i proci alteri
Dischi lanciavan per diletto, e dardi
Sul pavimento lavorato e terso,
Della baldanza lor solito campo.
Solo i due capi, che di forza e ardire
Tutti vinceano, il pari in volto ai numi
Eurimaco ed Antnoo, erano assisi.
S'accost loro, ed al secondo volse
Di Fronio il figlio, Noemn, tai detti:
Antinoo, il d lice saper, che rieda
Telemaco da Pilo? Ei dipartissi,
Con la mia nave che or verrami ad uopo,
Per tragittar nell'Elide, ove sei
Pasconmi e sei cavalle, ed altrettanti
Muli non domi, che lor dietro vanno,
E di cui, razza faticante, alcuno
Rimenar bramo e accostumarlo al giogo.
  Stupano i prenci che ne' suoi poderi
De' montoni al custode, o a quel de' verri
Trapassato il credeano, e non al saggio
Figliuol di Neleo nell'eccelsa Pilo.
  Quando si dipart? rispose il figlio
D'Eupte, Antinoo. E chi seguillo? Scelti
Giovani forse d'Itaca, o gli stessi
Suoi mercenari e schiavi? E osava tanto?
Schietto favella. Saper voglio ancora,
Se a mal cuor ti lasciasti il legno trre,
O a lui, che tel chiedea, di grado il desti.
  Il diedi a lui, che mel chiedea, di grado,
Noemn ripigli. Chi potea mai
Con s nobil garzone e s infelice
Stare in sul niego? Giovent seguillo
Della miglior tra il popolo Itacese,
E condottier sala la negra nave
Mentore, o un dio che ne vesta l'aspetto.
E maraviglio io ben ch'ieri sull'alba
Mentore io scrsi. Or come allor la negra
Nave sal, che veleggiava a Pilo?
Disse, e del padre alla magion si rese.
  Atterriti rimasero. Cessro
Gli altri da' giuochi, e s'adagiaro anch'essi,
E a tutti favell d'Eupte il figlio:
[Se gli gonfiava della furia il core
Di caligine cinto, e le pupille
Nella fronte gli ardean come due fiamme.]
Grande per fermo e audace impresa  questo,
Cui gi nessun di noi fede prestava,
Vaggio di Telemaco! Un garzone,
Un fanciullo gittar nave nel mare,
Di tanti uomini ad onta, e aprire al vento
Con la pi scelta giovent le vele?
N il male qui s'arresta: ma Giove
A Telemaco pria franga ogni possa,
Che una tal piaga dilatarsi io veggia.
Su, via, rapida nave e venti remi
A me, s ch'io lo apposti, e al suo ritorno
Nel golfo, che divide Itaca e Same,
Colgalo; e il folle con suo danno impari
L'onde a stancar del genitore in traccia.
Cos Antinoo parl. Lodi e conforti
Gli davan tutti: indi sorgeano, e il piede
Nell'alte stanze riponean d'Ulisse.
  Ma de' consigli che nutrano in mente,
Penelope non fu gran tempo ignara.
Ne la feo dotta il banditor Medonte,
Che uda di fuori la consulta iniqua,
E agli orecchi di lei pronto recolla.
Ella nol vide oltrepassar la soglia,
Che s gli disse: Araldo, onde tal fretta?
Ed a che i proci ti mandro? Forse
Perch d'Ulisse le solerti ancelle
Dai lavori si levino, e l'usato
Convito apprestin loro? O fosse questo
De' conviti l'estremo, e a me travaglio
Pi non desser, n altrui! Tristi! che, tutto
Del prudente Telemaco il retaggio
Per disertar, vi radunate in folla.
E non udiste voi da' vostri padri,
Mentr'eravate piccioletti e imberbi,
I modi che tenea con loro Ulisse,
Nessuno in opre molestando, o in detti,
Costume pur degli uomini scettrati,
Che odio portano agli uni, e agli altri amore?
Non offese alcun mai: quindi l'indegno
Vostro adoprar meglio si pare, e il merto
Che di tanti favor voi gli rendete.
  Ed il saggio Medonte: Ai di piacesse
Che questo il peggior mal, reina, fosse!
Altro dai proci se ne cova in petto
Pi grave assai, che Giove sperda: il caro
Figlio, che a Pilo sacra, e alla divina
Sparta si volse, per ritrar del padre,
Ucciderti di spada al suo ritorno.
  Penelope infelice, a tali accenti
Scioglier sentissi le ginocchia e il core.
Per lungo spazio la voce mancolle,
Gli occhi di pianto le s'empir, distinta
Non poteale dai labbri uscir parola:
Rispose al fine: Araldo, e perch il figlio
Da me staccossi? Qual cagion, qual forza
Sospingealo a salir le ratte navi,
Che destrieri del mar sono, e l'immensa
Varcano umidit? Brama egli dunque
Che n resti di s nel mondo il nome?
  Qual de' due spinto, il banditor riprese,
L'abbia sul mare, a domandar del padre,
Se la propria sua voglia, o un qualche nume,
Reina, ignoro. E sovra l'orme sue
Ritorn, cos detto, il fido araldo.
  Fiera del petto roditrice doglia
Penelope ingombr; n, perch molti
Fossero i seggi, le bastava il core
Di posare in alcun; sedea sul nudo
Limitar della stanza, acuti lai
Mettendo; e quante la servano ancelle,
S da canuta et, come di bionda,
Ululavano a lei d'intorno tutte.
Ed ella, forte lagrimando: Amiche,
Uditemi, dicea. Tra quante donne
Nacquero e crebber meco, ambasce tali
Chi giammai toller? Prima un egregio
Sposo io perdei, d'invitto cor, fregiato
D'ogni virt tra i Greci, ed il cui nome
Per l'Ellada risuona, e tutta l' Argo.
Poi le tempeste m'involaro il dolce
Mio parto, in fama non ancor salito,
E del vaggio suo nulla io conobbi.
Sciaurate! eravi pur l'istante noto,
Ch'ei nella cava entr rapida nave:
N di voi fu, cui suggerisse il core
Di scuotermi dal sonno? Ov'io la fuga
Potuto avessi presentirne, certo
Da me, bench a fatica, ei non parta,
O me lasciava nel palagio estinta.
Ma dei serventi alcun tosto mi chiami
L'antico Dolio, schiavo mio, che dato
Fummi dal genitor, quand'io qua venni,
Ed or le piante del giardin m'ha in cura.
Vo' che a Laerte corra, e il tutto narri,
Sedendosi appo lui, se mai Laerte,
Di pianto aspersa la senil sua guancia,
Mostrar credesse al popolo, e lagnarsi
Di color che schiantar l'unico ramo
Di lui vorrano, e del divino Ulisse.
  E la diletta qui balia Euricla:
Sposa cara, rispose, o tu m'uccida,
O nelle stanze tue viva mi serbi,
Parler aperto. Il tutto io seppi, e al figlio
Le candide farine e il rosso vino
Consegnai: ma giurar col giuramento
Pi sacro io gli dovei, che ove agli orecchi
Non ti giugnesse della sua partenza
Aura d'altronde, e tu men richiedessi,
Io tacerei, finch spuntasse in cielo
La dodicesim'aurora, onde col pianto
Da te non s'oltraggiasse il tuo bel corpo.
Su via, ti bagna, e bianca veste prendi,
E, con le ancelle tue nell'alto ascesa,
Priega Minerva che il figliuol ti guardi:
N affligger pi con imbasciate il veglio
Gi per s afflitto assai. No, tanto ai numi
Non  d'Arcesio la progenie in ira,
Che un germe viver non ne debba, a cui
Queste muraglie sorgano, e i remoti
Si ricuopran di messe allegri campi.
  Con queste voci le sop nel petto
La doglia, e il pianto le arrest sul ciglio
Ella bagnossi, bianca veste prese,
E, con le ancelle sue, nell'alto ascesa,
Pose il sacr'orzo nel canestro e il sale,
E a Palla supplic. M'ascolta, disse,
O dell'Egoco Giove inclita figlia.
Se il mio consorte ne' paterni tetti
Pingui d'agna o di bue cosce mai t'arse,
Oggi per me ten risovvenga: il figlio
Guardami, e sgombra dal palagio i proci,
Di cui, pi ciascun d monta l'orgoglio.
Scoppi in un grido dopo tai parole,
E l'Atena Minerva il priego accolse.
  Tumulto fean sotto le oscure volte
Coloro intanto, e alcun dicea: La molto
Vagheggiata Reina omai le nozze
Ci appresta, e ignora che al suo figlio morte
S'apparecchia da noi. Tanto dal vero
Quelle superbe menti ivan lontane.
  Ed Antinoo: Sciaurati, il dire incauto,
Che potra dentro penetrar, frenate.
Ma che pi badiam noi? Tacitamente
Quel che tutti approvar mettiamo in opra.
  Ci detto, venti scelse uomini egregi,
Ed al mare avvossi. Il negro legno
Varro, alzaro l'albero, assettaro
Gli abili remi in volgitoi di cuoio,
E le candide vele ai venti apriro.
Poi, recate arme dagli arditi servi,
Nell'alta onda fermr la negra nave.
Quivi cenaro; e stavansi aspettando
Che pi crescesse della notte il buio.
  Ma la grama Penelope nell'alto
Giacea digiuna, non gustando cibo,
Bevanda non gustando; e a lei nel petto
Sul destin dubbio di s cara prole
Fra la speme e il timor l'alma ondeggiava.
Qual de' lattanti leoncin la madre,
Cui fan corona insidosa intorno
I cacciatori, che a temere impara,
E in diversi pensier l'alma divide:
Tal fra s rivolvea cose diverse,
Finch la invase un dolce sonno. Stesa
Sul letto, e tutte le giunture sciolta,
La donna inconsolabile dorma.
  Allor la dea dall'azzurrino sguardo
Nuova cosa pens. Compose un lieve
Fantasma, che sembrava in tutto Iftima,
D'Icario un'altra figlia, a cui legato
S'era con nodi maritali Eumelo,
Che in Fere di Tessaglia avea soggiorno.
Questa Iftima inv d'Ulisse al tetto,
Che alla Reina tranquillasse il core,
E i sospiri da lei bandisse e il pianto.
Pel varco angusto del fedel serrame
Entr il fantasma, e, standole sul capo:
Riposi tu, Penelope, dicea,
Nel tuo cordoglio? Gl'immortali di
Lagrimosa non voglionti, n trista.
Rieder il figliuol tuo, perch de' numi
L'ira col suo fallir mai non incorse.
  E la Reina, che dorma de' sogni
Soavissimamente in su le porte:
Sorella, a che venistu? io mai da prima
Non ti vedea, cos da lunge alberghi;
E or vuoi ch'io vinca quel martr che in cento
Guise mi stringe l'alma, io, che un consorte
Perdei s buon, di s gran core, ornato
D'ogni virt tra i Greci, ed il cui nome
Per l'Ellada risuona e l'Argo tutta!
S'arroge a questo, che il diletto figlio
Part su ratta nave, un giovinetto
Delle fatiche e dell'usanze ignaro.
Pi ancor per lui, che per Ulisse, io piango
E temo nol sorprenda o tra le genti
Straniere, o in mare, alcun sinistro: tanti
Nemici ha che l'insidiano, e di vita
Prima il desan levar, ch'egli a me torni.
  Ratto riprese il simulacro oscuro:
Scaccia da te questi ribrezzi, e spera.
Compagna il segue di cotanta possa,
Che ognun per s la bramera: Minerva,
Cui piet di te punse e di cui fida,
Per tuo conforto ambasciatrice io venni.
  E la saggia Penelope a rincontro:
Poich una dea sei dunque, o almeno udisti
La voce d'una dea, parlarmi ancora
Di quell'altro infelice or non potrai?
Vive? rimira in qualche parte il Sole?
O ne' bassi cal regni di Pluto?
  Ratto riprese il simulacro oscuro:
S'ei viva, o no, non t'aspettar ch'io narri.
Spender non piace a me gli accenti indarno.
Disse; e pel varco, ond'era entrata, uscendo
Si mescol co' venti e dileguossi.
Ma la reina si dest in quel punto,
Ed il cor si sent d'un'improvvisa
Brillar letizia, che lasciolle il sogno,
Che s chiaro le apparve innanzi l'alba.
  I proci l'onde gi fendeano, estrema
Macchinando a Telemaco ruina.
Siede tra la pietrosa Itaca e Same
Un'isola in quel mar, che Asteri  detta,
Pur dirupata, n gi troppo grande,
Ma con sicuri porti, in cui le navi
D'ambo i lati entrar ponno. Ivi in agguato
Telemaco attendean gl'iniqui Achei.



LIBRO QUINTO


  Gi l'Aurora, levandosi a Titone
D'allato, abbandonava il croceo letto,
E ai di portava ed ai mortali il giorno;
E gi tutti a concilio i di beati
Sedean con Giove altitonante in mezzo,
Cui di possanza cede ogni altro nume.
  Memore Palla dell'egregio Ulisse,
Che mal suo grado appo la ninfa scorge,
I molti ritesseane acerbi casi:
O Giove, disse, e voi tutti d'Olimpo
Concittadini, che in eterno siete,
Spoglisi di giustizia e di pietade,
E iniquitate e crudelt si vesta
D'ora innanzi ogni re, quando l'imago
D'Ulisse pi non vive in un sol core
Di quella gente ch'ei reggea da padre.
Ei nell'isola intanto, ove Calipso
In cave grotte ripugnante il tiene,
Giorni oziosi e travagliosi mena;
E del tornare alla sua patria  nulla,
Poich navi non ha, non ha compagni,
Che il carreggin del mar su l'ampio tergo.
Che pi? Il figliuol, che all'arenosa Pilo
Mosse ed a Sparta, onde saver di lui,
Tr di vita si brama al suo ritorno.
  Figlia, qual ti sentii fuggir parola
Dal recinto de' denti? a lei rispose
L'adunator di nubi Olimpio Giove;
Tu stessa in te non divisavi, come
Rieda Ulisse alla patria, e di que' tristi
Vendetta faccia? In Itaca il figliuolo
Per opra tua, chi tel contende? salvo
Rentri, e l'onde navigate indarno
Rinavighi de' proci il reo naviglio.
  Disse, e a Mercurio, sua diletta prole,
Cos si rivolgea: Mercurio, antico
De' miei comandi apportator fedele,
Vanne, alla ninfa dalle crespe chiome
Il fermo annunzia mio voler, che Ulisse
Le native contrade omai rivegga,
Ma nol guidi uom, n dio. Parta su travi,
Con multiplici nodi in un congiunte,
E il ventesimo d della feconda
Scheria le rive, sospirando, attinga;
E i Feaci l'accolgano, che quasi
Degl'immortali al par vivon felici.
Essi qual nume onoreranlo, e al dolce
Nativo loco il manderan per nave;
Rame in copia darangli, ed oro e vesti,
Quanto al fin seco dalla vinta Troia
Condotto non avra, se con la preda,
Che gli tocc, ne ritornava illeso:
Ch la patria cos, gli amici e l'alto
Riveder suo palagio,  a lui destino.
  Obbed il prode messaggiero. Al piede
S'avvinse i talar belli, aurei, immortali,
Che sul mare il portavano, e su i campi
Della terra infiniti, al par col vento.
Poi, l'aurea verga nelle man recossi,
Onde i mortali dolcemente assonna,
Quanti gli piace, e li dissonna ancora,
E con quella tra man l'aure fendea.
Come presi ebbe di Peria i gioghi,
Si cal d'alto, e si gett sul mare:
Indi l'acque radea velocemente,
Simile al laro, che pe' vasti golfi
S'aggira in traccia de' minuti pesci,
E spesso nel gran sale i vanni bagna.
Non altrimenti sen vena radendo
Molte onde e molte l'Argicda Ermete.
Ma tosto che fu all'isola remota,
Salendo allor dagli azzurrini flutti,
Lungo il lido ei sen ga, finch vicina
S'offerse a lui la spazosa grotta,
Soggiorno della ninfa il crin ricciuta,
Cui trov il nume alla sua grotta in seno.
  Grande vi splendea foco, e la fragranza
Del cedro ardente e dell'ardente tio
Per tutta si spargea l'isola intorno.
Ella, cantando con leggiadra voce,
Fra i tesi fili dell'ordta tela
Lucida spola d'r lanciando andava.
Selva ognor verde l'incavato speco
Cingeva: i pioppi vi cresceano e gli alni
E gli spiranti odor bruni cipressi:
E tra i lor rami fabbricato il nido
S'aveano augelli dalle lunghe penne,
Il gufo, lo sparviere e la loquace
Delle rive del mar cornacchia amica.
Giovane vite di purpurei grappi
S'ornava e tutto rivesta lo speco.
Volvean quattro bei fonti acque d'argento,
Tra s vicini prima, e poi divisi
L'un dall'altro e fuggenti; e di vole
Ricca si dispiegava in ogni dove
De' molli prati l'immortal verzura.
Questa scena era tal, che sino a un nume
Non potea farsi ad essa, e non sentirsi
Di maraviglia colmo e di dolcezza.
Mercurio, immoto, s'ammirava; e, molto
Lodatola in suo core, all'antro cavo,
Non indugiando pi, dentro si mise.
  Calipso, inclita dea, non ebbe in lui
Gli occhi affissati, che il conobbe: quando,
Per distante che l'un dall'altro alberghi,
Celarsi l'uno all'altro i di non ponno.
Ma nella grotta il generoso Ulisse
Non era: mesto sul deserto lido,
Cui spesso si rendea, sedeasi; ed ivi
Con dolori, con gemiti, con pianti
Struggeasi l'alma, e l'infecondo mare
Sempre agguardava, lagrime stillando.
  La diva il nume interrog, cui posto
Su mirabile avea seggio lucente:
Mercurio, nume venerato e caro,
Che della verga d'r la man guernisci,
Qual mai cagione a me, che per l'addietro
Non visitavi, oggi t'addusse? Parla.
Cosa ch'io valga oprar, n si sconvegna,
Disdirti io non saprei, se il pur volessi.
Su via, ricevi l'ospital convito:
Poscia favellerai. Detto, la mensa,
Che ambrosia ricopra, gli pose avanti,
Ed il purpureo nttare versgli.
Questo il celere messaggiero e quella
Prendea; n prima nelle forze usate
Torn, che apra le labbra in tali accenti:
Tu dea me dio dunque richiedi? Il vero,
Poich udirlo tu vuoi, schietto io ti narro.
Questo viaggio di Saturno il figlio
Mal mio grado mi di. Chi vorra mai
Varcar tante onde salse, infinite onde,
Dove citt non sorge, e sagrific
Non v'ha chi ci offra, ed ecatombe illustri?
Ma il precetto di Giove a un altro nume
N volar, n oblar lice. Teco,
Disse l'Egidarmato, i giorni mena
L'uom pi gramo tra quanti alla cittade
Di Priamo innanzi combattean nove anni,
Finch il decimo alfin, Troia combusta,
Spiegro in mar le ritornanti vele.
Ma nel cammino ingiurar Minerva,
Che dest le bufere, e immensi flutti
Contra lor sollev. Tutti perro
Di quest'uomo i compagni; ed ei dal vento
Venne, e dal fiotto ai lidi tuoi portato.
Or tu costui congederai di botto;
Ch non morir dalla sua terra lunge,
Ma la patria bens, gli amici e l'alto
Riveder suo palagio,  a lui destino.
  Inorrid Calipso, e con alate
Parole rispondendo: Ah, numi ingiusti,
Sclam, che invidia non pi intesa  questa,
Che se una dea con maritale amplesso
Si congiunge a un mortal, voi non soffrite?
Quando la tinta di rosato Aurora
Orone rap, voi, di, cui vita
Facile scorre, acre livor mordea,
Finch in Ortigia il rintracci la casta
Dal seggio aureo Dana, e d'improvvisa
Morte il colp con invisibil dardo.
E allor che venne, inanellata il crine,
Cerere a Giason tutta amorosa,
E nel maggese, che il pesante aratro
Tre volte aperto avea, se gli concesse,
Giove, cui l'opra non fu ignota, uccise
Giason con la folgore affocata.
Cos voi, di, con invid'occhio al fianco
Mi vedete un eroe da me serbato,
Che solo stava in su i meschini avanzi
Della nave, che il telo igneo di Giove
Nel mare oscuro gli percosse e sciolse.
Io raccogliealo amica, io lo nutria
Gelosamente, io prometteagli eterni
Giorni, e dal gel della vecchiezza immuni.
Ma quando troppo  ver che alcun di Giove
Precetto volare a un altro nume
Non lice, od obblar, parta egli e solchi,
Se il comand l'Egidarmato, i campi
Non seminati. Io nol rimando certo;
Ch navi a me non sono e non compagni,
Che del mare il carreggino sul tergo.
Ben sovverrgli di consiglio, e il modo
Gli additer, che alla sua dolce terra
Su i perigliosi flutti ei giunga illeso.
  Ogni modo il rimanda, l'Argicida
Soggiunse, e pensa che infiammarsi d'ira
Potrebbe contra te l'Olimpio un giorno.
E sul fin di tai detti a lei si tolse.
  L'augusta ninfa, del Saturnio udita
la severa imbasciata, il prode Ulisse
Per cercar s'avv. Trovollo assiso
Del mar in su la sponda, ove le guance
Di lagrime rigava, e consumava
Col pensier del ritorno i suoi dolci anni;
Ch della ninfa non pungealo amore:
E se le notti nella cava grotta
Con lei vogliosa non voglioso passa,
Che altro l'eroe pu? Ma quanto  il giorno,
Su i lidi assiso e su i romiti scogli,
Con dolori, con gemiti con pianti
Struggesi l'alma, e l'infecondo mare,
Lagrime spesse lagrimando, agguarda.
  Calipso, illustre dea, standogli appresso:
Sciagurato, gli disse, in questi pianti
Pi non mi dar, n consumare i dolci
Tuoi begli anni cos: la dipartita,
Non che vietarti, agevolarti io penso.
Su via, le travi nella selva tronche,
Larga e con alti palchi a te congegna
Zattera, che sul mar fosco ti porti.
Io di candido pan, che l'importuna
Fame rintuzzi, io di purissim'onda,
E di rosso licor, gioia dell'alma,
La carcher: ti vestir non vili
Panni, e ti mander da tergo un vento,
Che alle contrade tue ti spinga illeso,
Sol che d'Olimpo agli abitanti piaccia,
Con cui di senno in prova io gi non vegno.
  Raccapricciossi a questo il non mai vinto
Dalle sventure Ulisse, e: O dea, rispose
Con alate parole, altro di fermo,
Non il congedo mio, tu volgi in mente,
Che vuoi ch'io varchi su tal barca i grossi
Del difficile mar flutti tremendi,
Che le navi pi ratte, e d'uguai fianchi
Munite, e liete di quel vento amico
Che da Giove part, varcano appena.
No: su barca s fatta, e a tuo dispetto,
Non salir, dove tu pria non degni
Giurare a me con giuramento grande,
Che nessuno il tuo cor danno m'ordisce.
  Sorrise l'Atlantde, e, della mano
Divina carezzandolo, la lingua
Sciolse in tai voci: Un cattivello sei,
N ci che per te fa, scordi giammai.
Quali parole mi parlasti! Or sappia
Dunque la Terra e il Ciel superno, e l'atra,
Che sotterra si volve, acqua di Stige,
Di cui n pi solenne han, n pi sacro
Gl'Iddii beati giuramento; sappia,
Che nessuno il mio cor danno t'ordisce.
Quello anzi io penso, e ti propongo, ch'io
Torrei per me, se in cotant'uopo io fossi.
Giustizia regge la mia mente, e un'alma
Pietosa, non di ferro, in me s'annida.
  Ci detto, abbandonava il lido in fretta
E Ulisse la segua. Giunti alla grotta,
Col, ond'era l'Argicida sorto,
S'adagi il Laerziade; e la dea molti
Davante gli mettea cibi e licori,
Quali ricever pu petto mortale.
Poi gli s'assise in fronte; e a lei le ancelle
L'ambrosia e il roseo nttare imbandiro.
  Come ambo paghi per la mensa furo,
Con tali accenti cominciava l'alta
Di Calipso beltade: O di Laerte
Figlio divin, molto ingegnoso Ulisse,
Cos tu parti adunque, e alla nativa
Terra e alle case de' tuoi padri vai?
Va, poich s t'aggrada, e va felice.
Ma se tu scorger col pensier potessi
Per quanti affanni ti comanda il fato
Prima passar, che al patrio suolo arrivi
Questa casa con me sempre vorresti
Custodir, ne son certa, e immortal vita
Da Calipso accettar: bench s viva
Brama t'accenda della tua consorte,
A cui giorno non  che non sospiri.
Pur non cedere a lei n di statura
Mi vanto, n di volto; umana donna
Mal pu con una dea, n le s'addice,
Di persona giostrare, o di sembianza.
  Venerabile iddia, riprese il ricco
D'ingegni Ulisse, non voler di questo
Meco sdegnarti; appien conosco io stesso,
Che la saggia Penelope tu vinci
Di persona non men che di sembianza,
Giudice il guardo che ti stia di contra.
Ella nacque mortale; e in te n morte
Pu, n vecchiezza. Ma il pensiero  questo;
Questo il deso che mi tormenta sempre:
Veder quel giorno al fin, che alle dilette
Piagge del mio natal mi riconduca.
Che se alcun me percoter de' numi
Per le fosche onde, io soffrir, chiudendo
Forte contra i disastri anima in petto.
Molti sovr'esso il mar, molti fra l'armi,
Gi ne sostenni; e sosterronne ancora.
Disse; e il Sol cadde, ed annott. Nel seno
Si ritiraro della cava grotta,
Pi interno e oscuro, e in dolce sonno avvolti,
Tutte le cure lor mandaro in bando.
  Ma come del mattin la figlia, l'alma
Dalle dita di rose Aurora apparve,
Tunica e manto alle sue membra Ulisse,
E Calipso alle sue larga ravvolse
Bella gonna, sottil, bianca di neve;
Si strinse al fianco un'aurea fascia, e un velo
Sovra l'r crespo della chioma impose.
N d'Ulisse a ordinar la dipartita
Tardava. Scure di temprato rame,
Grande, manesca e d'ambo i lati aguzza,
Con leggiadro, d'oliva, e bene attato
Manubrio, presentgli, e una polita
Vi aggiunse ascia lucente; indi all'estremo
Dell'isola il guid, dove alte piante
Crescean; pioppi, alni, e sino al cielo abeti,
Ciascun risecco di gran tempo e arsiccio,
Che gli sdruccioli agevole sull'onda.
Le altere piante gli addit col dito,
E alla sua grotta il pi torse la diva.
  Egli a troncar cominci il bosco: l'opra
Nelle man dell'eroe correa veloce;
Venti distese al suolo arbori interi,
Gli adegu, li pol, l'un destramente
Con l'altro pareggi. Calipso intanto
Recava seco gli appuntati succhi,
Ed ei for le travi e insieme unille,
E con incastri assicurolle e chiovi.
Larghezza il tutto avea, quanta ne dnno
Di lata nave trafficante al fondo
Periti fabbri. Su le spesse travi
Combacianti tra s lunghe stendea
Noderose assi, e il tavolato alzava.
L'albero con l'antenna ersevi ancora,
E costrusse il timon, che in ambo i lati
Armar gli piacque d'intrecciati salci
Contra il marino assalto, e molta selva
Gitt nel fondo per zavorra o stiva.
Le tue tele, o Calipso, in man gli andro
E buona gli usc pur di man la vela,
Cui le funi leg, leg le sarte,
La poggia e l'orza: al fin, possenti leve
Supposte, spinse il suo naviglio in mare,
Che il d quarto splendea. La dea nel quinto
Congedollo dall'isola: odorate
Vesti gli cinse dopo un caldo bagno;
Due otri, l'un di rosseggiante vino,
Di limpid'acqua l'altro, e un zaino, in cui
Molte chiudeansi dilettose dapi,
Colloc nella barca; e fu suo dono
Un lenissimo ancor vento innocente,
Che mand innanzi ad increspargli il mare.
  Lieto l'eroe dell'innocente vento,
La vela dispieg. Quindi al timone
Sedendo, il corso dirigea con arte,
N gli cadea su le palpbre il sonno
Mentre attento le Pleiadi mirava,
E il tardo a tramontar Bote e l'Orsa
Che detta  pure il Carro, e l si gira,
Guardando sempre in Orone, e sola
Nel liquido Ocen sdegna lavarsi
L'Orsa, che Ulisse, navigando, a manca
Lasciar dovea, come la diva ingiunse.
Dieci pellegrinava e sette giorni
Su i campi d'Anfitrite. Il d novello
Gli sorse incontro co' suoi monti ombrosi
L'isola de' Feaci, a cui la strada
Conducealo pi corta, e che appara
Quasi uno scudo alle fosche onde sopra.
  Sin dai monti di Solima lo scrse
Veleggiar per le salse onde tranquille
Il possente Nettun, che ritornava
Dall'Etopia, e nel profondo core
Pi crucciato che mai squassando il capo:
Poh! disse dentro a s, nuovo decreto,
Mentr'io fui tra gli Etiopi, intorno a Ulisse
Fr dunque i numi? Ei gi la terra vede
De' Feci, che il fato a lui per meta
Delle sue lunghe disventure assegna.
Pur molto, io credo, a tollerar gli resta.
  Tacque; e, dato di piglio al gran tridente,
Le nubi radun, sconvolse l'acque,
Tutte incit di tutti i venti l'ire,
E la terra di nuvoli coverse;
Coverse il mar: notte di ciel gi scese.
S'avventaro sul mar, quasi in un groppo,
Ed Euro e Noto e il celebre Ponente
E Aquilon, che pruine aspre su l'ali
Reca, ed immensi flutti innalza e volve.
  Discior sentissi le ginocchia e il core
Di Laerte il figliuol, che tal si dolse
Nel secreto dell'alma: Ahi, me infelice!
Che di me sar omai? Temo, non torni
Verace troppo della ninfa il detto,
Che al patrio nido io giungerei per mezzo
Delle fatiche solo e dell'angosce.
Di quai nuvole il ciel ampio inghirlanda
Giove, e il mar conturba? E come tutti
Fremono i venti? A certa morte io corro.
Oh tre fate fortunati e quattro,
Cui perir fu concesso innanzi a Troia,
Per gli Atridi pugnando! E perch allora
Non caddi anch'io, che al morto Achille intorno
Tante i Troiani in me lance scagliaro?
Sepolto i Greci co' funbri onori
M'avriano, e alzato ne' lor canti al cielo.
Or per via cos infausta ir deggio a Dite.
  Mentre cos doleasi, un'onda grande
Venne d'alto con furia e urt la barca,
E rigirolla; e lui, che andar lasciossi
Dalle mani il timon, fuori ne spinse.
Turbine orrendo d'aggruppati venti
L'albero al mezzo gli fiacc; lontane
Vela ed antenne caddero. Ei gran tempo
Stette di sotto, mal potendo il capo
Levar dall'onde impetuose e grosse;
Ch le vesti gravavanlo, che in dono
Da Calipso ebbe. Spunt tardi, e molta
Dalla bocca gli usca, gli piovea molta
Dalla testa e dal crine onda salata.
Non per della zatta il prese obblo:
Ma, da s i flutti respingendo, ratto
L'apprese, e gi di sopra, il fin di morte
Schivando, vi sedea. Rapala il fiotto
Qua e l per lo golfo. A quella guisa
Che sovra i campi il tramontan d'autunno
Fascio trabalza d'annodate spine,
I venti trabalzavanla sul mare.
Or Noto da portare a Borea l'offre,
Ed or, perch davanti a s la cacci,
Euro la cede d'occidente al vento.
  La bella il vide dal tallon di perla
Figlia di Cadmo, Ino chiamata, al tempo
Che vivea tra i mortali: or nel mar gode
Divini onori, e Leucota si noma.
Compunta il cor per lui d'alta pietade,
S'alz dell'onda fuor, qual mergo a volo,
E su le travi bene avvinte assisa,
Cos gli favell: Perch, meschino,
S'accese mai con te d'ira s acerba
Lo Scotitor della terrena mole,
Che ti semina i mali? Ah! non fia certo,
Ch'ei, per quanto il desi, spenga i tuoi giorni.
Fa, poich vista m'hai d'uomo non folle,
Ci ch'io t'insegno. I panni tuoi svestiti,
Lascia il naviglio da portarsi ai venti,
E a nuoto cerca il Feacese lido,
Che per mta de' guai t'assegna il fato.
Ma questa prendi; e la t'avvolgi al petto,
Fascia immortal, n temer morte o danno.
Tocco della Feacia il lido appena,
Spogliala, e in mar dal continente lungi
La gitta, e torci nel gittarla il volto.
Ci detto, e a lui l'immortal fascia data,
Rentr, pur qual mergo in seno al fosco
Mare ondeggiante, che su lei si chiuse.
  Pensoso resta e in forse il pazente
Laerziade divino, e con se stesso,
Raddoppiando i sospir, tal si consiglia:
Ohim! che nuovo non mi tessa inganno
De' Sempiterni alcun, che dal mio legno
Partir m'ingiunge. Io cos tosto penso
Non ubbidirgli; ch la terra, dove
Di scampo ei m'affid, troppo  lontana.
Ma ecco quel che ottimo parmi: quanto
Congiunte rimarran tra lor le travi,
Non abbandonerolle, e co' disastri
Fermo io combatter. Sciorralle il flutto?
Porrommi a nuoto, n veder so meglio.
  Tai cose in s volgea, quando Nettuno
Sollev un'onda immensa, orrenda, grave,
Di monte in guisa, e la sospinse. Come
Disperse qua e l vanno le secche
Paglie, di cui sorgea gran mucchio in prima,
Se mai le investe un furoso turbo,
le tavole per mar disperse andaro.
Sovra un sol trave a cavalcioni Ulisse
Montava: i panni che la dea Calipso
Dati gli avea, svest, s'avvolse al petto
l'immortal benda, e si gitt ne' gorghi
Boccon, le braccia per ntare aprendo.
N gi s'ascose dal ceruleo iddio,
Che, la testa crollando: A questo modo
Erra, dicea tra s di flutto in flutto
Dopo tante sciagure, e a genti arriva
Da Giove amate: bench speme io porti
Che n tra quelle brilleri di gioia.
Cos Nettuno; e della verde sferza
Tocc i cavalli alle leggiadre chiome,
Che il condussero ad Ega, ove gli splende
Nobile altezza di real palagio.
  Pallade intanto, la prudente figlia
Di Giove, altro pens. Ferm gli alati
Venti, e silenzio impose loro, e tutti
Gli avvinse di sopor, fuorch il veloce
Borea, che, da lei spinto, i vasti flutti
Dinanzi a Ulisse infranse ond'ei le rive
Del vago di remar popol Feace,
Pigliar potesse, ed ingannar la Parca.
Due giorni in cotal foggia, e tante notti
Per l'ampio golfo errava, e spesso il core
Morte gli presaga. Ma quando l'Alba
Cinta la fronte di purpuree rose
Il d terzo rec, tacquesi il vento,
E un tranquillo seren regnava intorno.
Ulisse allor, cui lev in alto un grosso
Flutto, la terra non lontana scrse,
Forte aguzzando le bramose ciglia.
Quale appar dolce a un figliuol pio la vista
Del genitor, che su dolente letto
Scarno, smunto, distrutto, e da un maligno
Demone giacque lunghi d percosso,
E poi del micidial morbo cortesi
Il disciolser gli di: tale ad Ulisse
La terra e il verde della selva apparve.
Quinci ei, ntando, ambi movea di tutta
Sua forza i piedi a quella volta. Come
Presso ne fu, quanto d'uom corre un grido,
Fiero il colp romor: poich i ruttati
Sin dal fondo del mar flutti tremendi,
Che agli aspri si rompean lidi ronchiosi,
Strepitavan, mugghiavano, e di bianca
Spuma copran tutta la sponda, mentre
Porto capace di navigli, o seno
Non vi s'apra, ma littorali punte
Risaltavano in fuori, e scogli e sassi.
  Le forze a tanto ed il coraggio Ulisse
Fallir si sente, e dice a s, gemendo:
Qual pro che Giove il disperato suolo
Mostri, e io m'abbia la via per l'onde aperta,
Se dell'uscirne fuor non veggio come?
Sporgon su l'onde acuti sassi, a cui
L'impetuoso flutto intorno freme,
E una rupe va su liscia e lucente:
N cos basso  il mar, che nell'arena
Fermare il pie' securamente io valga.
Quindi, s'io trar men voglio, un gran maroso
Sovra di s pu tormi, e in dura pietra
Cacciarmi; o s'io lungo le rupi cerco
Ntando un porto, o una declve schiena,
Temo, non procellosa onda m'avvolga,
E, sospirando gravemente, in grembo
Mi risospinga del pescoso mare.
Forse un de' mostri ancor, che molti nutre
Ne' gorghi suoi la nobile Anfitrite,
M'assalir: ch l'odio io ben conobbi
Che m'ha quel dio, per cui la terra trema.
  Stando egli in tai pensieri, una sconcia onda
Trasportollo con s ver l'ineguale
Spiaggia, che lacerata in un sol punto
La pelle avragli, e sgretolate l'ossa,
Senza un consiglio che nel cor gli pose
L'occhicerulea diva. Afferr ad ambe
Mani la rupe, in ch'ei gi dava, e ad essa
Gemendo s'attenea. Deluso intanto
Gli pass su la testa il volento
Flutto: se non che poi, tornando indietro,
Con nuova furia il ripercosse, e lunge
Lo sbalz della spiaggia al mare in grembo.
Polpo cos dalla pietrosa tana
Strappato vien, salvo che a lui non pochi
Restan lapilli nelle branche infitti:
E Ulisse in vece la squarciata pelle
Delle nervose man lasci alla rupe.
L'onde allora il copriro, e l'infelice
Contro il fato pera: ma infuse a lui
Nuovo pensier l'Occhiazzurrina. Sorto
Dall'onde, il lido costeggiava, ai flutti
Che vel portavan contrastando, e attento
Mirando sempre, se da qualche parte
Scendesse una pendice, o un seno entrasse:
N dall'opra cess, che d'un bel fiume
Giunto si vide all'argentina foce.
Ottimo qui gli sembr il loco al fine,
Siccome quel che n di sassi aspro era,
N discoperto ai venti. Avvis ratto
Il puro umor che devolveasi al mare,
E tal dentro di s preghiera feo:
O chiunque tu sii, re di quest'acque,
Odimi: a te, cui sospirai cotanto,
Gli sdegni di Nettuno e le minacce
Fuggendo, io m'appresento.  sacra cosa
Per gl'Immortali ancor l'uom, che d'altronde
Venga errando, com'io, che dopo molti
Durati affanni, ecco alla tua corrente
Giungo, e ai ginocchi tuoi. Piet d'Ulisse,
Che tuo supplice vedi, o re, ti prenda.
Disse, ed il nume acchet il corso, e l'onda
Ritenne, sparsa una perfetta calma
E alla foce il salv del suo bel fiume.
L'eroe, tocca la terra, ambo i ginocchi
Pieg, pieg le nerborute braccia:
Tanto il gran sale l'affliggeva. Gonfiava
Tutto quanto il suo corpo, e per la bocca
Molto mar gli sgorgava, e per le nari;
Ed ei senza respiro e senza voce
Giaceasi, e spento di vigore affatto:
Che troppa nel suo corpo entr stanchezza.
Ma come il fiato ed il pensier rebbe,
Tosto dal petto la divina benda
Sciolse, e gittolla ove amareggia il fiume.
La corrente rapivala, n tarda
A riprenderla fu con man la dea.
Ei dall'onda ritrttosi, chinossi
Su i molli giunchi, e baci l'alma terra.
Poi nel secreto della sua grand'alma
Cos parlava e sospirava insieme:
Eterni di, che mi rimase ancora
Di periglioso a tollerar? Dov'io
Questa gravosa notte al fiume in riva
Vegghiassi, l'aer freddo e il molle guazzo
Potrian me di persona e d'alma infermo
Struggere al tutto, ch sui primi albori
Nemica brezza spirer dal fiume.
Salir al colle in vece, ed all'ombrosa
Selva, e m'addormir tra i folti arbusti,
Sol che non vieti la fiacchezza o il ghiado,
Che il sonno in me passi furtivo? Preda
Diventar delle fere e pasto io temo.
  Dopo molto dubbiar questo gli parve
Men reo partito. Si rivolse al bosco,
Che non lunge dall'acque a un poggio in cima
Fea di s mostra, e s'intern tra due
S vicini arboscei, che dalla stessa
Radice uscir pareano, ambi d'ulivo,
Ma domestico l'un, l'altro selvaggio.
La forza non crollavali de' venti,
N l'igneo Sole co' suoi raggi addentro
Li saettava, n le dense piogge
Penetravan tra lor; s uniti insieme
Crebbero, e tanto s'intrecciaro i rami.
Ulisse sottentrovvi, e ammontichiossi
Di propria man comodo letto, quando
Tal ricchezza era qui di foglie sparse,
Che ripararvi uomini tre, non che uno,
Potuto avrano ai pi crudeli verni.
Gio alla vista delle molte foglie
L'uom divino, e corcossi entro alle foglie,
E a s di foglie sovrappose un monte.
Come se alcun, che solitaria suole
Condur la vita in sul confin d'un campo,
Tizzo nasconde fumeggiante ancora
Sotto la bruna cenere, e del foco,
Perch cercar da s lungi nol debba,
Serba in tal modo il prezoso seme:
Cos celossi tra le foglie Ulisse.
Pallade allor che di s rea fatica
Bramava torgli l'importuno senso,
Un sonno gli vers dolce negli occhi,
Le dilette palpbre a lui velando.



LIBRO SESTO


  Mentre sepolto in un profondo sonno
Col posava il travagliato Ulisse,
Minerva al popol de' Feaci e all'alta
Lor citt s'avv. Questi da prima
Ne' vasti d'Ipera fecondi piani
Far dimora solean, presso i Ciclopi,
Gente di cuor superbo, e a' suoi vicini
Tanto molesta pi quanto pi forte.
Quindi Nausitoo, somigliante a un dio,
Di tal sede levolli, e in una terra,
Che dagli uomini industri il mar divide,
Gli allog, nella Scheria; e qui condusse
Alla cittade una muraglia intorno.
Le case fabbric, divise i campi,
E agl'Immortali i sacri templi eresse.
Colpito dalla Parca, ai foschi regni
Era gi sceso, e Alcinoo, che i beati
Numi assennato avean, reggea lo scettro.
  L'occhicilestra dea, che sempre fissa
Nel ritorno d'Ulisse avea la mente,
Tenne verso la reggia, e alla secreta
Dedalea stanza si rivolse, dove
Giovinetta dorma, che le immortali
D'indole somigliava e di fattezze,
Nausica, del re figlia; ed alla porta,
Che rinchiusa era, e risplendea nel buio.
Giacean due, l'una quinci e l'altra quindi,
Pudche ancelle, cui le Grazie istesse
Di non vulgar belt la faccia ornro.
  La dea, che gli occhi in azzurrino tinge,
Quasi fiato leggier di picciol vento,
S'avvicin della fanciulla al letto,
E sul capo le stette, e, preso il volto
Della figlia del prode in mar Dimante
Molto a lei cara, e ugual d'etade a lei,
Cotali le drizz voci nel sonno:
Deh, Nausica, perch te cos lenta
La genitrice partor? Neglette
Lasci giacerti le leggiadre vesti.
Bench delle tue nozze il d s'appressi,
Quando le membra tue cinger dovrai
Delle vesti leggiadre, e a quelli offrirne,
Che scorgeranti dello sposo ai tetti.
Cos fama s'acquista, e ne gioisce
Col genitor la veneranda madre.
Dunque i bei panni, come il cielo imbianchi,
Vadasi a por nell'onda: io nell'impresa,
Onde trarla pi ratto a fin tu possa,
Compagna ti sar. Vergine, io credo
Non rimarrai gran pezza; e gi di questo,
Tra cui nascesti tu, popol Feace
I migliori ti ambiscono. Su via,
Spuntato appena in orente il Sole,
Trova l'inclito padre e de' gagliardi
Muli il richiedi, e del polito carro,
Che i pepli, gli scheggiali e i prezosi
Manti conduca: poich s distanno
Dalla citt i lavacri, che del cocchio
Valerti e non del piede, a te s'addice.
  Finiti ch'ebbe tali accenti, e messo
Consiglio tal della fanciulla in petto,
La dea, che guarda con azzurre luci,
All'Olimpo torn, torn alla ferma
De' sempiterni di sede tranquilla,
Che n i venti commuovono, n bagna
La pioggia mai, n mai la neve ingombra;
Ma un seren puro vi si spande sopra
Da nube alcuna non offeso, e un vivo
Candido lume la circonda, in cui
Si giocondan mai sempre i dii beati.
  L'Aurora intanto d'in su l'aureo trono
Comparve in orente, e alla sopita
Vergine dal bel peplo i lumi aperse.
La giovinetta s'ammir del sogno,
E al padre per narrarlo, ed alla madre
Corse, e trovolli nel palagio entrambi.
La madre assisa al focolare, e cinta
Dalle sue fanti, e con la destra al fuso
Lane di fina porpora torcea.
Ma nel caro suo padre, in quel che al grande
Concilio andava, ove attendeanlo i capi
De' Feacesi, s'abbatte Nausica,
E stringendosi a lui: Babbo mio dolce,
Non vuoi tu farmi apparecchiar, gli disse,
L'eccelso carro dalle lievi ruote,
Acciocch le neglette io rechi al fiume
Vesti oscurate, e nitide le torni?
Troppo a te si convien, che tra i soprani
Nelle consulte ragionando siedi,
Seder con monde vestimenta in dosso.
Cinque in casa ti vedi amati figli,
Due gi nel maritaggio, e tre cui ride
Celibe fior di giovinezza in volto.
Questi al ballo ir vorran con panni sempre
Giunti dalle lavande allora allora.
E tai cose a me son pur tutte in cura.
  Tacquesi a tanto; ch toccar le nozze
Sue giovanili non s'arda col padre.
Ma ei comprese il tutto, e s rispose:
N di questo io potrei, n d'altro, o figlia,
Non soddisfarti. Va: l'alto, impalcato
Carro veloce appresteranti i servi.
Disse; e gli ordini diede, e pronti i servi.
La mular biga dalle lievi ruote
Trasser fuori, e allestro, e i forti muli
Vi miser sotto, e gli accoppiro. Intanto
Vena Nausica con le belle vesti,
Che sulla biga lucida depose.
Cibi graditi e di sapor diversi
La madre collocava in gran paniere
E nel capace sen d'otre caprigno
Vino infondea soave: indi alla figlia,
Ch'era sul cocchio, perch dopo il bagno
S con le ancelle, che seguanla, ungesse,
Porse in ampolla d'or liquida oliva.
Nausica in man le rilucenti briglie
Prese, prese la sferza, e di di questa
Sovra il tergo ai quadrupedi robusti,
Che si moveano strepitando, e i passi
Senza posa allungavano, portando
Le vesti, e la fanciulla, e non lei sola,
Quando ai fianchi di lei sedean le ancelle.
  Tosto che fur dell'argentino fiume
Alla pura corrente, ed ai lavacri
Di viva ridondanti acqua perenne,
Da cui macchia non  che non si terga,
Sciolsero i muli, e al vorticoso fiume
Il verde a morsecchiar cibo soave
Del mele al pari, li mandaro in riva.
Poscia dal cocchio su le braccia i drappi
Recavanli, e gittavanli nell'onda,
Che nereggiava tutta; e in larghe fosse
Ganli con presto pi pestando a prova.
Purgati e netti d'ogni lor bruttura,
L'uno appo l'altro gli stendean sul lido,
L dove le pietruzze il mar poliva.
Ci fatto, si bagn ciascuna, e s'unse,
E poi del fiume pasteggir sul margo:
Mentre d'alto co' raggi aureolucenti
Gli stesi drappi rasciugava il Sole.
Ma, spento della mensa ogni deso,
Una palla godean trattar per gioco,
Deposti prima dalla testa i veli;
Ed il canto intonava alle compagne
Nausica bella dalle bianche braccia.
Come Dana per gli eccelsi monti
O del Taigeto muove, o d'Erimanto,
Con la faretra agli omeri, prendendo
De' ratti cervi e de' cinghiai diletto:
Scherzan, prole di Giove, a lei d'intorno
Le boscherecce Ninfe onde a Latona
Serpe nel cor tacita gioia; ed ella
Va del capo sovrana, e della fronte
Visibilmente a tutte l'altre, e vaga
Tra loro  pi qual da lei meno  vinta:
Cos spiccava tra le ancelle questa
Da giogo marital vergine intatta.
  Nella stagion che al suo paterno tetto
I muli aggiunti e ripiegati i manti
Ritornar disponea, nacque un novello
Consiglio in mente all'occhiglauca diva,
Perch Ulisse dissonnisi, e gli appaia
La giovinetta dalle nere ciglia
Che de' Feaci alla cittade il guidi.
Nausica in man tolse la palla, e ad una
Delle compagne la scagli: la palla
Desvossi dal segno a cui volava,
E nel profondo vortice cad.
Tutte misero allora un alto grido,
Per cui si ruppe incontanente il sonno
Nel capo a Ulisse; che a seder drizzossi
Tai cose in s volgendo: Ahi fra qual gente
Mi ritrovo io? Cruda, villana, ingiusta,
O amica degli estrani, e ai dii sommessa?
Quel, che l'orecchio mi percosse, un grido
Femminil parmi di fanciulle ninfe,
Che de' monti su i gioghi erti, e de' fiumi
Nelle sorgenti, e per l'erbose valli
Albergano. O son forse umane voci,
Che test mi ferro? Io senza indugio
Dagli stessi occhi miei sapronne il vero.
  Ci detto, usca l'eroe fuor degli arbusti,
E con la man gagliarda, in quel che usca,
Scem la selva d'un foglioso ramo,
Che velame gli valse ai fianchi intorno.
Quale dal nato monte, ove la pioggia
Sostenne e i venti impetuosi, cala
Leon, che nelle sue forze confida;
Foco son gli occhi suoi; greggia ed armento
O le cerve selvatiche, al digiuno
Ventre ubbidendo, parimente assalta,
N, perch senta ogni pastore in guardia,
Tutto teme investr l'ovile ancora:
Tal, bench nudo, sen veniva Ulisse,
Necessit stringendolo, alla volta
Delle fanciulle dal ricciuto crine
Cui, lordo di salsuggine com'era,
S fiera cosa rassembr, che tutte
Fuggro qua e l per l'alte rive.
Sola d'Alcinoo la diletta figlia,
Cui Pallade nell'alma infuse ardire,
E franc d'ogni tremito le membra,
Piantossegli di contra e immota stette.
In due pensieri ei dividea la mente:
O le ginocchia strignere a Nausica,
Di supplicante in atto; o di lontano
Pregarla molto con blande parole
Che la citt mostrargli, e d'una vesta
Rifornirlo, volesse. A ci s'attenne;
Ch dello strigner de' ginocchi sdegno
Temea che in lei si risvegliasse. Accenti
Dunque le invi blandi e accorti a un tempo.
  Regina, odi i miei voti. Ah degg'io dea
Chiamarti, o umana donna? Se tu alcuna
Sei delle dive che in Olimpo han seggio,
Alla beltade, agli atti, al maestoso
Nobile aspetto, io l'immortal Dana,
Del gran Giove la figlia, in te ravviso.
E se tra quelli, che la terra nutre,
Le luci apristi al d, tre volte il padre
Beato, e tre la madre veneranda,
E beati tre volte i tuoi germani,
Cui di conforto almo s'allarga e brilla
Di schietta gioia il cor, sempre che in danza
Veggiono entrar s grazoso germe.
Ma felice su tutti oltra ogni detto,
Chi potr un d nelle sue case addurti
D'illustri carca nuzali doni.
Nulla di tal s'offerse unqua nel volto
O di femmina, o d'uomo, alle mie ciglia:
Stupor, mirando, e riverenza tiemmi.
Tal quello era bens che un giorno in Delo,
Presso l'ara d'Apollo, ergersi io vidi
Nuovo rampollo di mirabil palma:
Ch a Delo ancora io mi condussi, e molta
Mi segua gente armata in quel viaggio
Che in danno ruscir doveami al fine.
E com'io, fssi nella palma gli occhi
Colmo restai di meraviglia, quando
Di terra mai non surse arbor s bello;
Cos te, donna, stupefatto ammiro,
E le ginocchia tue, bench m'opprima
Dolore immenso, io pur toccar non oso.
Me uscito dell'Ogigia isola dieci
Portava giorni e dieci il vento e il fiotto.
Scampai dall'onda ier soltanto, e un nume
Su queste piagge, a trovar forse nuovi
Disastri, mi gitt: poscia che stanchi
Di travagliarmi non cred'io gli eterni.
Piet di me, Regina, a cui la prima
Dopo tante sventure innanzi io vegno,
Io, che degli abitanti, o la campagna
Tengali, o la citt, nessun conobbi.
La cittade m'addita; e un panno dammi,
Che mi ricopra; dammi un sol, se panni
Qua recasti con te, di panni invoglio.
E a te gli di, quanto il tuo cor desa,
Si compiaccian largir: consorte e figli,
E un sol volere in due, per ch'io vita,
Non so pi invidabile, che dove
La propria casa con un'alma sola
Veggonsi governar marito e donna.
Duol grande i tristi m'hanno, e gioia i buoni:
Ma quei ch'esultan pi, sono i due sposi.
  O forestier, tu non mi sembri punto
Dissennato e dappoco, allor rispose
La verginetta dalle bianche braccia.
L'Olimpio Giove, che sovente al tristo
Non men che al buon felicit dispensa,
Mand a te la sciagura, e tu da forte
La sosterrai. Ma, poich ai nostri lidi
Ti convenne approdar, di veste o d'altro,
Che ai supplici si debba ed ai meschini,
Non patirai disagio. Io la cittade
Mostrarti non ricuso, e il nome dirti
Degli abitanti.  de' Feaci albergo
Questa fortunata isola; ed io nacqui
Dal magnanimo Alcinoo, in cui la somma
Del poter si restringe, e dell'impero.
  Tal favell Nausica, e alle compagne:
Ol, disse, fermatevi. In qual parte
Fuggite voi, perch v'apparse un uomo?
Mirar credeste d'un nemico il volto?
Non fu, non : e non fia chi a noi s'attenti
Guerra portar: tanto agli di siam cari.
Oltre che in sen dell'ondeggiante mare
Solitari viviam, viviam divisi
Da tutto l'altro della stirpe umana.
Un misero  costui, che a queste piagge
Capit errando, e a cui pensare or vuolsi.
Gli stranieri, vedete, ed i mendichi
Vengon da Giove tutti, e non v'ha dono
Picciolo s, che lor non torni caro.
Su via, di cibo e di bevanda il nuovo
Ospite soccorrete, e pria d'un bagno
Col nel fiume, ove non puote il vento.
  Le compagne ristro, ed a vicenda
Si rincorro, e, come avea d'Alcinoo
La figlia ingiunto, sotto un bel frascato
Menro Ulisse, e accanto a lui le vesti
Poser, tunica e manto, e la rinchiusa
Nell'ampolla dell'r liquida oliva:
Quindi ad entrar col pi nella corrente
Lo inanimro. Ma l'eroe: Fanciulle,
Appartarvi da me non vi sia grave,
Finch io questa salsuggine marina
Mi terga io stesso, e del salubre m'unga
Dell'oliva licor, conforto ignoto
Da lungo tempo alle mie membra. Io certo
Non laverommi nel cospetto vostro;
Ch tra voi starmi non ardisco ignudo.
  Trasser le ancelle indietro, ed a Nausica
Ci riportaro. Ei dalle membra il sozzo
Nettunio sal, che gl'incrost le larghe
Spalle ed il tergo, si togliea col fiume,
E la bruttura del feroce mare
Dal capo s'astergea. Ma come tutto
Si fu lavato ed unto, e di que' panni
Vestito, ch'ebbe da Nausica in dono,
Lui Minerva, la prole alma di Giove,
Maggior d'aspetto, e pi ricolmo in faccia
Rese, e pi fresco, e de' capei lucenti,
Che di giacinto a fior parean sembianti,
Su gli omeri cader gli feo le anella.
E qual se dotto mastro, a cui dell'arte
Nulla celaro Pallade o Vulcano,
Sparge all'argento il liquid'oro intorno,
S che all'ultimo suo giunge con l'opra:
Tale ad Ulisse l'Atena Minerva
Gli omeri e il capo di decoro asperse;
Ad Ulisse, che poscia, ito in disparte,
Su la riva sedea del mar canuto,
Di grazia irradato e di beltade.
  La donzella stordiva; ed all'ancelle
Dal crin ricciuto disse: Un mio pensiero
Nascondervi io non posso. Avversi, il giorno
Che le nostre afferr sponde beate,
Non erano a costui tutti del cielo
Gli abitatori: egli, d'uom vile e abbietto
Vista m'avea da prima, ed or simle
Sembrami a un dio che su l'Olimpo siede.
Oh colui fosse tal, che i numi a sposo
Mi destinro! Ed oh piacesse a lui
Fermar qui la sua stanza! Ors, di cibo
Sovvenitelo, amiche, e di bevanda.
  Quelle ascoltaro con orecchio teso,
E il comando segur: cibo e bevanda
All'ospite imbandro, e il paziente
Divino Ulisse con bramose fauci
L'uno e l'altra prendea, qual chi gran tempo
Bram i ristori della mensa indarno.
  Qui l'occhinera vergine novello
Partito immagin. Sul vago carro
Le ripiegate vestimenta pose,
Aggiunse i muli di forte unghia, e salse.
Poi cos Ulisse confortava: Sorgi
Stranier, se alla cittade ir ti talenta
E il mio padre veder, nel cui palagio
S'accoglieran della Feacia i capi.
Ma, quando folle non mi sembri punto,
Cotal modo terrai. Finch moviamo
De' buoi tra le fatiche e de' coloni,
Tu con le ancelle dopo il carro vieni
Non lentamente: io ti sar per guida.
Come da presso la cittade avremo,
Divideremci.  la citt da un alto
Muro cerchiata, e due bei porti vanta
D'angusta foce, un quinci e l'altro quindi,
Su le cui rive tutti in lunga fila
Posan dal mare i naviganti legni.
Tra un porto e l'altro si distende il foro
Di pietre quadre, e da vicina cava
Condotte, lastricato; e al fro in mezzo
L'antico tempio di Nettun si leva.
Col gli arnesi delle negre navi,
Gomene e vele, a racconciar s'intende,
E i remi a ripulir: ch de' Feaci
Non lusingano il core archi e faretre,
Ma veleggianti e remiganti navi,
Su cui passano allegri il mar spumante.
Di cotestoro a mio potere io sfuggo
Le voci amare, non alcun da tergo
Mi morda, e tal, che s'abbattesse a noi
Della feccia pi vil: "Chi ", non dica,
"Quel forestiero che Nausica siegue,
Bello d'aspetto e grande? Ove trovollo?
Certo  lo sposo. Forse alcun di quelli,
Che da noi parte il mar, ramingo giunse,
Ed ella il ricev, che usca di nave:
O da lunghi chiamato ardenti voti
Scese di cielo, e le comparve un nume,
Che seco riterr tutti i suoi giorni.
Pi bello ancor, se and ella stessa in traccia
D'uom d'altronde venuto, e a lui donossi,
Dappoi che i molti, che l'ambano, illustri
Feaci tanto avanti ebbe in dispetto".
Cos dirano; e crudelmente offesa
Ne sara la mia fama. Io stessa sdegno
Concepirei contra chunque osasse,
De' genitori non contenti in faccia,
Pria meschiarsi con gli uomini, che sorto
Fosse delle sue nozze il d festivo.
Dunque a' miei detti bada; e leggermente
Ritorno e scorta impetrerai dal padre.
Folto di pioppi ed a Minerva sacro
Ci s'offrir per via bosco fronzuto,
Cui viva fonte bagna, e molli prati
Cingono: ivi non pi dalla cittade
Lontan, che un gridar d'uomo, il bel podere
Giace del padre, e l'orto suo verdeggia.
Ivi, tanto che a quella ed al paterno
Tetto io giunga, sostieni; e allor che giunta
Mi crederai, tu pur t'inurba, e cerca
Il palagio del re. Del re il palagio
Gli occhi tosto a s chiama, e un fanciullino
Vi ti potra condur; che de' Feaci
Non sorge ostello che il paterno adegui.
Entrato nel cortil, rapidamente
Sino alla madre mia per le superbe
Camere varca. Ella davanti al foco,
Che del suo lume le colora il volto,
Siede, e, poggiata a una colonna, torce,
Degli sguardi stupor, purpuree lane.
Siedonle a tergo le fantesche; e presso
S'alza del padre il trono, in ch'ei, qual dio,
S'adagia, e della vite il nttar bee.
Declina il trono, e stendi alle ginocchia
De la madre le braccia; onde tra poco
Del tuo ritorno alle nate contrade,
Per remote che sien, ti spunti il giorno.
Stdiati entrarle tanto e quanto in core;
E di non riveder le patrie sponde,
Gli alberghi avti, e degli amici il volto,
Bandisci dalla mente ogni sospetto.
  Detto cos, della lucente sferza
Di sulle groppe ai vigorosi muli,
Che pronti si lasciro il fiume addietro.
Venan correndo ed alternando a gara,
Bello a vedersi, le nervose gambe;
E la donzella, perch Ulisse a piede
Lei con le ancelle seguitar potesse,
Attenta carreggiava e fea con arte
Scoppiare in alto della sferza il suono.
Cadea nell'acque occidentali il sole,
Che al sacro di Minerva illustre bosco
Fro; ed Ulisse ivi s'assise. Quindi
A Minerva pregava in tali accenti:
Odimi, invitta dell'Egoco figlia,
Ed oggi almen fa' pieni i voti miei
Tu, che pieni i miei voti unqua non festi,
Finch su l'onde mi sbalz Nettuno.
Tu dammi che, gradito e non indegno
Di pietade, ai Feaci io m'appresenti.
  Disse, e Palla l'ud; ma non ancora
Visibilmente gli assistea, per tema
Del zio possente, al cui tremendo cruccio
Era, pria che i nati lidi toccasse,
Bersaglio eterno il pari ai numi Ulisse.



LIBRO SETTIMO


  Mentre cos pregava il pazente
Divino Ulisse, dal vigor de' muli
Portata era Nausica alla cittade.
Giunta d'Alcinoo alla magion sublime,
S'arrest nel vestibolo; e i germani,
Belli al par degli Eterni, intorno a lei
D'ogni parte venan: sciolsero i muli,
E le vesti recaro entro la reggia.
Ma la fanciulla il piede alla secreta
Movea sua stanza: e raccendeale il foco
Eurimedusa, una sua vecchia fante,
Nata in Epiro, e su le negre navi
Condotta, e al prode Alcinoo offerta in dono
Perch ai Feaci ei comandava, e lui,
Qual se un dio favellasse, udan le genti.
Costei Nausica dal braccio di neve
Rallev nel palagio, ed ora il foco
Raccendeale, e mettea la cena in punto.
  Ulisse intanto sorse, e il cammin prese
Della citt. Ma l'Atena Minerva,
Che da lui non torcea l'occhio giammai,
Di molta il cinse impenetrabil nebbia,
Onde nessun Feace o di parole,
Scontrandolo, il mordesse, o il domandasse
Del nome e della patria. Ei gi gi entrava
Nell'amena citt, quando la diva
Gli occhi cerulea, se gli fece incontro,
Non dissimile a vergine, che piena
Sul giovinetto capo urna sostenti.
Stettegli a fronte in tal sembianza, e Ulisse
Cos la interrogava: O figlia, al tetto
D'Alcinoo, che tra questi uomini impera,
Vuoi tu condurmi? Io forestier di lunge,
E dopo molti guai venni, n alcuno
Della citt conobbi, o del contorno.
  Ospite padre, rispondea la diva
Dai glauchi lumi, il tetto desato
Mostrar ti posso di leggier; ch quello
Del mio buon genitor per poco il tocca.
Ma in silenzio tu seguimi e lo sguardo
Non drizzare ad alcun, non che la voce.
Render costoro agli stranieri onore
Non sanno punto, n accoglienze amiche
Trova, o carezze qui, chi altronde giunga.
Essi, fidando nelle ratte navi,
Per favor di Nettuno il vasto mare
In un istante varcano: veloci
Come l'ale o il pensier sono i lor legni.
  Dette tai cose, frettolosa Palla
Gli entrava innanzi, e l'orme ei ne calcava.
N i Feaci scorgeanlo andar tra loro:
Cos volendo la possente diva,
Pallade, che al suo ben sempre intendea,
E di sacra l'avvolse oscura nube.
Ulisse i porti e i bei costrutti legni
Maravigliava, e le superbe piazze,
Ove i prenci s'assembrano, e le lunghe,
Spettacolo ammirando, eccelse mura
Di steccati munite e di ripari.
Ma non prima d'Alcinoo alle regali
Case appressaro, che Minerva disse:
Eccoti, ospite padre, in faccia il tetto
Che mi richiedi: l vedrai gli alunni
Di Giove, i prenci, a lauta mensa assisi.
Cacciati dentro, e non temer: l'uom franco
D'ogni difficoltate, a cui s'incontri,
Meglio si trae, bench di lunge arrivi.
Pria la Regina, che si noma Arete,
E comun con Alcinoo il sangue vanta,
Ti s'offrir alla vista. Il dio che scuote
Del suo tridente la terrena mole,
Un bambin ricev dalla pi bella
Donna di quell'et, da Periba,
Figlia minor d'Eurimedonte, a cui
De' Giganti obbeda l'oltracotata
Progenie rea, che per le lunghe guerre
Tutta col suo re stesso al fin s'estinse.
Nettun di lei s'accese, e n'ebbe un figlio,
Naustoo generoso, il qual fu padre
Di Ressnore e Alcinoo; e sul Feace
Popol regnava. Il primo, a cui falla
Prole del miglior sesso, avea di poco
Nella sua reggia la consorte addotta
Che Apollo dall'argenteo arco il trafisse;
N rimase di lui che una figliuola,
Arete, e questa in moglie Alcinoo tolse,
E venerolla fieramente: donna
Non vive in nodi maritali stretta,
Che s alto al suo sposo in mente sieda.
E in gran pregio non men l'hanno, ed amore
Portanle i figli, e i cittadini ancora,
Che a lei, quandunque va per la cittade,
Gli occhi alzan, come a diva, e con accenti
Festivi la ricevono; ch senno
N a lei pur manca vr chi pi tien caro,
E le liti non rado ella compone.
Se un loco prender nel suo cor tu sai,
La terra, dove i lumi apristi al giorno,
La magion de' tuoi padri, e degli amici
I noti volti riveder confida.
  Detto, la dea, ch' nelle luci azzurra,
Su pel mare infruttifero lanciossi.
Lasci la bella Scheria, e Maratona
Trov, ed Atene dalle larghe vie,
E nel suo tempio entr, che d'Eretto
Fu rcca inespugnabile. Ma Ulisse
All'ostello reale il pi movea,
E molte cose rivolgea per l'alma,
Pria ch'ei toccasse della soglia il bronzo:
Ch d'Alcinoo magnanimo l'augusto
Palagio chiara, qual di sole o luna,
Mandava luce. Dalla prima soglia
Sino al fondo correan due di massiccio
Rame pareti risplendenti, e un fregio
Di ceruleo metal girava intorno.
Porte d'r tutte la inconcussa casa
Chiudean: s'ergean dal limitar di bronzo
Saldi stpiti argentei, ed un argenteo
Sosteneano architrave, e anello d'oro
Le porte ornava; d'ambo i lati a cui,
Stavan d'argento e d'r vigili cani:
Fattura di Vulcan, che in lor ripose
Viscere dotte, e da vecchiezza immuni
Temperolli, e da morte, onde guardato
Fosse d'Alcinoo il gloroso albergo.
E quanto si stendean le due pareti,
Eranvi sedie quinci e quindi affisse,
Con fini pepli sovrapposti, lunga
Delle donne di Scheria opra solerte.
Qui de' Feaci s'assideano i primi,
La mano ai cibi ed ai licor porgendo,
Che lor metteansi ciascun giorno avante:
E la notte garzoni in oro sculti
Su piedistalli a grande arte construtti,
Spargean lume con faci in su le mense.
Cinquanta il re servono ancelle: l'une
Sotto pietra rotonda il biondo grano
Frangono; e l'altre o tesson panni, o fusi
Con la rapida man rotano assise,
Movendosi ad ognor, quali agitate
Dal vento foglie di sublime pioppo.
Splendono i drappi a maraviglia intesti,
Come se un olio d'r su vi scorresse.
Poich quanto i Feaci a regger navi
Gente non han che li pareggi, tanto
Valgon tele in oprar le Feacesi,
Cui mano industre pi che all'altre donne
Diede Minerva, e pi sottile ingegno.
  Ma di fianco alla reggia un orto grande,
Quanto ponno in d quattro arar due tori
Stendesi, e viva siepe il cinge tutto.
Alte vi crescon verdeggianti piante,
Il pero e il melagrano, e di vermigli
Pomi carico il melo, e col soave
Fico nettreo la canuta oliva.
N il frutto qui, regni la state, o il verno,
Pre, o non esce fuor: quando s dolce
D'ogni stagione un zeffiretto spira,
Che mentre spunta l'un, l'altro matura.
Sovra la pera giovane, e su l'uva
L'uva, e la pera invecchia, e i pomi e i fichi
Presso ai fichi ed ai pomi. Abbarbicata
Vi lussureggia una feconda vigna,
De' cui grappoli il sol parte dissecca
Nel pi aereo ed aprco, e parte altrove
La man dispicca dai fogliosi tralci,
O calca il pi ne' larghi tini: acerbe
Qua buttan l'uve i redolenti fiori,
E di porpora l tingonsi e d'oro.
Ma del giardino in sul confin tu vedi
D'ogni erba e d'ogni fior sempre vestirsi
Ben culte aiuole, e scaturir due fonti
Che non taccion giammai: l'una per tutto
Si dirama il giardino, e l'altra corre,
Passando del cortil sotto alla soglia,
Sin davanti al palagio; e a questa vanno
Gli abitanti ad attingere. S bella
Sede ad Alcinoo destinaro i numi.
Di maraviglia tacito e sospeso
Ulisse col stava; e visto ch'ebbe
Tutto, e rivisto con secreta lode,
Nell'eccelsa magion ratto si mise.
Trov i Feaci condottieri e prenci,
Che libavan co' nappi all'Argicida
Mercurio, a cui libar solean da sezzo,
Come del letto gli assala la brama;
E innanzi trapass, dentro alla folta
Nube che Palla gli avea sparsa intorno,
Finch ad Arete e al suo marito giunse.
Circond con le braccia alla Reina
Le ginocchia; ed in quel da lui staccossi
La nube sacra, e in vento si disciolse.
Tutti repente ammutolro, e forte
Stupan, guardando l'uom che alla Reina
Supplicava in tal forma: O del divino
Ressnore figliuola, illustre Arete,
Alle ginocchia tue, dopo infiniti
Disastri, io vegno, vegno al tuo consorte,
E a questi grandi ancor, cui d felici
Menar gli di concedano, e ne' figli
Le ricchezze domestiche e gli onori
Che s'acquistaro, tramandare. Or voi
Scorta m'apparecchiate, acciocch in breve
Alla patria io mi renda ed agli amici,
Da cui vivo lontan tra i guai gran tempo.
  Disse, e and al focolare, e innanzi al foco
Sovra l'immonda cenere sedette:
N alcun fra tanti apra le labbra. Al fine
Parl l'eroe vecchio Eteno, che in pronto
Molte avea cose trapassate, e tutti
Di facondia vincea, non men che d'anni:
Alcinoo, disse con amico petto,
Poco ti torna onor, che su l'immonda
Cenere il forestier sieda; e se nullo
Muovesi, egli  perch un tuo cenno aspetta.
Su via, leval di terra, e in sedia il poni
Borchiettata d'argento; e ai banditori
Mescer comanda, onde al gran Giove ancora
Che del fulmine gode, e s'accompagna
Co' venerandi supplici, libiamo.
La dispensiera poi di quel che in serbo
Tiene, presenti al forestier per cena.
  Alcinoo, udito ci, lo scaltro Ulisse
Prese per man, dal focolare alzollo
E l'adagi sovra un lucente seggio,
Fatto sorgerne prima il pi diletto
De' suoi figliuoli che sedeangli accanto,
L'amico di virt Laodamante.
Tosto l'ancella da bel vaso d'oro
Purissim'acqua nel bacil d'argento
Gli versava, e stendea desco polto,
Su cui l'onesta dispensiera bianchi
Pani venne ad imporre, e di serbate
Dapi gran copia. Ma la sacra possa
Di Alcinoo al banditor: Pontnoo, il rosso
Licore infondi nelle tazze, e in giro
Recalo a tutti, onde al gran Giove ancora,
Che del fulmine gode, e s'accompagna
Co' venerandi supplici, libiamo.
  Disse; e Pontnoo il buon licore infuse,
E il rec, propinando, a tutti in giro.
Ma il re, come libato ebbero, e a piena
Voglia bevuto, in tai parole usco:
O condottieri de' Feaci, o capi,
Ci che il cor dirvi mi consiglia, udite.
Gi banchettati foste: i vostri alberghi
Cercate adunque e riposate. Al primo
Raggio di Sole in numero pi spessi
Ci adunerem, perch da noi s'onori
L'ospite nel palagio, e pi superbe
Vittime immoleransi: indi con quale
Scorta al suol patrio, per lontan che giaccia,
Possa, non pur senza fatica o noia,
Ma lieto e rapidissimo condursi,
Diviseremo. Esser dee nostra cura
Che danno non l'incolga, in sin ch'ei tocco
Non abbia il suol nato. Col poi giunto,
Quel soffrir, che le severe Parche
Nel d del suo natale a lui filro.
E se un dio fosse dall'Olimpo sceso?
Altro s'avvolgera disegno in mente
De' numi allora. Spesso a noi mostrarsi
Nell'ecatombe pi solenni, e nosco
Starsi degnaro ad una mensa. Dove
Un qualche vandante in lor s'avvenga,
Non l'occultano a noi, che per vetusta
Origine lor siam molto vicini,
Non altrimenti che i Ciclopi antichi,
E de' Giganti la selvaggia stirpe.
  Alcinoo, gli rispose il saggio Ulisse,
Muta questo pensiero. Io dell'immenso
Cielo ai felici abitatori eterni
N d'indole somiglio, n d'aspetto.
Somiglio ai figli de' mortali, e a quanti
Voi conoscete in pi angoscioso stato.
N ad alcuno di lor cedo ne' mali:
Tanti e s gravi men crearo i numi.
Or cenar mi lasciate, ancor che afflitto;
Per che nulla io so di pi molesto
Che il digiun ventre, di cui l'uom mal puote
Dimenticarsi per gravezze o doglie.
Nel fondo io son de' guai: pur questo interno
Signor, che mai di domandar non resta,
Vuol ch'io pi non rammenti i danni miei,
E ai cibi stenda ed ai licor la mano.
Ma voi, comparso in Orente il giorno,
Rimandarmi vi piaccia. Io non ricuso,
Visti i miei servi, l'alte case e i campi,
Gli occhi al lume del Sol chiuder per sempre.
  Disse; e tutti assentano, e fean gran ressa,
Che lo stranier, che ragion s bene,
Buona scorta impetrasse. Al fin, libato
Ch'ebbero e a pien bevuto, il proprio albergo
Ciascun cercava, per entrar nel sonno.
Sol nella reggia rimaneasi Ulisse,
E presso gli sedeano Alcinoo e Arete,
Mentre le ancelle del convito i vasi
Dalla mensa toglieano. Arete prima
Gli favell, come colei che il manto
Riconobbe, e la tunica, leggiadre
Vesti, che di sua man tessute avea
Con le sue fanti, e che or vedeagli in dosso:
Stranier, gli disse con alate voci,
Di questo io te cercar voglio la prima:
Chi sei tu? Donde sei? Da chi tai panni?
Non ci fai creder tu che ai nostri lidi
Misero, errante e naufrago approdasti?
  E il saggio Ulisse replicgli: Forte,
Regina, i mali raccontar, che molti
M'invaro gli di. Quel che pi brami
Sapere, io toccher. Lontana giace
Un'isola nel mar che Ogigia  detta.
Quivi d'Atlante la fallace figlia
Dai ben torti capei, Calipso, alberga,
Terribil dea, con cui nessun de' numi
Conversa, o de' mortali. Un genio iniquo
Con lei me solo a dimorar costrinse,
Dappoi che Giove a me per l'onde scure
La ratta nave folgorando sciolse.
Tutti morti ne fro i miei compagni:
Ma io, con ambe mani alla carena
Della nave abbracciatomi, per nove
Giorni fui trasportato, e nella fosca
Decima notte all'isoletta spinto
Della dea, che m'accolse, e amicamente
Mi trattava e nodriva, e promettea
Da morte assicurarmi e da vecchiezza;
N per il cor mi pieg mai nel petto.
Sette anni interi io mi vedea con lei,
E di perenni lagrime i divini
Panni bagnava, che mi porse in dono.
Ma tosto che l'ottavo anno si volse,
La diva, o fosse imperal messaggio
Del figliuol di Saturno, o di lei stessa
Mutamento improvviso, alle mie case
Ritornar confortavami. Su travi,
Da moltiplici nodi in un congiunte,
Con molti doni accommiatommi: pane
Candido e dolce vin diemmi, e odorate
Vesti vestimmi, e, ad incresparmi il mare,
Un placido mand vento innocente.
Io dieci viaggiava e sette giorni
Su le liquide strade. Al nuovo albore
Mi sorse incontro co' suoi monti ombrosi
L'isola vostra, e a me infelice il core
Ridea, bench altri guai m'apparecchiasse
Nettun, che incit i venti, il mar commosse,
Mi precise la via; n pi speranza
Gi m'avanzava, che il naviglio frale
Me gemente portasse all'onde sopra.
Ruppelo al fine il turbo. A nuoto allora
Misurai questo mar, finch alla vostra
Contrada il vento mi sospinse e il flutto.
Quivi alla terra, nell'uscir dell'acque,
Franto un'onda m'avra, che me in acute
Punte cacciava, e in disamabil riva:
Se non ch'io, ritirandomi dal lido,
Tanto ntava, che a un bel fiume sceso
Da Giove io giunsi, ove opportuno il loco
Parvemi e liscio; n in bala de' venti.
Scampai, le forze raccogliendo. Intanto
Spieg i suoi veli la divina Notte,
Ed io, lasciato da una parte il fiume,
Sovra un letto di foglie e tra gli arbusti
Giacqui, e m'infuse lungo sonno un dio.
Dormi l'intera notte insino all'alba,
Dormi sino al meriggio; e gi calava
Verso Occidente il Sole, allor che il dolce
Sonno m'abbandon. Vidi le ancelle
Della tua figlia trastullar su l'erba,
E lei tra quelle, che una dea mi parve,
E a cui preghiere io porsi; ed ella senno
Mostrava tal, qual non s'attende mai
L'uom da una et s fresca, in cui s'abbatta,
Perch la fresca et sempre folleggia.
Ella recente pan, vino possente,
Ella comodo bagno a me nel fiume,
Ed ella vesti. Me infelice il fato
Render potr, ma non potr bugiardo.
  Ed Alcinoo repente: Ospite, in questo
La mia figlia sfall, che non condusse
Te con le ancelle alla magion, quantunque
Tu a lei primiera supplicato avessi.
  Eccelso eroe, non mi biasmar, rispose
Lo scaltro Ulisse, per cagion s lieve
La incolpabil fanciulla. Ella m'ingiunse
Di seguitarla con le ancelle; ed io
Men guardai, per timor che il tuo vedermi
T'infiammasse di sdegno. Umana, il sai,
Razza noi siamo al sospettare inchina.
  Ed Alcinoo di nuovo: Ospite, un'alma
Gi non s'annida in me, che fuoco prenda
S prontamente. Alla ragione io cedo,
E quel che onesto  pi, sempre io trascelgo.
Ed oh piacesse a Giove, a Palla e a Febo,
Che, qual ti scorgo, e d'un parer con meco
Sposa volessi a te far la mia figlia,
Genero mio chiamarti, e la tua stanza
Fermar tra noi! Case otterresti e beni
Da me, dove il restar non ti sgradisse:
Ch ritenerti a forza, e l'ospitale
Giove oltraggiar, nullo qui fia che ardisca.
Per cos su l'alba il tuo vaggio
Noi disporrem, che abbandonarti al sonno
Nella nave potrai, mentre i Feaci
L'azzurra calma romperan co' remi,
N cesseran, che nella patria messo
T'abbiano, e ovunque ti verr deso,
Foss'anco oltre l'Euba, cui pi lontana
D'ogni altra regon che alzi dal mare,
Dicon que' nostri che la vider, quando
A Tizio, figlio della terra, il biondo
Radamanto condussero. All'Euba
S'indrizzar, l'afferrar, ne ritornaro
Tutto in un giorno; e non fu grave impresa.
Conoscerai quanto sien bene inteste
Le nostre navi, e i giovani gagliardi
Nel voltar sottosopra il mar co' remi.
  Gio a tai detti il pazente Ulisse,
E, le braccia levando: O Giove padre,
Sclam, tutte adempir le sue promesse
Possami Alcinoo! Ei gloria eterna avranne,
Ed io porr nelle mie case il piede.
  Queste correan tra lor parole alterne.
Ma la Reina, candida le braccia,
Arete, intanto alle fantesche impose
Il letto collocar sotto la loggia,
Belle gittarvi porporine coltri,
E tappeti distendervi, e ai tappeti
Manti vellosi sovrapporre. Uscro
Quelle, tenendo in man lucide faci,
Il denso letto sprimacciaro in fretta,
E rentrate: Sorgi, ospite; or puoi,
Dissero a Ulisse, chiuder gli occhi al sonno.
N punto al forestier l'invito spiacque.
Cos ei sotto il portico sonante
L s'addorma ne' traforati letti.
Alcinoo si corc del tetto eccelso
Ne' penetrali; e a lui da presso Arete,
La consorte real, che a s ed a lui
Prepar di sua mano il letto e i sonni.



LIBRO OTTAVO


  Ma tosto che rosata ambo le palme,
Comparve in ciel l'aggiornatrice Aurora,
Surse di letto la sacrata possa
Del magnanimo Alcinoo, e il divin surse
Rovesciator delle cittadi Ulisse.
La possanza d'Alcinoo al parlamento,
Che i Feaci tenean presso le navi,
Prima d'ogni altro mosse. A mano a mano
Venano i Feacesi, e su polite
Pietre sedeansi. L'occhiglauca diva,
Cui d'Ulisse il ritorno in mente stava,
Tolte del regio banditor le forme,
Qua e l s'avvolgea per la cittade,
E appressava ciascuno, e: Su, dicea,
Su, prenci e condottieri, al foro, al foro,
Se udir vi cal dello stranier che giunse
Ad Alcinoo test per molto mare,
E assai pi, che dell'uom, del nume ha in viso.
  Disse, e tutti eccit. Della raccolta
Gente fro in brev'ora i seggi pieni.
Ciascun guardava con le cigla in arco
Di Laerte il figliuol: ch a lui Minerva
Sovra il capo diffuse e su le spalle
Divina grazia, ed in grandezza e in fiore
Crebbelo, e in gagliarda, perch'ei ne' petti
Destar potesse riverenza e affetto,
E de' nobili giuochi, ove chiamato
Fosse a dar di s prova, uscir con vanto.
  Concorsi tutti, e in una massa uniti,
Tra loro arring Alcinoo in questa guisa:
O condottieri de' Feaci, e prenci,
Ci che il cor dirvi mi comanda, udite.
Questo a me ignoto forestier, che venne
Ramingo, e ignoro ancor se donde il Sole
Nasce, o donde tramonta, ai tetti miei
Scorta dimanda pel viaggio, e prega
Gli sia ratto concessa. Or noi l'usanza
Non seguirem con lui? Uomo, il sapete,
Ai tetti miei non capit, che mesto
Languir dovesse sovra queste piagge,
Per difetto di scorta, i giorni e i mesi.
Traggasi adunque nel profondo mare
Legno dall'onde non battuto ancora,
E s'eleggan cinquanta e due garzoni
Tra il popol tutto, gli ottimi. Costoro,
Varato il legno, e avvinti ai banchi i remi,
Subite e laute ad apprestar m'andranno
Mense, che a tutti oggi imbandite io voglio.
Ma quei che di bastone ornan la mano,
L'ospite nuovo ad onorar con meco
Vengano ad una; e il banditor mi chiami
L'immortale Demodoco, a cui Giove
Spira sempre de' canti il pi soave,
Dovunque l'estro, che l'infiamma, il porti.
  Detto, si mise in via. Tutti i scettrati
Seguanlo ad una, e all'immortal cantore
L'araldo indirizzavasi. I cinquanta
Garzoni e due, come il re imposto avea,
Fro del mar non seminato al lido;
La nave negra nel profondo mare
Trassero, alzro l'albero e la vela.
I lunghi remi assicurr con forti
Lacci di pelle, a maraviglia il tutto,
E, le candide vele al vento aperte,
Arrestaro nell'alta onda la nave:
Poscia d'Alcinoo ritrovar l'albergo.
Gi i portici s'empiean, s'empieano i chiostri,
Non che ogni stanza, della varia gente,
Che s'accogliea, bionde e canute teste,
Una turba infinita. Il re quel giorno
Diede al sacro coltel dodici agnelle,
Otto corpi di verri ai bianchi denti,
E due di tori dalle torte corna.
Gli scoir, gli acconcir, ne apparecchiaro
Convito invidabile. L'araldo
Ritorno feo, per man guidando il vate,
Cui la Musa portava immenso amore,
Bench il ben gli temprasse e il male insieme.
Degli occhi il vedov, ma del pi dolce
Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo
Sedia d'argento borchiettata a lui
Pose, e l'affisse ad una gran colonna:
Poi la cetra vocale a un aureo chiodo
Gli appese sovra il capo, ed insegngli,
Come a staccar con mano indi l'avesse.
Ci fatto, un desco gli distese avanti
Con panier sopra, e una capace tazza,
Ond'ei, qual volta nel pungea deso,
Del vermiglio licor scaldasse il petto.
  Come la fame rintuzzata, e spenta
Fu la sete in ciascun, l'egregio vate,
Che gi tutta sentasi in cor la Musa,
De' forti il pregio a risonar si volse,
Sciogliendo un canto, di cui sino al cielo
Salse in que' d la fama. Era l'antica
Tenzon d'Ulisse e del Pelade Achille,
Quando di acerbi detti ad un solenne
Convito sacro si ferro entrambi.
Il re de' prodi Agamennn gioa
Tacitamente in s, visti a contesa
Venire i primi degli Achei: ch questo
Della caduta d'Ilio era il segnale.
Tanto da Febo nella sacra Pito,
Varcato appena della soglia il marmo,
Predirsi allora ud, che di que' mali,
Che sovra i Teucri, per voler di Giove,
Rovesciarsi doveano, e su gli Achivi,
Si cominciava a dispiegar la tela.
  A tai memorie il Laerziade, preso
L'ampio ad ambe le man purpureo manto,
Sel trasse in testa, e il nobil volto ascose,
Vergognando che lagrime i Feaci
Vedesserlo stillar sotto le ciglia.
Tacque il cantor divino; ed ei, rasciutte
Le guancie in fretta, dalla testa il manto
Si tolse, e, dato a una ritonda coppa
Di piglio, lib ai numi. I Feacesi
Cui gioia erano i carmi, a ripigliarli
Il poeta eccitavano, che apra
Novamente le labbra; e novamente
Coprirsi il volto e lagrimare Ulisse.
Cos, gocciando lagrime, da tutti
Celossi. Alcinoo sol di lui s'avvide,
E l'adocchi, sedendogli da presso,
Oltre che forte sospirare udillo;
E pi non aspettando: Udite, disse,
Della Feacia condottieri e prenci.
Gi del comun convito, e dell'amica
De' conviti solenni arguta cetra
Godemmo. Usciamo, e ne' diversi giuochi
Proviamci, perch l'ospite, com'aggia
Rimesso il pi nelle paterne case,
Narri agli amici, che l'udranno attenti,
Quanto al cesto e alla lotta, e al salto e al corso,
Cede a noi, vaglia il vero, ogni altra gente.
  Disse, ed entr in cammino; e i prenci insieme
Seguanlo. Ma l'araldo, alla caviglia
Rappiccata la sonante cetra,
Prese il cantor per mano, e fuor del tetto
Menollo: indi guidavalo per quella
Strada, in cui posto erasi Alcinoo e i capi.
Movean questi veloce al Foro il piede,
E gente innumerabile ad un corpo
Lor tenea dietro. Ed ecco sorger molta,
Per cimentarsi, giovent forzuta.
Sorse Acroneo ed Ocalo. Eleatro sorse,
E Nauteo e Prmneo e Anchalo: levossi
Eretmo ancor, Ponto, Proto, Tone,
Non che Anabesino, non che Anfilo,
Di Polino Tectonide la prole,
E non ch'Euralo all'omicida Marte
Somigliante, e Naublide, che tutti,
Ma dopo il senza neo Laodamante,
Vincea di corpo e di belt. N assisi
I tre restr figli d'Alcinoo: desso
Laodamante, Alio, che al Rege nacque
Secondo, e Clitono pari ad un nume.
  Del corso fu la prima gara. Un lungo
Spazio stendeasi alla carriera; e tutti
Dalle mosse volavano in un groppo
Densi globi di polvere levando.
Avanz gli altri Clitono, che, giunto
Della carriera al fin, lasciolli indietro
Quell'intervallo che i gagliardi muli
I tardi lascian corpulenti buoi,
Se lo stesso noval fendono a un'ora.
Succed al corso l'ostinata lotta,
Ed Euralo prevalse. Il maggior salto
Anfilo spiccollo, e il disco lunge
Non iscagli nessun, com'Elatro.
Laodamante, il real figlio egregio,
Nel pgile severo ebbe la palma.
  Fine al diletto de' certami posto,
Parl tra lor Laodamante: Amici,
Su via, l'estraneo domandiam di queste
Prove, se alcuna in giovent ne apprese.
Di buon taglio e' mi sembra; e, dove ai fianchi,
Dove alle gambe, e delle mani ai dossi
Gurdisi, e al fermo collo, una robusta
Natura io veggio, e non mi par che ancora
Degli anni verdi l'abbandoni il nerbo.
Ma il fransero i disagi all'onde in grembo:
Ch non , quanto il mar, siccome io credo,
Per isconfigger l'uom, bench assai forte.
  Laodamante, il tuo parlar fu bello,
Euralo rispondea. Per l'abborda
Tu stesso, e il tenta; e a fuori uscir l'invita.
  Come d'Alcinoo l'incolpabil figlio
Questo ebbe udito, si fe' innanzi, e stando
Nel mezzo: Ors, gli disse, ospite padre,
Tu ancor ne' giochi le tue forze assaggia,
Se alcun mai ne apparasti a' giorni tuoi,
E degno  ben che non ten mostri ignaro:
Quando io non so per l'uom gloria maggiore
Che del pi con prodezza e della mano,
Mentre in vita riman, poter valersi.
T'arrischia dunque, e la tristezza sgombra
Dall'alma. Poco il desato istante
Del tuo vaggio tarder: varata
Fu gi la nave, e i rmigi son pronti.
  Ma cos gli rispose il saggio Ulisse:
Laodamante, a che cotesto invito,
Deridendomi quasi? Io, pi che giochi,
Disastri volgo per l'afflitta mente,
Io, che tanto pati, sostenni tanto,
E or qui, mendico di ritorno e scorta,
Siedomi, al re pregando, e al popol tutto.
  Il bravo Euralo a viso aperto allora:
Uom non mi sembri tu, che si conosca
Di quelle pugne che la stirpe umana
Per suo diletto esercitar costuma.
Tu m'hai vista di tal che presso nave
Di molti banchi s'affaccendi, capo
Di marinari al trafficare intesi,
Che in mente serba il carico, ed al vitto
Pensa; e ai guadagni con rapina fatti:
Ma nulla certo dell'atleta tieni.
  Mirollo bieco, e replicgli Ulisse:
Male assai favellasti, e ad uom protervo
Somigli in tutto. Cos  ver che i numi
Le pi care non dan doti ad un solo:
Sembiante, ingegno e ragionar che piace.
L'un bellezza non ha, ma della mente
Gl'interni sensi in cotal guisa esprime,
Che par delle parole ornarsi il volto.
Gode chiunque il mira. Ei, favellando
Con soave modestia, e franco a un tempo,
Spicca in ogni consesso; e allor che passa
Per la citt, gli occhi a s attrae, qual nume.
L'altro nel viso e nelle membra un mostra
Degl'immortali di: pur non si vede
Grazia che ai detti suoi s'avvolga intorno.
Cos te fregia la belt, n meglio
Formar sapran gli stessi eterni un volto:
Se non che poco della mente vali.
Mi trafiggesti l'anima nel petto,
Villane voci articolando; io nuovo
Non son de' giochi qual tu cianci e credo
Anzi, ch'io degli atleti andai tra i primi,
Finch potei de' verdi anni e di queste
Braccia fidarmi. Or me, che aspre fatiche
Durai, tra l'armi penetrando e l'onde,
Gl'infortun domaro. E non pertanto
Cimenterommi: ch mordace troppo
Fu il tuo sermon, ne pi tenermi io valgo.
  Disse; e co' panni stessi, in ch'era involto,
Lanciossi, ed afferr massiccio disco,
Che quelli, onde giocar solean tra loro,
Molto di mole soverchiava e pondo.
Rotollo in aria, e con la man robusta
Lo spinse: son il sasso, ed i Feaci,
Que' naviganti celebri, que' forti
Remigatori, s'abbattero in terra
Per la foga del sasso il qual, partito
Da s valida destra, i segni tutti
Rapidamente sorvol. Minerva,
Vestite umane forme, il segno pose,
E all'ospite conversa: Un cieco, disse,
Trovar, palpando, tel potra: ch primo,
N gi di poco, e solitario sorge.
Per questa prova dunque alcun timore
Non t'anga: lunge dal passarti, alcuno
Tra i Feaci non fia che ti raggiunga.
Rallegrossi a tai voci, e si compiacque
Il Laerzade, che nel circo uom fosse
Che tanto il favora. Quindi ai Feaci
Pi mollemente le parole volse:
Quello arrivate, o damigelli, e un altro
Pari, o pi grande, fulminarne in breve
Voi mi vedrete, io penso. Ed anco in altri
Certami, o cesto, o lotta, o corso ancora,
Chi far periglio di se stesso agogna,
Venga in campo con me: poich di vero
Mi provocaste oltre misura. Uom vivo
Tra i Feacesi io non ricuso, salvo
Laodamante, che ricetto dammi.
Chi entrar vorrebbe con l'amico in giostra?
Stolto e da nulla  senza dubbio, e tutto
Storpia le imprese sue, chunque, in mezzo
D'un popol stranier, con chi l'alberga
Si presenta a contendere. Degli altri
Nessun temo, o dispregio, e son con tutti
Nel d pi chiaro a misurarmi pronto,
Come colui che non mi credo imbelle,
Quale il cimento sia. L'arco lucente
Trattare appresi: imbroccherei primaio,
Saettando un guerrier dell'oste avversa,
Bench turba d'amici a me d'intorno
Contra quell'oste disfrenasse i dardi.
Sol Filottete mi vincea dell'arco,
Mentre a gara il tendean sotto Ilio i Greci:
Ma quanti sulla terra or v'ha mortali,
Cui la forza del pane il cor sostenta,
Io di gran lunga superar mi vanto:
Ch non vo' pormi io gi co' prischi eroi,
Con Eurto d'Ecalia, o con Alcde,
Che agli di stessi di scoccar nell'arte
Si pareggiro. Che ne avvenne? Giorni
Sorser pochi ad Eurto, e le sue case
Nol videro invecchiar, poscia che Apollo
Forte si corrucci che disfidato
L'avesse all'arco, e di sua man l'uccise.
Dell'asta poi, quanto nessun di freccia
Saprebbe, io traggo. Sol nel corso io temo
Non mi vantaggi alcun: ch, tra che molto
M'afflisse il mare, e che non fu il mio legno
Sempre vettovagliato, a me, qual prima,
Non ubbidisce l'infedel ginocchio.
  Ammutol ciascuno, e Alcinoo solo
Rispose: Forestier, la tua favella
Sgradir non ci potea. Sdegnato a dritto
De' motti audaci, onde colui ti morse,
La virt mostrar vuoi che t'accompagna,
Virt, che or da chi tanto o quanto scorga,
Pi biasmata non fia. Ma tu m'ascolta,
Acciocch un d, quando nel tuo palagio
Sederai con la sposa e i figli a mensa,
E quel che di gentile in noi s'annida,
Rimembrerai, possa un illustre amico
Favellando narrar, quali redammo
Studi dagli avi, per voler di Giove.
Non siam n al cesto, n alla lotta egregi;
Ma rapidi moviam, correndo, i passi,
E a maraviglia navighiamo. In oltre
Giocondo sempre il banchettar ci torna,
Musica e danza, ed il cangiar di veste,
I tepidi lavacri e i letti molli.
Su dunque voi, che tra i Feaci il sommo
Pregio dell'arte della danza avete,
Fate che lo straniero a' suoi pi cari,
Risalutate le paterne mura,
Piacciasi raccontar, quanto anche al ballo,
Non che al nautico studio ed alla corsa,
Noi da tutte le genti abbiam vantaggio.
E tu, Pontonoo, per l'arguta cetra,
Che nel palagio alla colonna pende,
Vanne e al divin Demodoco la reca.
  Sorse, e part l'araldo; e al tempo stesso
Sorsero i nove a presedere ai giuochi
Giudici eletti dai comuni voti:
Ed il campo agguagliro, e dilataro,
Rimosse alquanto le persone, il circo.
Torn l'araldo con la cetra, e in mano
La pose di Demodoco, che al circo
S'adagi in mezzo. Danzatori allora
D'alta eccellenza, e in sul fiorir degli anni
Feano al vate corona, ed il bel circo
Co' presti piedi percoteano. Ulisse
De' frettolosi pi gli sfolgori
Molto lodava; e non si ravea
Dallo stupor che gl'ingombrava il petto.
  Ma il poeta divin, citareggiando,
Del bellicoso Marte, e della cinta
Di vago serto il crin Vener Ciprigna,
Prese a cantar gli amori, ed il furtivo
Lor conversar nella superba casa
Del re del fuoco, di cui Marte il casto
Letto macchi nefandemente, molti
Doni offerti alla dea, con cui la vinse.
Repente il Sole, che la colpa vide,
A Vulcan nunzolla; e questi, udito
L'annunzio doloroso, alla sua negra
Fucina corse, un'immortal vendetta
Macchinando nell'anima. Sul ceppo
Piant una magna incude; e col martello
Nodi, per ambo imprigionarli, orda
A frangersi impossibili, o a disciorsi.
Fabbricate le insidie, ei, contra Marte
D'ira bollendo, alla secreta stanza,
Ove steso giaceagli il caro letto,
S'avv in fretta, e alla lettiera bella
Sparse per tutto i fini lacci intorno,
E molti sospendeane all'alte travi,
Quai fila sottilissime d'aragna,
Con tanta orditi e s ingegnosa fraude,
Che n d'un dio li potea l'occhio trre.
Poscia che tutto degl'industri inganni
Circondato ebbe il letto, ir finse in Lenno.
Terra ben fabbricata, e, pi che ogni altra
Cittade, a lui diletta. In questo mezzo
Marte, che d'oro i corridori imbriglia,
Alle vedette non istava indarno.
Vide partir l'egregio fabbro, e, sempre
Nel cor portando la di vago serto
Cinta il capo Ciprigna, alla magione
Del gran mastro de' fuochi in fretta mosse.
Ritornata di poco era la diva
Dal Saturnde onnipossente padre
Nel coniugale albergo; e Marte, entrando,
La trov che posava, e lei per mano
Prese, e a nome chiam: Venere, disse,
Ambo ci aspetta il solitario letto.
Di casa usc Vulcano; altrove, a Lenno
Vassene, e ai Sinti di selvaggia voce.
  Piacque l'invito a Venere, e su quello
Sal con Marte, e si corc: ma i lacci
Lor s'avvolgean per cotal guisa intorno,
Che stendere una man, levare un piede,
Tutto era indarno; e s'accorgeano al fine
Non aprirsi di scampo alcuna via.
S'avvicinava intanto il fabbro illustre,
Che volta di dal suo viaggio a Lenno:
Perocch il Sole spator la trista
Storia gli raccont. Tutto dolente
Giunse al suo ricco tetto ed arrestossi
Nell'atrio: immensa ira l'invase, e tale
Dal petto un grido gli scoppi, che tutti
Dell'Olimpo l'udir gli abitatori:
O Giove padre, e voi, disse, beati
Numi, che d'immortal vita godete,
Cose venite a rimirar da riso,
Ma pure insopportabili. Ciprigna,
Di Giove figlia, me, perch impedito
De' piedi son, copre d'infamia ognora,
Ed il suo cor nell'omicida Marte
Pone, come in colui che bello e sano
Nacque di gambe, dove io mal mi reggo.
Chi sen vuole incolpar? Non forse i soli,
Che tal non mi dovean mettere in luce,
Parenti miei? testimon siate, o numi,
Del lor giacersi uniti, e dell'ingrato
Spettacol che oggi sostener m' forza.
Ma infredderan nelle lor voglie, io credo,
Bench s accesi, e a cotai sonni in preda
Pi non vorranno abbandonarsi. Certo
Non si svilupperan d'este catene,
Se tutti prima non mi torna il padre
Quei ch'io posi in sua man, doni dotali
Per la fanciulla svergognata: quando
Bella, sia loco al ver, figlia ei possiede,
Ma del proprio suo cor non donna punto.
  Disse; e i di s'adunro alla fondata
Sul rame casa di Vulcano. Venne
Nettuno, il dio per cui la terra trema,
Mercurio venne de' mortali amico,
Venne Apollo dal grande arco d'argento.
Le dee non gi; ch nelle stanze loro
Ritenevale vergogna. Ma i datori
D'ogni bramato ben di sempiterni
Nell'atrio s'adunr: sorse tra loro
Un riso inestinguibile, mirando
Di Vulcan gli artifici; e alcun, volgendo
Gli occhi al vicino, in tai parole usca:
Fortunati non sono i nequitosi
Fatti, e il tardo talor l'agile arriva.
Ecco Vulcan, bench s tardo, Marte,
Che di velocit tutti d'Olimpo
Vince gli abitator, cogliere: il colse,
Zoppo essendo, con l'arte; onde la multa
Dell'adulterio gli pu trre a dritto.
  Allor cos a Mercurio il gaio Apollo:
Figlio di Giove, messaggiero accorto,
Di grate cose dispensier cortese,
Vorrestu avvinto in s tenaci nodi
Dormire all'aurea Venere da presso?
  Oh questo fosse, gli rispose il nume
Licenzoso, e ad opre turpi avvezzo;
Fosse, o sir dall'argenteo arco, e in legami
Tre volte tanti io mi trovassi avvinto,
E intendessero i numi in me lo sguardo
Tutti, e tutte le dee! Non mi dorra
Dormire all'aurea Venere da presso.
  Tacque; e in gran riso i Sempiterni diero.
Ma non ridea Nettuno; anzi Vulcano,
L'inclito mastro, senza fin pregava,
Liberasse Gradivo, e con alate
Parole gli dicea: Scioglilo. Io t'entro
Mallevador, che agl'Immortali in faccia
Tutto ei compenser, com' ragione.
  Questo, rispose il dio dai pi distorti
Al Tridentier dalle cerulee chiome,
Non ricercar da me. Triste son quelle
Mallevere che dnnosi pe' tristi.
Come legarti agl'Immortali in faccia
Potrei, se Marte, de' suoi lacci sciolto,
Del debito, fuggendo, anco s'affranca?
  Io ti satisfar, riprese il nume
Che la terra circonda, e fa tremarla.
  E il divin d'ambo i pi zoppo ingegnoso:
Bello non fra il ricusar, n lice.
Disse, e d'un sol suo tocco i lacci infranse.
  Come liberi fr, saltaro in piede,
E Marte in Tracia corse, ma la diva
Del riso amica, riparando a Cipri
In Pafo si ferm, dove a lei sacro
Frondeggia un bosco, ed un altar vapora.
Qui le Grazie lavaro, e del fragrante
Olio, che la belt cresce de' numi,
Unsero a lei le delicate membra:
Poi cos la vestir, che meraviglia
Non men che la dea stessa, era il suo manto.
  Tal cantava Demodoco; ed Ulisse
E que' remigator forti, que' chiari
Navigatori, di piacere, udendo,
Le vene ricercar sentansi, e l'ossa.
  Ma di Laodamante e d'Alio soli,
Ch gareggiar con loro altri non osa,
Ad Alcinoo mirar la danza piacque.
Nelle man tosto la leggiadra palla
Si recaro, che ad essi avea l'industre
Polibo fatta, e colorata in rosso.
L'un la palla gittava in vr le fosche
Nubi, curvato indietro; e l'altro, un salto
Spiccando, riceveala, ed al compagno
La rispingea senza fatica o sforzo,
Pria che di nuovo il suol col pi toccasse.
Gittata in alto la vermiglia palla,
La nutrice di molti amica terra
Co' dotti piedi cominciaro a battere,
A far volte e rivolte alterne e rapide,
Mentre lor s'applauda dagli altri giovani
Nel circo, e acute al ciel grida s'alzavano.
  Cos ad Alcinoo l'Itacese allora:
O de' mortali il pi famoso e grande,
Mi promettesti danzatori egregi,
E ingannato non m'hai. Chi pu mirarli
Senza inarcar dello stupor le ciglia?
  Gio d'Alcinoo la sacrata possa,
E ai Feaci rivolto: Udite, disse,
Voi che per sangue e merto i primi siete.
Saggio assai parmi il forestiero, e degno
Che di ricchi l'orniam doni ospitali.
Dodici reggon questa gente illustri
Capi, e tra loro io tredicesmo siedo.
Tunica, e manto, ed un talento d'oro
Presentiamgli ciascuno, e tosto, e a un tempo,
Ond'ei, cos donato, alla mia cena,
Con pi gioia nel cor vegna e s'assida.
Euralo, che il fer d'acerbi motti
Co' doni, e in un con le parole, il plachi.
  Assenso di ciascuno, e un banditore
Mand pe' doni, e cos Euralo: Alcinoo,
Il pi famoso de' mortali e grande,
L'ospite io placher, come tu imponi.
Gli offrir questa di temprato rame
Fedele spada che d'argento ha l'elsa,
La vagina d'avorio: e fu l'avorio
Tagliato dall'artefice di fresco.
Non l'avr, io penso, il forestier a sdegno.
  Ci detto, a Ulisse in man la spada pose
Con tali accenti: Ospite padre, salve.
Se dura fu profferta e incauta voce,
Prendala, e seco il turbine la porti.
E a te della tua donna e degli amici,
Donde lungi, e tra i guai, gran tempo vivi,
Giove conceda i desati aspetti.
  Salve, gli replic subito Ulisse,
Amico, e tu. Gli abitator d'Olimpo
Danti felici d: n mai nel petto
Per volger d'anni uopo o desir ti nasca
Di questa spada ch'io da te ricevo,
Bench placato gi sol da' tuoi detti.
Tacque; e il buon brando agli omeri sospese.
  Gi declinava il Sole, e innanzi a Ulisse
Stavano i doni. Gli onorati araldi
Nella reggia portro i doni eletti,
Che dai figli del re tolti, e all'augusta
Madre davante collocati fro.
Alcinoo entr alla reggia, e seco i prenci,
Che altamente sedero; e del re il sacro
Valore in forma tal parl ad Arete:
Donna, su via, la pi sald'arca e bella
Fuor traggi, ed una tunica vi stendi,
E un manto di cui nulla offenda il lustro.
Scaldisi in oltre allo stranier nel cavo
Rame sul foco una purissim'onda,
Perch, le membra asterse, e visti in bello
Ordin riposti de' Feaci i doni,
Meglio il cibo gli sappia, e pi gradito
Scendagli al core per l'orecchio il canto.
Io questa gli dar di pregio eccelso
Mia coppa d'oro, acci non sorga giorno,
Ch'ei d'Alcinoo non pensi, al Saturnide
Libando nel suo tetto, e agli altri numi.
  Disse; ed Arete alle sue fanti ingiunse
Porre il treppiede in su le brace ardenti.
Quelle il treppiede in su le ardenti brace
Posero, e versr l'onda, e le raccolte
Legne accendeanvi sotto: il cavo rame
Cingean le fiamme, e si scaldava il fonte.
Arete fuor della secreta stanza
Trasse dell'arche la pi salda e bella,
E tutti con la tunica e col manto
Vi allog i doni in vestimenta e in oro,
Indi assennava l'ospite: Il coverchio
Metti tu stesso, e bene avvolgi il nodo,
Non fosse alcun ti nuoccia, ove te il dolce
Sonno cogliesse nella negra nave.
  L'accorto eroe, che non udilla indarno,
Mise il coverchio, e l'intricato nodo
Prestamente form, di cui mostrato
Gli ebbe il secreto la dedalea Circe.
E qui ad entrar la dispensiera onesta
L'invitava nel bagno. Ulisse vide
I lavacri fumar tanto pi lieto,
Ch tai conforti s'accostr di rado
Al suo corpo, dal d che della ninfa
Le grotte pi nol ritenean, dov'era
D'ogni cosa adagiato al par d'un nume.
  Lavato ed unto per le scorte ancelle,
E di manto leggiadro e di leggiadra
Tunica cinto, alla gioconda mensa
Da' tepidi lavacri Ulisse giva.
Nausica, cui splendea tutta nel volto
La belt degli di, della superba
Sala fermossi alle lucenti porte.
Sguardava Ulisse, e l'ammirava, e queste
Mandavagli dal sen parole alate:
Felice, ospite, vivi e ti ricorda,
Come sarai nella nata terra,
Di quella, onde pria venne a te salute.
  Nausica, del pro' Alcinoo inclita figlia,
Ulisse rispondeale; oh! cos Giove,
L'altitonante di Giunon marito,
Voglia che il d del mio ritorno spunti,
Com'io nel dolce ancor nido nativo
Sempre, qual dea, t'onorer: ch fosti
La mia salvezza tu, fanciulla illustre.
  Gi le carni partansi, e nelle coppe
Gli umidi vini si mesceano. Ed ecco
Il banditor venir, guidar per mano
L'onorato da tutti amabil vate,
E adagiarlo, facendogli d'un'alta
Colonna appoggio, ai convitati in mezzo.
Ulisse allor dall'abbrostita e ghiotta
Schiena di pingue, dentibianco verro
Tagli un florido brano, ed all'araldo:
Te', disse, questo, e al vate il porta, ond'io
Rendagli, bench afflitto, un qualche onore.
Chi  che in pregio e in riverenza i vati
Non tenga? i vati, che ama tanto, e a cui
S dolci melodie la Musa impara.
  Port l'araldo il dono, e il vate il prese,
E per l'alma gli and tacita gioia.
  Alle vivande intanto e alle bevande
Porgean la mano; e fro spenti appena
Della fame i desri e della sete,
Che il saggio Ulisse tali accenti sciolse:
Demodoco, io te sopra ogni vivente
Sollevo, te, che la canora figlia
Del sommo Giove, o Apollo stesso inspira.
Tu i casi degli Achivi, e ci che oprro,
Ci che soffrro, con estrema cura,
Quasi visto l'avessi, o da' que' prodi
Guerrieri udito, su la cetra poni.
Via, dunque, siegui e l'edifizio canta
Del gran cavallo, che d'inteste travi,
Con Pallade al suo fianco, Epo construsse,
E Ulisse penetrar feo nella rocca
Dardania, pregno (stratagemma insigne!)
Degli eroi, per cui Troia and in faville.
Ci fedelmente mi racconta, e tutti
Sclamar m'udranno, ed attestar che il petto
Di tutta la sua fiamma il dio t'accende.
  Demodoco, che pieno era del nume,
D'alto a narrar prendea, come gli Achivi,
Gittato il foco nelle tende, i legni
Parte saliro, e aprir le vele ai venti.
Parte sedean col valoroso Ulisse
Ne' fianchi del cavallo entro la rocca.
I Troi, standogli sotto in cerchio assisi,
Molte cose dicean; ma incerte tutte.
E in tre sentenze divideansi: o il cavo
Legno intagliato lacerar con l'armi,
O addurlo in cima d'una rupe, e quindi
Precipitarlo; o il simulacro enorme
Agli adirati numi offrire in voto.
Questo prevalse alfin: poich destino
Era che allor perisse Ilio superbo,
Che ricettata nel suo grembo avesse
L'immensa mole intesta, ove de' Greci,
Morte ai Troi per recar, sedeano i capi.
Narrava pur, come de' Greci i figli,
Fuor di quella versatisi, e lasciate
Le cave insidie, la cittade a terra
Gittaro; e come, mentre i lor compagni
Guastavan qua e l palagi e templi,
Ulisse di Defobo alla casa
Col divin Menelao corse, qual Marte,
E un duro v'ebbe a sostener conflitto,
Donde usc vincitore, auspice Palla.
A tali voci, a tai ricordi Ulisse
Struggeasi dentro, e per le smorte guance
Piovea lagrime gi dalle palpbre.
Qual donna piange il molto amato sposo,
Che alla sua terra innanzi, e ai cittadini
Cadde e ai pargoli suoi, da cui lontano
Volea tener l'ultimo giorno; ed ella,
Che moribondo il vede e palpitante,
Sovra lui s'abbandona, ed urla e stride,
Mentre ha di dietro chi dell'asta il tergo
Le va battendo e gli omeri, e le intima
Schiavit dura, e gran fatica e strazio,
S che gi del dolor la miserella
Smunto ne porta e disfiorato il volto:
Cos Ulisse di sotto alle palpbre
Consumatrici lagrime piovea.
Pur del suo pianto non s'accorse alcuno,
Salvo re Alcinoo, che sedeagli appresso,
E gemere il senta: per ai Feaci:
Udite, disse, o condottieri e prenci;
Deponga il vate la sonante cetra;
Ch a tutti il canto suo grato non giunge.
Dal primo istante ch'ei toccolla, in pianto
Cominci a romper l'ospite, a cui siede
Certo un'antica in sen cura mordace.
La mano adunque dalle corde astenga;
E lieto allo stranier del par che a noi
Che il ricettammo, questo giorno cada.
Consiglio altro non v'ha. Per chi tal festa?
Per chi la scorta preparata e i doni,
D'amist pegni, e le accoglienze oneste?
Un supplice straniero ad uom, che punto
Scorga diritto,  di fratello in vece.
Ma tu di quel ch'io domandarti intendo,
Nulla celarmi astutamente: meglio
Torneranne a te stesso. Il nome dimmi,
Con che il padre solea, solea la madre,
E i cittadin chiamarti, ed i vicini:
Ch senza nome uom non ci vive in terra,
Sia buono o reo; ma, come aperse gli occhi,
Da' genitori suoi l'acquista in fronte.
Dimmi il tuo suol, le genti e la cittade,
S che la nave d'intelletto piena
Prenda la mira, e vi ti porti. I legni
Della Feacia di nocchier mestieri
Non han, n di timon: mente hanno, e tutti
Sanno i disegni di chi stavvi sopra.
Conoscon le cittadi e i pingui campi,
E senza tema di ruina o storpio,
Rapidissimi varcano, e di folta
Nebbia coverti, le marine spume.
Bens al padre Nausitoo io dire intesi
Che Nettun contra noi forte s'adira,
Perch illeso alla patria ogni mortale
Riconduciamo; e che un de' nostri legni
Ben fabbricati, al suo ritorno, il dio
Strugger nelle fosche onde, e la nostra
Cittade coprir d'alta montagna.
Ma effetto abbiano, o no, queste minacce,
Tu mi racconta, n fraudarmi il vero,
I mari scorsi e i visitati lidi.
Parlami delle genti, e delle terre
Che di popol ridondano, e di quante
Veder t'avvenne nazioni agresti,
Crudeli, ingiuste, o agli stranieri amiche,
A cui timor de' numi alberga in petto.
N mi tacer, perch secreto piangi,
Quando il fato di Grecia e d'Ilio ascolti.
Se venne dagli di strage cotanta,
Lor piacque ancor che degli eroi le morti
Fossero il canto dell'et future.
Ti per forse un del tuo sangue a Troia,
Genero prode, o suocero, i pi dolci
Nomi al cor nostro dopo i figli e i padri?
O forse un fido, che nell'alma entrarti
Sapea, compagno egregio?  qual fratello
L'uom che sempre usa teco, e a cui fornro
D'alta prudenza l'intelletto i numi.



LIBRO NONO


  Alcinoo Rege, che ai mortali tutti
Di grandezza e di gloria innanzi vai,
Bello  l'udir, gli replicava Ulisse,
Cantor, come DemOdoco, di cui
Pari a quella d'un dio suona la voce:
N spettacol pi grato havvi, che quando
Tutta una gente si dissolve in gioia,
Quando alla mensa, che il cantor rallegra,
Molti siedono in ordine, e le lanci
Colme di cibo son, di vino l'urne,
Donde coppier nell'auree tazze il versi,
E ai convitati assisi il porga in giro.
Ma tu la storia de' miei guai domandi,
Perch'io rinnovi ed inacerbi il duolo.
Qual pria dir, qual poi, qual nell'estremo
Racconto serber delle sventure,
Che gravi e molte m'invAro i numi?
Prima il mio nome, acci, se vita un giorno,
Mi si concede riposata e ferma,
Dell'ospitalit ci unisca il nodo,
Bench quinci lontan sorga il mio tetto.
Ulisse, il figlio di Laerte, io sono,
Per tutti accorgimenti al mondo in pregio,
E gi noto per fama in sino agli astri.
Abito la serena Itaca, dove
Lo scotifronde Nrito si leva
Superbo in vista, ed a cui giaccion molte
Non lontane tra loro isole intorno,
Dulichio, Same, e la di selve bruna
Zacinto. All'orto e al mezzogiorno queste,
Itaca al polo si rivolge, e meno
Dal continente fugge: aspra di scogli,
Ma di gagliarda giovent nutrice.
Deh qual giammai l'uom pu della nata
Sua contrada veder cosa pi dolce?
Calipso, inclita diva, in cave grotte
Mi ritenea, mi ritenea con arte
Nelle sue case la dedalea Circe,
Desando d'avermi entrambe a sposo.
Ma n Calipso a me, n Circe il core
Piegava mai; ch di dolcezza tutto
La patria avanza, e nulla giova un ricco
Splendido albergo a chi, da' suoi disgiunto,
Vive in estrania terra. Or tu mi chiedi
Quel che da Troia prescriveami Giove
Lacrimabil ritorno; ed io tel narro.
  Ad Ismaro, de' Cconi alla sede,
Me, che lasciava Troia, il vento spinse.
Saccheggiai la citt, strage menai
Degli abitanti; e s le molte robe
Dividemmo e le donne, che alla preda
Ciascuno ebbe ugual parte. Io gli esortava
Partir subito e in fretta; e i forsennati,
Dispregiando il mio dir, pecore pingui,
Pingui a scannar tortocornuti tori,
E larghi nappi ad asciugar sul lido.
S'allontanaro in questo mezzo, e voce
Diero i Cconi ai Cconi vicini,
Che pi addentro abitavano. Costoro,
Che in numero vincean gli altri, ed in forza,
E battagliare a pi, come dal carro,
Sapean del pari, mattutini, e tanti,
Quante son fronde a primavera e fiori,
Vennero; e allor di cielo a noi meschini
Rivers addosso un gran sinistro Giove.
Stabile accanto alle veloci navi
Pugna si commettea: d'ambo le parti
Volavan le pungenti aste omicide.
Finch il mattin durava, e il sacro sole
Acquistava del ciel, bench pi scarsi,
Sostenevam della battaglia il nembo.
Ma come il sol, calandosi all'Occaso,
L'ora men, che dal pesante giogo
Si disciolgono i buoi, l'achiva forza
Fu dall'aste de' Cconi respinta.
Sei de' compagni agli schinieri egregi
Perd ogni nave: io mi salvai col resto.
  Lieti nel cor della schivata morte,
E de' compagni nella pugna uccisi
Dolenti in un, ci allargavam dal lido;
Ma le ondvaghe navi il lor cammino
Non proseguian, che tre fate in prima,
Non si fosse da noi chiamato a nome
Ciascun di quei che giacean freddi addietro.
L'adunator de' nembi olimpio Giove
Contro ci svegli intanto una feroce
Tempesta boreal, che d'atre nubi
La terra a un tempo ricoverse e il mare,
E la notte di cielo a piombo scese.
Le vele ai legni, che moveansi obbliqui,
Squarci in tre e quattro parti il forte turbo.
Noi del timore ammainammo, e ratto
I navigli affrettammo in vr la spiaggia,
Ove due giorni interi, e tante notti,
Posavam lassi, e addolorati e muti.
  Ma come l'Alba dai capelli d'oro
Il d terzo rec, gli alberi alzati,
E dispiegate le candide vele,
Entro i navigli sedevam, la cura
Al timonier lasciandone ed al vento.
Tempo era quello da toccar le amate
Sponde nate: se non che Borea e un'aspra
Corrente me, che la Mala girava,
Respinse indietro ed a Citera volse.
Per nove infausti d sul mar pescoso
I venti rei mi trasportro. Al fine
Nel decimo sbarcammo in su le rive
De' Lotofgi, un popolo, a cui cibo
 d'una pianta il florido germoglio.
Entrammo nella terra, acqua attignemmo,
E pasteggiammo appo le navi. Estinti
Della fame i desiri e della sete,
Io due scelgo de' nostri, a cui per terzo
Giungo un araldo, e a investigar li mando,
Quai mortali il paese alberghi e nutra.
Partiro e s'affrontaro a quella gente,
Che, lunge dal voler la vita loro,
Il dolce loto a savorar lor porse.
Chunque l'esca dilettosa e nuova
Gustato avea, con le novelle indietro
Non bramava tornar: col bramava
Starsi, e, mangiando del soave loto,
La contrada nata sbandir dal petto.
 ver ch'io lagrimosi al mar per forza
Li ricondussi, entro i cavati legni
Li cacciai, gli annodai di sotto ai banchi:
E agli altri risalir con gran prestezza
Le negre navi comandai, non forse
Ponesse alcun nel dolce loto il dente,
E la patria cadessegli dal core.
Quei le navi saliano, e sovra i banchi
Sedean l'un dopo l'altro, e gan battendo
Co' pareggiati remi il mar canuto.
  Ci portammo oltre, e de' Ciclopi altieri,
Che vivon senza leggi, a vista fummo.
Questi, lasciando ai numi ogni pensiero,
N ramo o seme por, n soglion gleba
Col vomero spezzar; ma il tutto viene
Non seminato, non piantato o arato:
L'orzo, il frumento e la gioconda vite,
Che si carca di grosse uva, e cui Giove
Con pioggia tempestiva educa e cresce.
Leggi non han, non radunanze, in cui
Si consulti tra lor: de' monti eccelsi
Dimoran per le cime, o in antri cavi;
Su la moglie ciascun regna e su i figli,
N l'uno all'altro tanto o quanto guarda.
Ai Ciclopi di contra, e n vicino
Troppo, n lunge, un'isoletta siede
Di foreste ombreggiata, ed abitata
Da un'infinita nazon di capre
Silvestri, onde la pace alcun non turba;
Che il cacciator, che per burroni e boschi
Si consuma la vita, ivi non entra,
Non aratore o mandran v'alberga.
Manca d'umani totalmente, e solo
Le belanti caprette, inculta, pasce.
Per che navi dalle rosse guance
Tu cerchi indarno tra i Ciclopi, indarno
Cerchi fabbro di nave a saldi banchi,
Su cui passare i golfi, e le straniere
Citt trovar, qual delle genti  usanza,
Che spesso van l'una dall'altra ai lidi,
E all'isola deserta addur coloni.
Malvagia non  certo, e in sua stagione
Tutto darebbe. Molli e irrigui prati
Spiegansi in riva del canuto mare.
Si vestiran di grappi ognor le viti,
E cos un pingue suolo il vomer curvo
Ricevera, che altissima troncarvi
Potrasi al tempo la bramata messe.
Che del porto dir? Non v'ha di fune
Ne d'ncora mestieri; e chi gi entrovvi,
Tanto vi pu indugiar, che de' nocchieri
Le voglie si raccendano, e secondi
Spirino i venti. Ma del porto in cima
S'apre una grotta, sotto cui zampilla
L'argentina onda d'una fonte, e a cui
Fan verdissimi pioppi ombra e corona.
L smontavamo, e per l'oscura notte,
Noi, spenta ogni veduta, un dio scorgea:
Ch una densa caligine alle navi
Stava d'intorno, n splendea dal cielo
La luna, che d'un nembo era coverta.
Quindi nessun l'isola vide, e i vasti
Flutti al lido volventisi, che prima
Approdati non fossimo. Approdati,
Tutte le vele raccogliemmo, uscimmo
Sul lido, e l'Alba dalle rosee dita,
Nel sonno disciogliendoci, aspettammo.
  Sorta la figlia del mattino appena,
L'isoletta, che in noi gran maraviglia
Dest, passeggiavamo. Allor le Ninfe,
Prole cortese dell'egoco Giove,
Per fornir di convito i miei compagni,
Quelle capre levaro. E noi repente,
Presi i curvi archi e le asticciuole acute,
E tre schiere di noi fatte, in tal guisa
Il monte fulminammo e il bosco tutto,
Ch'io non so, se dai numi in s brev'ora
Fu concessa giammai caccia s ricca.
Dodici navi mi seguano, e nove
Capre ottenne ciascuna: io dieci n'ebbi.
Tutto quel giorno sedevamo a mensa
Tra carni immense e prezoso vino:
Poich restava su le navi ancora
Del licore, onde molte anfore e molte
Rempiuto avevam, quando la sacra
Dispogliammo de' Cconi cittade.
E de' Ciclopi nel vicin paese
Levate intanto tenevam le ciglia,
E salir vedevamo il fumo, e miste
Col belo dell'agnelle e delle capre
Raccoglievam le voci. Il sole ascoso,
Ed apparse le tenebre, le membra
Sul marin lido a riposar gettammo.
Ma come del mattin la figlia sorse,
Tutti chiamati a parlamento: "Amici",
Dissi, vi piaccia rimaner, mentr'io
Della gente a spar vo' col mio legno,
Se ingiusta, soperchievole, selvaggia,
O di core ospital siasi, ed a cui
Timor de' numi si racchiuda in petto".
Detto, io montai la nave, e ai remiganti
Montarla ingiunsi, e liberar la fune.
E quei ratto ubbidiro, e gi su i banchi
Sedean l'un dopo l'altro, e gan battendo
Co' pareggiati remi il mar canuto.
  Giunti alla terra, che sorgeaci a fronte,
Spelonca eccelsa nell'estremo fianco
Di lauri opaca, e al mar vicina, io vidi.
Entro giaceavi innumerabil greggia,
Pecore e capre, e di recise pietre
Composto, e di gran pini e querce ombrose
Alto recinto vi correa d'intorno.
Uom gigantesco abita qui, che lunge
Pasturava le pecore solingo.
In disparte costui vivea da tutti,
E cose inique nella mente cruda
Covava: orrendo mostro, n sembiante
Punto alla stirpe che di pan si nutre,
Ma pi presto al cucuzzolo selvoso
D'una montagna smisurata, dove
Non gli s'alzi da presso altro cacume.
Lascio i compagni della nave a guardia,
E con dodici sol, che i pi robusti
Mi pareano e pi arditi, in via mi pongo,
Meco in otre caprin recando un negro
Licor nettreo, che ci di Marone
D'Evanto figlio, e sacerdote a Febo,
Cui d'Ismaro le torri erano in cura.
Soggiornava del dio nel verde bosco,
E noi, di santa riverenza tocchi,
Con la moglie il salvammo e con la prole.
Quindi ei mi porse incliti doni: sette
Talenti d'or ben lavorato, un'urna
D'argento tutta, e dodici d'un vino
Soave, incorruttibile, celeste,
Anfore colme; un vin ch'egli, la casta
Moglie e la fida dispensiera solo,
Non donzelli sapeanlo, e non ancelle.
Quandunque ne bevean, chi empiea la tazza,
Venti metri infondea d'acqua di fonte,
E tal dall'urna scoverchiata odore
Spirava, e s divin, che somma noia
Stato sara non confortarne il petto.
Io dell'alma bevanda un otre adunque
Tenea, tenea vivande a un zaino in grembo:
Ch ben diceami il cor, quale di strana
Forza dotato le gran membra, e insieme
Debil conoscitor di leggi e dritti,
Salvatic'uom mi si farebbe incontra.
  Alla spelonca divenuti in breve,
Lui non trovammo, che per l'erte cime
Le pecore lanigere aderbava.
Entrati, gli occhi stupefatti in giro
Noi portavam: le aggraticciate corbe
Cedeano al peso de' formaggi, e piene
D'agnelli e di capretti eran le stalle:
E i pi grandi, i mezzani, i nati appena,
Tutti, come l'etade, avean del pari
Lor propria stanza, e i pastorali vasi,
Secchie, conche, catini, ov'ei le poppe
Premer solea delle feconde madri,
Entro il siere ntavano. Qui forte
I compagni pregavanmi che, tolto
Pria di quel cacio, si tornasse addietro,
Capretti s'adducessero ed agnelli
Alla nave di fretta, e in mar s'entrasse.
Ma io non volli, bench il meglio fosse:
Quando io bramava pur vederlo in faccia,
E trar doni da lui, che ruscirci
Ospite s inamabile dovea.
Racceso il foco, un sagrifizio ai numi
Femmo, e assaggiammo del rappreso latte:
Indi l'attendevam nell'antro assisi.
  Venne, pascendo la sua greggia, e in collo
Pondo non lieve di risecca selva
Che la cena cocessegli, portando.
Davanti all'antro gitt il carco, e tale
Levssene un romor, che sbigottiti
Nel pi interno di quel ci ritraemmo.
Ei dentro mise le feconde madri,
E gl'irchi a cielo aperto, ed i montoni
Nella corte lasci. Poscia una vasta
Sollev in alto ponderosa pietra,
Che ventidue da quattro ruote e forti
Carri di loco non avrano smossa,
E l'ingresso acciec della spelonca.
Fatto, le agnelle, assiso, e le belanti
Capre mugnea, tutto serbando il rito,
E a questa i parti mettea sotto, e a quella.
Mezzo il candido latte insieme strinse,
E su i canestri d'intrecciato vinco
Collocollo ammontato; e l'altro mezzo,
Che dovea della cena esser bevanda,
Il ricevero i pastorecci vasi.
  Di queste sciolto cotidiane cure,
Mentre il foco accendea, ci scrse, e disse:
"Forestieri, chi siete? E da quai lidi
Prendeste a frequentar l'umide strade?
Siete voi trafficanti? O errando andate,
Come corsari che la vita in forse,
Per danno altrui recar, metton su i flutti?"
Della voce al rimbombo, ed all'orrenda
Faccia del mostro, ci s'infranse il core.
Pure io cos gli rispondea: Siam Greci
Che di Troia partiti e trabalzati
Su pel ceruleo mar da molti venti
Cercando il suol nato, per altre vie,
E con vaggi non pensati, a queste
(Cos piacque agli di), sponde afferrammo.
Seguimmo, e cen vantiam, per nostro capo
Quell'Atrde Agamennone che il mondo
Empio della sua fama, ei che distrusse
Citt s grande, e tante genti ancise.
Ed or, prostesi alle ginocchia tue,
Averci ti preghiam d'ospiti in grado,
E d'un tuo dono rimandarci lieti.
Ah! temi, o potentissimo, gli di:
Che tuoi supplici siam, pensa, e che Giove
Il supplicante vendica, e l'estrano,
Giove ospital, che l'accompagna e il rende
Venerabile altrui". Ci detto, io tacqui.
  Ed ei con atroce alma: "O ti fallisce
Straniero, il senno, o tu di lunge vieni,
Che vuoi che i numi io riverisca e tema.
L'Egidarmato di Saturno figlio
Non temono i Ciclopi, o gli altri iddii:
Ch di loro siam noi molto pi forti.
N perch Giove inimicarmi io debba,
A te conceder perdono, e a questi
Compagni tuoi, se a me il mio cor nol detta.
Ma dimmi: ove approdasti? All'orlo estremo
Di questa terra, o a pi propinquo lido?"
Cos egli tastommi; ed io, che molto
D'esperenza ricettai nel petto,
Ravvstomi del tratto, incontanente
Arte in tal modo gli rendei per arte:
"Nettuno l, 've termina e s'avanza
La vostra terra con gran punta in mare,
Spinse la nave mia contra uno scoglio,
E le spezzate tavole per l'onda
Sen port il vento. Dall'estremo danno
Con questi pochi io mi sottrassi appena".
Nulla il barbaro a ci: ma, dando un lancio,
La man ponea sovra i compagni, e due
Brancavane ad un tempo, e, quai cagnuoli,
Percoteali alla terra, e ne spargea
Le cervella ed il sangue. A brano a brano
Dilacerolli, e s'imband la cena.
Qual digiuno leon, che in monte alberga,
Carni ed interora, ossa e midolle,
Tutto vor, consum tutto. E noi
A Giove ambo le man tra il pianto alzammo,
Spettacol miserabile scorgendo
Con gli occhi nostri, e disperando scampo.
  Poich la gran ventraia empiuto s'ebbe,
Pasteggiando dell'uomo, e puro latte
Tracannandovi sopra, in fra le agnelle
Tutto quant'era ei si distese, e giacque.
Io, di me ricordandomi, pensai
Frmigli presso, e la pungente spada
Tirar nuda dal fianco, e al petto, dove
La corta dal fegato si cinge,
Ferirlo. Se non ch'io vidi che certa
Morte noi pure incontreremmo, e acerba:
Che non era da noi tr dall'immenso
Vano dell'antro la sformata pietra
Che il Ciclope fortissimo v'impose.
Per, gemendo, attendevam l'aurora.
  Sorta l'aurora, e tinto in roseo il cielo,
Il foco ei raccendea, mugnea le grasse
Pecore belle, acconciamente il tutto,
E i parti a questa mettea sotto e a quella.
N appena fu delle sue cure uscito,
Che altri due mi gherm de' cari amici,
E carne umana desin. Satollo,
Cacciava il gregge fuor dell'antro, tolto
Senza fatica il disonesto sasso,
Che dell'antro alla bocca indi ripose,
Qual chi a fartra il suo coverchio assesta.
Poi su pel monte si mandava il pingue
Gregge davanti, alto per via fischiando.
  Ed io tutti a raccolta i miei pensieri
Chiamai, per iscoprir come di lui
Vendicarmi io potessi, e un'immortale
Gloria comprarmi col favor di Palla.
Ci al fin mi parve il meglio. Un verde, enorme
Tronco d'oliva, che il Ciclope svelse
Di terra, onde fermar con quello i passi,
Entro la stalla a inaridir giacea.
Albero scorger credevam di nave
Larga, mercanteggiante, e l'onde brune
Con venti remi a valicare usata:
S lungo era e s grosso. Io ne recisi
Quanto  sei piedi, e la recisa parte
Diedi ai compagni da polirla. Come
Polita fu, da un lato io l'affilai,
L'abbrustolai nel foco, e sotto il fimo,
Ch'ivi in gran copia s'accogliea, l'ascosi.
Quindi a sorte tirar coloro io feci,
Che alzar meco dovessero, e al Ciclope
L'adusto palo conficcar nell'occhio,
Tosto che i sensi gli togliesse il sonno.
Fortuna i quattro, ch'io bramava, appunto
Donommi, e il quinto io fui. Cadea la sera,
E dai campi tornava il fier pastore,
Che la sua greggia di lucenti lane
Tutta introdusse nel capace speco:
O di noi sospettasse, o prescrivesse
Cos il Saturnio. Novamente imposto
Quel, che rimosso avea, disconcio masso,
Pecore e capre alla tremola voce
Mungea sedendo, a maraviglia il tutto,
E a questa mettea sotto e a quella i parti.
Fornita ogni opra, m'abbranc di nuovo
Due de' compagni, e cen d'essi il mostro.
Allora io trassi avanti, e, in man tenendo
D'edra una coppa: "Te' Ciclope", io dissi:
"Poich cibasti umana carne, vino
Bevi ora, e impara, qual su l'onde salse
Bevanda carreggiava il nostro legno.
Questa, con cui libar, recarti io volli,
Se mai, compunto di nuova pietade,
Mi rimandassi alle paterne case.
Ma il tuo furor passa ogni segno. Iniquo!
Chi pi tra gl'infiniti uomini in terra
Fia che s'accosti a te? Male adoprasti".
  La coppa ei tolse, e bevve, ed un supremo
Del soave licor prese diletto,
E un'altra volta men chiedea: "Straniero,
Darmene ancor ti piaccia, e mi palesa
Subito il nome tuo, perch'io ti porga
L'ospital dono che ti metta in festa.
Vino ai Ciclopi la feconda terra
Produce col favor di tempestiva
Pioggia, onde Giove le nostre uve ingrossa:
Ma questo  ambrosia e nttare celeste".
  Un'altra volta io gli stendea la coppa.
Tre volte io la gli stesi; ed ei ne vide
Nella stoltezza sua tre volte il fondo.
Quando m'accorsi che saliti al capo
Del possente licor gli erano i fumi,
Voci blande io drizzavagli: "Il mio nome
Ciclope, vuoi? L'avrai: ma non frodarmi
Tu del promesso a me dono ospitale.
Nessuno  il nome; me la madre e il padre
Chiaman Nessuno, e tutti gli altri amici".
Ed ei con fiero cor: "L'ultimo ch'io
Divorer, sar Nessuno. Questo
Riceverai da me dono ospitale".
  Disse, di indietro, e rovescion casc.
Giacea nell'antro con la gran cervice
Ripiegata su l'omero: e dal sonno,
Che tutti doma, vinto, e dalla molta
Crapula oppresso, per la gola fuori
Il negro vino e della carne i pezzi,
Con sonanti mandava orrendi rutti.
Immantinente dell'ulivo il palo
Tra la cenere io spinsi; e in questo gli altri
Rincorava, non forse alcun per tema
M'abbandonasse nel miglior dell'opra.
Come, verde quantunque, a prender fiamma
Vicin mi parve, rosseggiante il trassi
Dalle ceneri ardenti, e al mostro andai
Con intorno i compagni: un dio per fermo
D'insolito ardimento il cor ci armava.
Quelli afferrr l'acuto palo, e in mezzo
Dell'occhio il conficcaro; ed io di sopra,
Levandomi su i pi, movealo in giro.
E come allor che tavola di nave
Il trapano appuntato investe e fora,
Che altri il regge con mano, altri tirando
Va d'ambo i lati le corregge, e attorno
L'instancabile trapano si volve:
S nell'ampia lucerna il trave acceso
Noi giravamo. Scaturiva il sangue,
La pupilla bruciava, ed un focoso
Vapor, che tutta la palpbra e il ciglio
Struggeva, usca della pupilla, e l'ime
Crepitarne io senta rotte radici.
Qual se fabbro talor nell'onda fredda
Attuff un'ascia o una stridente scure,
E tempr il ferro, e gli di forza; tale,
L'occhio intorno al troncon cigola e frigge.
  Urlo il Ciclope s tremendo mise,
E tanto l'antro rimbomb, che noi
Qua e l ci spargemmo impauriti.
Ei fuor cavossi dall'occhiaia il trave,
E da s lo scagli di sangue lordo,
Furando per doglia: indi i Ciclopi,
Che non lontani le ventose cime
Abitavan de' monti in cave grotte,
Con voce alta chiamava. Ed i Ciclopi
Quinci e quindi accorrean, la voce udita
E soffermando alla spelonca il passo,
Della cagione il richiedean del duolo:
"Per quale offesa, o Polifemo, tanto
Gridstu mai? Perch cos ci turbi
La balsamica notte e i dolci sonni?
Frati alcun la greggi? o uccider forse
Con inganno ti vuole, o a forza aperta?"
E Polifemo dal profondo speco:
"Nessuno, amici, uccidemi, e ad inganno,
Non gi colla virtude". "Or se nessuno
Ti nuoce", rispondeano, "e solo alberghi,
Da Giove  il morbo, e non v'ha scampo. Al padre
Puoi bene, a re Nettun, drizzare i prieghi".
Dopo ci, ritornr su i lor vestigi:
Ed a me il cor ridea, che sol d'un nome
Tutta si fosse la mia frode ordita.
  Polifemo da duoli aspri crucciato,
Sospirando altamente, e brancolando
Con le mani il pietron di loco tolse.
Poi, dove l'antro vaneggiava, assiso
Stavasi con le braccia aperte e stese,
Se alcun di noi, che tra le agnelle uscisse,
Giungesse ad aggrappar: tanta ei credeo
Semplicitade in me. Ma io gli amici
E me studiava riscattar, correndo
Per molte strade con la mente astuta:
Ch la vita ne andava, e gi pendea
Su le teste il disastro. Al fine in questa,
Dopo molto girar, fraude io m'arresto.
Montoni di gran mole e pingui e belli,
Di folta carchi porporina lana,
Rinchiudea la caverna. Io tre per volta
Prendeane, e in un gli una tacitamente
Co' vinchi attorti, sovra cui solea
Polifemo dormir: quel ch'era in mezzo,
Portava sotto il ventre un de' compagni,
Cui fean riparo i due ch'ivan da lato,
E cos un uomo conducean tre bruti.
Indi afferrai pel tergo un arete
Maggior di tutti, e della greggia il fiore;
Mi rivoltai sotto il lanoso ventre,
E, le mani avolgendo entro ai gran velli,
Con fermo cor mi v'attenea sospeso.
Cos, gemendo, aspettavam l'aurora.
  Sorta l'aurora, e tinto in roseo il cielo,
Fuor della grotta i maschi alla pastura
Gittavansi; e le femmine non munte,
Che gravi molto si sentan le poppe,
Rempan di belati i lor serragli.
Il padron, cui feran continue doglie,
D'ogni montone, che diritto stava,
Palpava il tergo, e non s'avvide il folle
Che dalle pance del velluto gregge
Pendean gli uomini avvinti. Ultimo usca
De' suoi velli bellissimi gravato
L'arete, e di me, cui molte cose
S'aggiravan per l'alma. Polifemo
Tai detti, brancicandolo, gli volse:
"Arete dappoco, e perch fuori
Cos da sezzo per la grotta m'esci?
Gi non solevi dell'agnelle addietro
Restarti: primo, e di gran lunga, i molli
Fiori del prato a lacerar correvi
Con lunghi passi; degli argentei fiumi
Primo giungevi alle correnti; primo
Ritornavi da sera al tuo presepe:
Ed oggi ultimo sei. Sospiri forse
L'occhio del tuo signor? L'occhio che un tristo
Mortal mi svelse co' suoi rei compagni,
Poich doma col vin m'ebbe la mente,
Nessuno, ch'io non credo in salvo ancora.
Oh! se a parte venir de' miei pensieri
Potessi, e, voci articolando, dirmi,
Dove dalla mia forza ei si ricovra,
Ti giuro che il cervel, dalla percossa
Testa schizzato, scorrera per l'antro,
Ed io qualche riposo avrei da' mali
Che Nessuno recommi, un uom da nulla".
Disse: e da s lo spingea fuori al pasco.
  Tosto che dietro a noi l'infame speco
Lasciato avemmo, ed il cortile ingiusto,
Tardo a sciormi io non fui dall'arete,
E poi gli altri a slegar, che, ragunate
Molte in gran fretta piedilunghe agnelle,
Cacciavansele avanti in sino al mare.
Desati apparimmo, e come usciti
Dalle fauci di morte, a quei che in guardia
Rimaser della nave, e che i compagni,
Che non vedeano, a lagrimar si diero.
Ma io non consentalo, e con le ciglia
Cenno lor fea di ritenere il pianto,
E comandava lor che, messe in nave
Le molte in pria vellosplendenti agnelle,
Si fendessero i flutti. E gi il naviglio
Salan, sedean su i banchi, e percotendo
Gan co' remi concordi il bianco mare.
Ma come fummo un gridar d'uom lontani
Cos il Ciclope io motteggiai: "Ciclope,
Color che nel tuo cavo antro, le grandi
Forze abusando, divorasti, amici
Non eran dunque d'un mortal da nulla,
E il mal te pur coglier dovea. Malvagio!
Che la carne cenar nelle tue case
Non temevi degli ospiti. Vendetta
Per Giove ne prese e gli altri numi".
  A queste voci Polifemo in rabbia
Mont pi alta, e con istrana possa
Scagli d'un monte la divelta cima,
Che davanti alla prua cddemi: al tonfo
L'acqua levossi, ed innond la nave,
Che alla terra crudel, dai rifluenti
Flutti portata, quasi a romper venne.
Ma io, dato di piglio a un lungo palo,
Ne la staccai, pontando; ed i compagni
D'incurvarsi sul remo, e in salvo addursi,
Pi de' cenni pregai che della voce:
E quelli tutte ad inarcar le terga.
Scorso di mar due volte tanto, i detti
A Polifemo io rivolgea di nuovo,
Bench gli amici con parole blande
D'ambo i lati tenessermi: "Infelice!
Perch la fera irritar vuoi pi ancora?
Cos poc'anzi a saettar si mise,
Che tre dita manc, che risospinto
Non percotesse al continente il legno.
Fa che gridare o favellar ci senta,
E voler per l'aere un'altra rupe,
Che le nostre cervella, e in un la nave
Sfraceller: tanto colui dardeggia".
L'alto mio cor non si piegava. Quindi:
"Ciclope", io dissi con lo sdegno in petto,
"Se della notte, in che or tu giaci, alcuno
Ti chieder, gli narrerai che Ulisse,
D'Itaca abitator, figlio a Laerte,
Struggitor di cittadi, il d ti tolse".
  Egli allora, ululando: "Ohim!" rispose,
Da' prischi vaticin eccomi clto.
Indovino era qui, prode uomo e illustre,
Tlemo figliuol d'Eurimo, che avea
Dell'arte il pregio, ed ai Ciclopi in mezzo
Profetando invecchiava. Ei queste cose
Mi presag: mi presag che il caro
Lume dell'occhio spegnerami Ulisse.
Se non ch'io sempre uom gigantesco e bello
E di forze invincibili dotato,
Rimirar m'aspettava; ed ecco in vece
La pupilla smorzarmi un piccoletto
Greco ed imbelle, che col vin mi vinse.
Ma qua, su via vientene, Ulisse, ch'io
Ti porga l'ospital dono, e Nettuno
Di fortunare il tuo ritorno prieghi.
Io di lui nacqui, ed ei sen vanta, e solo
Voglial, mi saner; non altri, io credo,
Tra i mortali nel mondo, o in ciel tra i numi".
  "Oh! cos potess'io", ratto ripresi,
"Te spogliar della vita, e negli oscuri
Precipitar regni di Pluto, come
N da Nettuno ti verr salute".
  Ed ei, le palme alla stellata volta
Levando, il supplicava: "O chiomazzurro,
Che la terra circondi, odi un mio voto.
Se tuo pur son, se padre mio ti chiami,
Di tanto mi contenta: in patria Ulisse,
D'Itaca abitator, figlio a Laerte
Struggitor di cittadi, unqua non rieda.
E dove il nato suolo, e le paterne
Case il destin non gli negasse, almeno
Vi giunga tardi e a stento, e in nave altrui,
Perduti in pria tutti i compagni, e nuove
Nell'avta magion trovi sciagure".
  Fatte le preci e da Nettuno accolte,
Sollev un masso di pi vasta mole,
E, rotandol nell'aria, e una pi grande
Forza immensa imprimendovi, lanciollo.
Cadde dopo la poppa, e del timone
La punta rasent: levossi al tonfo
L'onda, e il legno copr, che all'isoletta,
Spinto dal mar, subitamente giunse.
Quivi eran l'altre navi in su l'arena,
E i compagni, che assisi ad esse intorno
Ci attendean sempre con agli occhi il pianto.
Noi tosto in secco la veloce nave
Tirammo, e fuor n'uscimmo, e, del Ciclope
Trattone il gregge, il dividemmo in guisa,
Che parte ugual n'ebbe ciascuno.  vero
Che voller che a me sol, partite l'agne,
Il superbo arete anco toccasse.
Io di mia mano al Saturnde, al cinto
D'oscure nubi Correttor del Mondo,
L'uccisi, e n'arsi le fiorite cosce.
Ma non curava i sacrifizi Giove,
Che anzi tra s volgea, com'io le navi
Tutte, e tutti i compagni al fin perdessi.
L'intero d sino al calar del Sole
Sedevam banchettando: il Sole ascoso,
Ed apparse le tenebre, le membra
Sul marin lido a riposar gettammo.
  Ma come del mattin la figlia, l'Alba
Ditirosata in Orente sorse,
I compagni esortai, comandai loro
Di rimbarcarsi, e liberar le funi.
E quei si rimbarcavano, e su i banchi
Sedean l'un dopo l'altro, e percotendo
Gan co' remi concordi il bianco mare.
Cos noi lieti per lo scampo nostro
E per l'altrui sventura in un dolenti,
Del mar di nuovo solcavam le spume.



LIBRO DECIMO


  Giungemmo nell'Eolia, ove il diletto
Agl'immortali di d'Ippota figlio,
Eolo, abitava in isola natante,
Cui tutta un muro d'infrangibil rame
E una liscia circonda eccelsa rupe.
Dodici, sei d'un sesso e sei dell'altro,
Gli nacquer figli in casa; ed ei congiunse
Per nodo marital suore e fratelli,
Che avean degli anni il pi bel fior sul volto.
Costoro ciascun d siedon tra il padre
Caro e l'augusta madre, ad una mensa
Di varie carca dilicate dapi.
Tutto il palagio, finch il giorno splende,
Spira fragranze, e d'armonie risuona;
Poi, caduta su l'isola la notte,
Chiudono al sonno le bramose ciglia
In traforati e attappezzati letti
Con le donne pudche i fidi sposi.
  Questo il paese fu, questo il superbo
Tetto, in cui me per un intero mese
Co' modi pi gentili Eolo trattava.
Di molte cose mi chiedea: di Troia,
Del navile de' Greci, e del ritorno;
E il tutto io gli narrai di punto in punto.
Ma come, giunta del partir mio l'ora,
Parole io mossi ad impetrar licenza,
Ei, non che dissentir, del mio vaggio
Pensier si tolse e cura, e della pelle
Di bue novenne appresentommi un otre,
Che imprigionava i tempestosi venti:
Poich de' venti dispensier supremo
Fu da Giove nomato; ed a sua voglia
Stringer lor puote, o rallentare il freno.
L'otre nel fondo del naviglio avvinse
Con funicella lucida d'argento,
Che non ne uscisse la pi picciol'aura;
E sol tenne di fuori un opportuno
Zefiro, cui le navi e i naviganti
Diede a spinger su l'onda. Eccelso dono,
Che la nostra folla volse in disastro!
  Nove d senza posa, e tante notti
Veleggiavamo; e gi venaci incontro
Nel decimo la patria, e omai vicini
Quei vedevam che raccendeano i fochi:
Quando me stanco, perch'io regger volli
Della nave il timon, n in mano altrui,
Onde il corso affrettar, lasciarlo mai,
Sorprese il sonno. I miei compagni intanto
Favellavan tra loro, e fean pensiero
Che argento ed oro alle mie case, doni
Del generoso Ipptade, io recassi.
"Numi!" come di s, "dicea taluno
Rivolto al suo vicin, "tutti innamora
Costui, dovunque navigando arriva!
Molti da Troia dispogliata arredi
Riporta belli e preziosi; e noi,
Che le vie stesse misurammo, a casa
Torniam con le man vote. Inoltre questi
L'Ipptade gli di pegni d'amore.
Ors, veggiam quanto in suo grembo asconda
D'oro e d'argento la bovina pelle".
  Cos prevalse il mal consiglio. L'otre
Fu preso e sciolto; e immantinente tutti
Con furia ne scoppir gli agili venti.
La subitana orribile procella
Li rapa dalla patria e li portava
Sospirosi nell'alto. Io, cui l'infausto
Sonno si ruppe, rivolgea nell'alma,
Se di poppa dovessi in mar lanciarmi,
O soffrir muto, e rimaner tra i vivi.
Soffrii, rimasi: ma, coverto il capo,
Gi nel fondo io giacea, mentre le navi,
Che i compagni di lutto empieano indarno,
Ricacciava in Eolia il fiero turbo.
  Scendemmo a terra, acqua attignemmo e a mensa
Presso le navi ci adagiammo. Estinta
Del cibarsi e del ber l'innata voglia,
Io con un de' compagni, e con l'araldo
M'inviai d'Eolo alla magion superba;
E tra la dolce sposa e i figli cari
Banchettante il trovai. Sul limitare
Sedevam della porta. Alto stupore
Mostrro i figli, e con parole alate:
"Ulisse", mi dicean, "come venstu?
Qual t'assal dmone avverso? Certo
Cosa non fu da noi lasciata indietro,
Perch alla patria e al tuo palagio, e ovunque
Ti talentasse pi, salvo giungessi".
Ed io con petto d'amarezza colmo:
"Tristi compagni, e un sonno infausto a tale
Condotto m'hanno. Or voi sanate, amici,
Ch il potete, tal piaga". In questa guisa
Le anime loro io raddolcir tentai.
Quelli ammutiro. Ma il crucciato padre:
"Via", rispose, "da questa isola, e tosto,
O degli uomini tutti il pi malvagio:
Ch a me n accr, n rimandar con doni
Lice un mortal che degli eterni  in ira.
Via, poich l'odio lor qua ti condusse".
Cos Eolo sbanda me dal suo tetto,
Che de' gemiti miei tutto sonava.
  Mesti di nuovo prendevam dell'alto:
Ma si stancavan di lottar con l'onda,
Remigando, i compagni, e del ritorno
Mora la speme ne' dogliosi petti.
Sei d navigavamo, e notti sei;
E col settimo sol della sublime
Citt di Lamo dalle larghe porte,
Di Lestrigonia pervenimmo a vista.
Quivi pastor, che a sera entra col gregge,
Chiama un altro, che fuor con l'armento esce.
Quivi uomo insonne avria doppia mercede.
L'una pascendo i buoi, l'altra le agnelle
Dalla candida lana: s vicini
Sono il durno ed il notturno pasco.
Bello ed ampio n' il porto; eccelsi scogli
Cerchianlo d'ogni parte, e tra due punte,
Che sporgon fuori e ad incontrar si vanno,
S'apre un'angusta bocca. I miei compagni,
Che nel concavo porto a entrar fr pronti,
Propinque vi tenean le ondivaganti
Navi, e avvinte tra lor; quando n grande
Vi s'alza mai, n picciola onda, e sempre
Una calma vi appar tacita e bianca.
Io sol rimasi col naviglio fuori,
Che al sasso estremo con intorta fune
Raccomandai: poi, su la rupe asceso,
Quanto si discopra, mirava intorno.
Lavor di bue non si scorgea, n d'uomo:
Sol di terra salir vedeasi un fumo.
Scelgo allor due compagni, e con l'araldo
Mndoli a investigar, quali l'ignota
Terra produce abitatori e nutre.
La via diritta seguitr, per dove
I carri conduceano alla cittade
Dagli alti monti la troncata selva;
E s'abbattero a una real fanciulla,
Del Lestrigone Antfate alla figlia.
Che del fonte d'Artacia, onde costuma
Il cittadino attignere, in quel punto
Alle pure scendea linfe d'argento.
Le si fro da presso, e chi del loco 
Re fosse, e su qual gente avesse impero,
La domandaro; ed ella pronta l'alto
Loro addit con man tetto del padre.
Tocco ne aveano il limitare appena,
Che femmina trovr di s gran mole
Che rassembrava una montagna; e un gelo
Si sentro d'orror correr pel sangue.
Costei di botto Antifate chiamava
Dalla pubblica piazza, il rinomato
Marito suo, che disegn lor tosto
Morte barbara e orrenda. Uno afferronne,
Che gli fu cena; gli altri due con fuga
Precipitosa giunsero alle navi.
  Di grida la cittade intanto empiea
Antifate. I Lestrgoni l'udiro,
E accorrean chi da un lato e chi dall'altro,
Forti di braccio, in numero infiniti,
E giganti alla vista. Immense pietre
Cos dai monti a fulminar si diro,
Che d'uomini spiranti e infranti legni
Sorse nel porto un suon tetro e confuso.
Ed alcuni infilzati eran con l'aste,
Quali pesci guizzanti, e alle ferali
Mense future riserbati. Mentre
Tal segua strage, io, sguainato il brando
E la fune recisa, a' miei compagni
Dar di forza nel mar co' remi ingiunsi,
Se il fuggir morte premea loro; e quelli
Di tal modo arrancavano, che i gravi
Massi, che piovean d'alto, il mio naviglio
Lietamente schiv: ma gli altri tutti
Col restro sfracellati e spersi.
  Contenti dello scampo, e in un dogliosi
Per li troppi compagni in s crudele
Guisa periti, navigammo avanti,
E su l'isola Ea sorgemmo, dove
Circe, diva terribile, dal crespo
Crine e dal dolce canto, avea soggiorno.
Suora germana del prudente Eeta,
Dal Sole aggiornator nacque, e da Persa,
Dell'antico Ocen figliuola illustre.
Taciti a terra ci accostammo, entrammo,
Non senza un dio che ci guidasse, il cavo
Porto, e sul lido uscimmo; e qui due giorni
Giacevamo, e due notti, il cor del pari
La stanchezza rodendoci e la doglia.
  Come recato ebbe il d terzo l'alba,
Io, presa l'asta ed il pungente brando,
Rapidamente andai sovra un'altezza,
Se d'uomo io vedessi opra, o voce udissi.
Fermato il pi su la scoscesa cima.
Scrsi un fumo salir d'infra una selva
Di querce annose, che in un vasto piano
Di Circe alla magion sorgeano intorno.
Entrar disposi senza indugio in via,
E il paese cercar: poi, ripensando,
Al legno invece rivoltar i passi,
Cibo dare ai compagni, e alcuni prima
A esplorare invar, mi parve il meglio.
Gi tra la nave e me poco restava:
Quando ad un de' celesti, in cui pietade
Per quella solitudine io destai,
Grosso ed armato di ramose corna
Drizzare alla mia volta un cervo piacque.
Spinto dal Sole, che il cocea co' raggi,
De' paschi usca della foresta, e al fiume
Scendea con labbra sitibonde; ed io
Su la spina lo colsi a mezzo il tergo
S che tutto il pass l'asta di rame.
Nella polve cad, mandando un grido,
E via ne vol l'alma. Accorsi, e, il piede
Pontando in esso, dalla fonda piaga
Trassi il cerro sanguigno, ed il sanguigno
Cerro deposi a terra: indi virgulti
Divelsi e giunchi, attorcigliaili, fune
Sei spanne lunga ne composi, e i morti
Piedi ne strinsi dell'enorme fera.
Al fin sul collo io la mi tolsi, e mossi,
Su la lancia poggiandomi, al naviglio:
Ch mal potuto avrei sovra una sola
Spalla portar cos sformata belva.
Presso la nave scaricila; e ratto
Con soavi parole i miei compagni,
A questo rivolgendomi ed a quello,
Cos tentai ranimare: "Amici,
Prima del nostro d, d'Aide alle porte
Non calerem, bench ci opprima il duolo.
Su, finch cibo avemo, avem licore,
Non mettiamli in obblo; n all'importuna
Fame lasciamci consumar di dentro".
Quelli ubbidendo alle mie voci, uscro
Delle latebre loro, e, in riva al mare,
Che frumento non genera, venuti,
Stupan del cervo: s gran corno egli era!
E come sazi del mirarlo fro,
Ne apparecchiro non vulgar convito,
Sparse prima di chiara onda le palme.
Cos tutto quel d sino all'occaso
Di carne opma e di fumoso vino
L'alma riconfortammo: il sol caduto
E comparse le tenebre, nel sonno
Ci seppellimmo al mormorio dell'onde.
  Ma sorta del mattin la rosea figlia,
Tutti io raccolsi a parlamento, e dissi:
"Compagni, ad onta di guai tanti, udite.
Qui, d'onde l'austro spiri o l'aquilone,
E in qual parte il Sole alza, in qual dechina,
Noto non . Pur consultare or vuolsi,
Qual consiglio da noi prender si debba,
Se v'ha un consiglio: di che forte io temo,
Io d'in su alpestre poggio isola vidi
Cinta da molto mar, che bassa giace,
E nel cui mezzo un nereggiante fumo
D'infra un bosco di querce al ciel si volve",
  Rompere a questo si sentiro il core,
D'Antfate membrando e del Ciclope
La ferocia, i misfatti, e le nefande
Della carne dell'uom mense imbandite.
Strida metteano, e discioglieansi in pianto.
Ma del pianto che pro? che delle strida?
Tutti in due schiere uguali io li divisi.
E diedi ad ambo un duce: all'una il saggio
Eurloco, e me all'altra, indi nel cavo
Rame dell'elmo agitavam le sorti,
Ed Euriloco usc, che in via si pose
Senza dimora. Ventidue compagni,
Lagrimando, il seguan; n affatto asciutte
Di noi, che rimanemmo, eran le guance.
  Edificata con lucenti pietre
Di Circe ad essi la magion s'offerse,
Che vagheggiava una feconda valle.
Montani lupi e leon falbi, ch'ella
Mansuefatti avea con sue bevande,
Stavano a guardia del palagio eccelso,
N lor gi s'avventavano; ma invece
Lusingando scotean le lunghe code,
E su l'anche s'ergeano. E quale i cani
Blandiscono il signor, che dalla mensa
Si leva, e ghiotti bocconcelli ha in mano;
Tal quelle di forte unghia orride belve
Gli ospiti nuovi, che smarriti al primo
Vederle s'arretraro, ivan blandendo.
Giunti alle porte, la deessa udro
Dai ben torti capei, Circe, che dentro
Canterellava con leggiadra voce,
Ed un'ampia tessea, lucida, fina,
Maravigliosa, immortal tela, e quale
Della man delle dive uscir pu solo.
Plite allor, d'uomini capo, e molto
Pi caro e in pregio a me, che gli altri tutti
Sciogliea tai detti: "Amici, in queste mura
Soggiorna, io non so ben se donna o diva.
Che tele oprando, del suo dolce canto
Tutta fa risentir la casa intorno.
Voce mandiamo a lei." Disse, e a lei voce
Mandaro; e Circe di l tosto ov'era,
Levossi e apr le luminose porte,
E ad entrare invitavali. In un groppo
La seguan tutti incautamente salvo
Eurloco, che fuor, di qualche inganno
Sospettando, rest. La dea li pose
Sovra splendidi seggi: e lor mescea
Il Pramnio vino con rappreso latte,
Bianca farina e mel recente; e un succo
Giungeavi esizal, perch con questo
Della patria l'obblo ciascun bevesse.
Preso e vtato dai meschini il nappo,
Circe batteali d'una verga, e in vile
Stalla chiudeali: avean di porco testa,
Corpo, stole, voce; ma lo spirto
Serbavan dentro, qual da prima, intgro.
Cos rinchiusi, sospirando, fro:
Ed ella innanzi a lor del cornio i frutti
Gettava, e della rovere e dell'elce,
De' verri accovacciati usato cibo.
  Nunzio verace dell'infausto caso
Venne rapido Euriloco alla nave.
Ma non potea per iterati sforzi
La lingua disnodar: gonfi portava
Di pianto i lumi, e un volento duolo
L'alma gli percotea. Noi, figurando
Sventure nel pensier, con maraviglia
L'interrogammo; ed ei l'eccidio al fine
De' compagni narr: "Nobile Ulisse,
Attraversato delle querce il bosco,
Come tu comandavi, eccoci a fronte
Magion construtta di politi marmi,
Che di mezzo a una valle alto s'ergea.
Tessea di dentro una gran tela, e canto,
Donna o diva, chi 'l sa? stridulo alzava.
Voce mandaro a lei. Levossi e aperse
Le porte e ne invit. Tutti ad un corpo
Nella magion disavvedutamente
Seguanla: io no, che sospettai di frode.
Svaniro insieme tutti; e per istarmi
Lungo ch'io feci ad esplorare assiso,
Traccia d'alcun di lor pi non m'apparve".
  Disse; ed io grande alle mie spalle, e acuta,
Spada, d'argento bullettata, appesi,
Appesi un valid'arco, e ingiunsi a lui,
Che innanzi per la via stessa mi gisse.
Ma Euriloco, i ginocchi ad ambe mani
Stringendomi e piangendo: "Ah! mal mio grado",
Con spplici grid parole alate,
"L non guidarmi, o del gran Giove alunno,
Donde, non che altri ricondur, tu stesso
Ritornar non potrai. Fuggiam, fuggiamo
Senza indugio con questi, e la vicina
Parca schiviam, finch schivarla  dato".
  "Euriloco", io risposi, "e tu rimanti,
Di carne e vino a riempirti il ventre,
Lungo la nave. Io, cui severa stringe
Necessitate, andr". Ci detto, a tergo
La nave negra io mi lasciava e il mare.
  Gi per le sacre solitarie valli
Della Maga possente all'alta casa
Presso io mi fea, quando Mercurio, il nume
Che arma dell'aureo caduceo la destra,
In forma di garzone, a cui fiorisce
Di lanugine molle il mento appena,
Mi venne incontro, e per la man mi prese,
E: "Misero!" diss'ei con voce amica,
"Perch ignaro de' lochi, e tutto solo,
Muvi cos per queste balze a caso?
Sono in poter di Circe i tuoi compagni,
E li chiudon, quai verri, anguste stalle.
Venstu forse a riscattarli? Uscito
Dell'immagine tua penso che a terra
Tu ancor cadrai. Se non che trarti io voglio
Fuor d'ogni storpio, e in salvo porti. Prendi
Questo mirabil farmaco, che il tristo
Giorno dal capo tuo storni, e con esso
Trova il tetto di Circe, i cui perversi
Consigli tutti io t'aprir. Bevanda
Mista, e di succo esizale infusa,
Colei t'apprester: ma le sue tazze
Contra il farmaco mio nulla varranno.
Pi oltre intendi. Come te la diva
Percosso avr d'una sua lunga verga,
Tu cava il brando che ti pende al fianco,
E, di ferirla in atto, a lei t'avventa.
Circe, compresa da timor, sue nozze
T'offrir pronta: non voler tu il letto
Della dea ricusare, acci ti sciolga
Gli amici, e amica ti si renda. Solo
Di giurarti costringila col grande
Degl'immortali di giuro, che nulla
Pi non sar per macchinarti a danno;
Onde, poich t'avr l'armi spogliate,
Del cor la forza non ti spogli ancora".
  Finito il ragionar l'erba salubre
Porsemi gi dal suol per lui divelta,
E la natura divisonne: bruna
N' la radice; il fior bianco di latte;
Moli i numi la chiamano: resiste
Alla mano mortal, che vuol dal suolo
Staccarla; ai di, che tutto ponno, cede.
Detto, dalla boscosa isola il nume
Alle pendici dell'Olimpo ascese;
Ed io vr Circe andai; ma di pensieri
In gran tempesta m'ondeggiava il core.
  Giunto alla diva dalle belle trecce,
La voce alzai dall'atrio. Udimmi, e ratta
Levossi, e apr le luminose porte,
E m'invitava: io la segua non lieto.
Sovra un distinto d'argentini chiovi
Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,
Mi pose: lo sgabello i pi reggea.
Quindi con alma che pensava mali,
La mista preparommi in aureo nappo
Bevanda incantatrice, ed io la presi
Dalla sua mano, e bebbi; e non mi nocque.
Per in quel che la dea me della lunga
Verga percosse, e: "Vanne", disse, "e a terra
Co' tuoi compagni nella stalla giaci",
Tirai dal fianco il brando, e contra lei,
Di trafiggerla in atto, io mi scagliai.
Circe, mandando una gran voce, corse
Rapida sotto il colpo, e le ginocchia
Con le braccia afferrommi, e queste alate
Parole mi drizz, non senza pianto:
"Chi sei tu? donde sei? la patria dove?
Dove i parenti a te? Stupor m'ingombra,
Che l'incanto bevuto in te non possa,
Quando io non vidi, cui passasse indarno
Per la chiostra de' denti il mio veleno.
Certo un'anima invitta in petto chiudi.
Sarstu forse quel sagace Ulisse,
Che Mercurio a me sempre iva dicendo
Dover d'Ilio venir su negra nave?
Per fermo sei. Nella vagina il brando
Riponi, e sali il letto mio: dal core
D'entrambi ogni sospetto amor bandisca".
  "Circe", risposi, "che da me richiedi?
Io cortese vr te, che in sozze belve
Mi trasformasti gli uomini? Rivolgi
Tacite frodi entro te stessa; ed io
La tua penetrer stanza secreta,
Onde, poich m'avrai l'armi spogliate,
Del cor la forza tu mi spogli ancora?
No, se non giuri prima, e con quel grande
Degl'immortali di giuro, che nulla
Pi non sarai per macchinarmi a danno".
Dissi; e la dea giur. Di Circe allora
Le belle io salsi maritali piume.
  Quattro serviano a lei nel suo palagio
Di quelle Ninfe che dai boschi nate
Sono, o dai fonti liquidi, o dai sacri,
Che devolvonsi al mar, rapidi fiumi.
L'una gittava su i politi seggi
Bei tappeti di porpora, cui sotto
Bei tappeti mettea di bianco lino:
L'altra mense d'argento innanzi ai seggi
Spiegava, e d'oro v'imponea canestri:
Mescea la terza nell'argentee brocche
Soavissimi vini, e d'auree tazze
Copra le mense: ma la quarta il fresco
Fonte recava, e raccendea gran fuoco
Sotto il vasto treppi, che l'onda cape.
Gi fervea questa nel cavato bronzo,
E me la ninfa guid al bagno, e l'onda
Pel capo mollemente e per le spalle
Spargermi non cess, ch'io mi sentii
Di vigor nuovo rifiorir le membra.
Lavato ed unto di licor d'oliva,
E di tunica e clamide coverto,
Sovra un distinto d'argentini chiovi
Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,
Mi pose: lo sgabello i pi reggea.
E un'altra ninfa da bel vaso d'oro
Purissim'acqua nel bacil d'argento
Mi versava, e stendeami un liscio desco,
Che di candido pane e di serbate
Dapi a fornir la dispensiera venne:
"Cbati", mi dicea la veneranda
Dispensiera, ed instava; ed io, d'ogni esca
Schivo, in altri pensieri, e tutti foschi,
Tenea la mente, pur sedendo, infissa.
Circe, ratto che avvidesi ch'io mesto
Non mi curava della mensa punto,
Con queste m'appresso voci sul labbro:
"Perch cos, qual chi non ha favella,
Siedi, Ulisse, struggendoti, e vivanda
Non tocchi, n bevanda? In te sospetto
S'annida forse di novello inganno?
Dopo il mio giuramento a torto temi".
  Ed io: "Circe, qual mai retto uomo e saggio
Vivanda toccheria prima, o bevanda,
Che i suoi vedesse riscattati e salvi?
Fa' che liberi io scorga i miei compagni,
Se vuoi che della mensa io mi sovvegna".
  Circe usc tosto con in man la verga,
E della stalla gl'infelici trasse,
Che di porci novenni avean l'aspetto.
Tutti le stavan di rincontro; e Circe,
D'uno all'altro passando, un prezoso
Sovra lor distendea benigno unguento.
Gli odiati peli, che la tazza infesta
Produsse, a terra dalle membra loro
Cadevano; e ciascun pi che non era,
Grande apparve di corpo, e assai pi fresco
D'etade in faccia, e di belt pi adorno.
Mi ravvis ciascuno, ed afferrommi
La destra; e un cos tenero e s forte
Compianto si lev, che la magione
Ne risonava orrendamente, e punta
Sentasi di piet la stessa Maga.
Ella, standomi al fianco: "O sovrumano
Di Laerte figliuol, provvido Ulisse,
Corri", diceami, "alla tua nave, e in secco
La tira, e cela nelle cave grotte
Le ricchezze e gli arnesi: indi a me torna.
E i diletti compagni adduci teco".
  M'entr il suo dir nell'alma. Al lido io corsi,
E i compagni trovai, che appo la nave
Di lagrime nutransi e di sospiri.
Come, se riedon le satolle vacche
Dai verdi prati al rusticale albergo,
I vitelli saltellano, e alle madri,
Che pi serraglio non ritienli o chiostra,
Con frequente muggir corrono intorno:
Cos con pianto a me, vistomi appena,
Intorno s'aggiravano i compagni,
E quei mostravan su la faccia segni,
Che vi si scorgeran, se il dolce nido,
Dove nacquero e crebbero, se l'aspra
Itaca avesser tocca: "O", lagrimando
Dicean, "di Giove alunno, una tal gioia
Sarebbe a stento in noi, se ci accogliesse
D'Itaca il porto. Ma, su via, l'acerbo
Fato degli altri raccontar ti piaccia".
  Ed io con dolce favellar: "La nave
Si tiri in secco, e nelle cave grotte
Le ricchezze si celino e gli arnesi.
Poi seguitemi in fretta; ed i compagni
Nel tetto sacro dell'illustre Circe
Vedrete assisi ad una mensa, in cui
Di l d'ogni desio la copia regna".
  Pronti obbediro. Ripugnava Euriloco
Solo, ed or questo m'arrestava, or quello,
Gridando: "Sventurati, ove ne andiamo?
Qual mai vi punge del disastro sete,
Che discendiate alla maliarda, e vlti
Siate in leoni, in lupi, o in sozzi verri,
Il suo palagio a custodir dannati?
L'ospizio avrete del Ciclope, quando
Calro i nostri nella grotta, e questo
Prode Ulisse guidavali, di cui
Morte ai miseri fu lo stolto ardire".
  Cos Euriloco; ed io la lunga spada
Cavar pensai della vagina, e il capo
Dal busto ai pi sbalzargli in su la polve,
Bench vincol di sangue a me l'unisse.
Ma tutti quinci riteneanmi, e quindi
Con favella gentil: "Di Giove alunno,
Costui sul lido, se ti piace in guardia
Della nave rimangasi, e alla sacra
Magion noi guida". Detto ci, dal mare
Meco venan, n rest quegli indietro:
Tanto della minaccia ebbe spavento.
  Cura prendeasi Circe in questo mezzo
Degli altri, che lavati, unti, e di buone
Tuniche cinti e di bei manti fro.
Seduti a mensa li trovammo. Come
Si sguardro l'un l'altro, e sul passato
Con la mente tornro, in pianti e in grida
Davano; e ne gemean pareti e volte.
M'appress allora, e mi parl in tal guisa
L'inclita tra le dive: "O di Laerte
Gran prole, o ricco di consigli Ulisse,
Modo al dirotto lagrimar si ponga.
Noto  a me pur, quanti nel mar pescoso
Duraste affanni, e so le crude offese
Che vi recro in terra uomini ostili.
Su via, gioite omai, finch nel petto
Vi rinasca l'ardir, ch'era in voi, quando
Itaca alpestre abbandonaste in prima.
Bassi or gli spirti avete, e freddo il sangue,
Per la memoria de' vaggi amari
Nelle menti ancor viva, e l'allegrezza
Disimparaste tra cotanti guai".
  Agevolmente ci arrendemmo. Quindi
Pel continuo rotar d'un anno intero
Giorno non ispunt, che a lauta mensa
Me non vedesse e i miei compagni in festa.
Ma rivolto gi l'anno, e le stagioni
Tornate in s col varar de' mesi,
Ed il cerchio dei d molti compiuto,
I compagni, traendomi in disparte:
"Infelice!" mi dissero, "del caro
Cielo nativo e delle avite mura
Non ti rammenterai, se vuole il fato
Che in vita tu rimanga, e le rivegga?"
  Sano avviso mi parve. Il sol caduto,
E coverta di tenebre la terra,
Quei si corcro per le stanze; ed io,
Salito il letto a maraviglia bello
Di Circe, supplichevoli drizzai
Alla dea, che m'ud, queste parole:
"Attiemmi, o Circe, le impromesse, e al caro
Rendimi nato ciel, cui sempre vola,
Non pure il mio, ma de' compagni il core,
De' compagni, che stanno a me d'intorno,
Sempre che tu da me t'apparti, e tutta
Con le lagrime lor mi struggon l'alma".
  "O di Laerte sovrumana prole",
La dea rispose, "ritenervi a forza
Io pi oltre non vo'. Ma un'altra via
Correre in prima  d'uopo:  d'uopo i foschi
Di Pluto e di Proserpina soggiorni
Vedere in prima, e interrogar lo spirto
Del teban vate, che, degli occhi cieco,
Puro conserva della mente il lume;
Di Tiresia, cui sol di Proserpina
Tutto portar tra i morti il senno antico.
Gli altri non son che vani spettri ed ombre".
  Rompere il core io mi senti. Piagnea,
Su le piume giacendomi, n i raggi
Volea del Sol pi rimirare. Al fine,
Poich del pianger mio, del mio voltarmi
Su le piume io fui sazio: "Or qual", ripresi,
"Di tal vaggio sar il duce? All'Orco
Nessun giunse finor su negra nave".
  "Per difetto di guida", ella rispose
Non t'annoiar. L'albero alzato, e aperte
Le tue candide vele, in su la poppa
T'assidi, e spinger Borea la nave.
Come varcato l'Oceno avrai,
Ti appariranno i bassi lidi, e il folto
Di pioppi eccelsi e d'infecondi salci
Bosco di Proserpna: e a quella piaggia,
Che l'Ocen gorghiprofondo batte,
Ferma il naviglio, e i regni entra di Pluto.
Rupe ivi s'alza, presso cui due fiumi
S'urtan tra lor rumoreggiando, e uniti
Nell'Acheronte cadono: Cocito,
Ramo di Stige, e Piriflegetonte.
Apprssati alla rupe, ed una fossa,
Che un cubito si stenda in lungo e in largo,
Scava, o prode, tu stesso; e mel con vino,
Indi vin puro e limpidissim'onda
Vrsavi, a onor de' trapassati, intorno,
E di bianche farine il tutto aspergi.
Poi degli estinti prega i frali e vti
Capi, e prometti lor che nel tuo tetto
Entrato con la nave in porto appena,
Vacca infeconda, dell'armento fiore
Lor sagrificherai, di doni il rogo
Riempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,
Immolerai nerissimo arete,
Che della greggia tua pasca il pi bello.
Compiute ai mani le preghiere, uccidi
Pecora bruna, ed un monton, che all'Orco
Volgan la fronte: ma converso tieni
Del fiume alla corrente in quella il viso.
Molte Ombre accorreranno. A' tuoi compagni
Le gi sgozzate vittime e scoiate
Mettere allor sovra la fiamma, e ai numi,
Al prepotente Pluto e alla tremenda
Proserpina drizzar voti comanda.
E tu col brando sguainato siedi,
N consentir, che anzi che parli al vate,
I mani al sangue accostinsi. Repente
Il profeta verr, duce di genti,
Che sul vaggio tuo, sul tuo ritorno
Pel mar pescoso alle nate contrade
Ti dar, quanto basta, indizio e lume".
  Cos la diva; e d'in su l'aureo trono
L'Aurora compar. Tunica e manto
Circe stessa vestimmi; a s ravvolse
Bella, candida, fina ed ampia gonna;
Si strinse al fianco un'aurea fascia, e un vago
Su i ben torti capei velo s'impose.
Ma io, passando d'una in altra stanza,
Confortava i compagni, e ad uno ad uno
Con molli detti gli abbordava: "Tempo
Non  pi da sfiorare i dolci sonni.
Partiamo, e tosto. Il mi consiglia Circe".
  Si levro, e obbedro. Ahi che n quinci
Mi si concesse ricondurli tutti!
Un Elpnore v'era, il qual d'etate
Dopo gli altri vena, poco nell'armi
Forte, n troppo della mente accorto.
Caldo del buon licore, onde irrigossi,
Si divise dagli altri, ed al palagio
Mi si corc, per rinfrescarsi, in cima.
Udto il suon della partenza, e il moto,
Riscossesi ad un tratto, e, per la lunga
Scala di dietro scendere obblando.
Mosse di punta sovra il tetto, e cadde
Precipite dall'alto: il collo ai nodi
Gli s'infranse, e vol l'anima a Dite.
  Ragunatisi i miei: "Forse", io lor dissi,
"Alle patrie contrade andar credete.
Ma un altro pria la venerabil diva
Ci destin cammin, che ai foschi regni
Di Pluto e di Proserpina conduce,
Per quivi interrogar del rinomato
Teban Tiresia l'indovino spirto".
  Duol mortale gli assalse a questi detti.
Piangeano, e fermi rimanean l l,
E la chioma stracciavansi: ma indarno
Lo strazio della chioma era, ed il pianto.
  Mentre al mar tristi tendevamo, e spesse
Lagrime spargevam, Circe, che in via
Pur s'era posta, alla veloce nave
Leg la bruna pecora e il montone.
Ci oltrepass, che non ce ne avvedemmo,
Con pi leggiero. Chi potra de' numi
Scorgere alcun che qua o l si mova
Quando dall'occhio uman voglion celarsi?



LIBRO UNDICESIMO


  Giunti al divino mare, il negro legno
Prima varammo, albero ergemmo e vele,
E prendemmo le vittime, e nel cavo
Legno le introducemmo: indi con molto
Terrore e pianto v'entravam noi stessi.
La dal crin crespo e dal canoro labbro 
Dea veneranda un gonfiator di vela
Vento in poppa mand, che fedelmente
Ci accompagnava per l'ondosa via;
Tal che ozosi nella ratta nave
Dalla cerulea prua, giacean gli arnesi,
E noi tranquilli sedevam, la cura
Al timonier lasciandone ed al vento.
Quanto il d risplend, con vele sparse
Navigavamo. Spento il giorno, e d'ombra
Ricoperte le vie, dell'Oceano
Tocc la nave i gelidi confini,
L 've la gente de' Cimmer alberga,
Cui nebbia e buio sempiterno involve.
Monti pel cielo stelleggiato, o scenda
Lo sfavillante d'r sole non guarda
Quegl'infelici popoli, che trista
Circonda ognor pernizosa notte.
  Addotto in su l'arena il buon naviglio,
E il monto e la pecora sbarcati,
Alla corrente dell'Oceano in riva
Camminavam; finch venimmo ai lochi
Che la dea c'insegn. Quivi per mano
Eurloco teneano e Perimede
Le due vittime; ed io, fuor tratto il brando,
Scavai la fossa cubitale, e mele
Con vino, indi vin puro e lucid'onda
Versivi, a onor de' trapassati, intorno
E di bianche farine il tutto aspersi.
Poi degli estinti le debili teste
Pregai, promisi lor che nel mio tetto,
Entrato con la nave in porto appena,
Vacca infeconda, dell'armento fiore,
Lor sagrificherei, di doni il rogo
Rempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,
Immolerei nerissimo arete,
Che della greggia mia pasca il pi bello.
Fatte ai mani le preci, ambo afferrai
Le vittime, e sgozzile in su la fossa,
Che tutto riceveane il sangue oscuro.
Ed ecco sorger della gente morta
Dal pi cupo dell'Erebo, e assembrarsi
Le pallid'ombre: giovanette spose,
Garzoni ignari delle nozze, vecchi
Da nemica fortuna assai versati,
E verginelle tenere, che impressi
Portano i cuori di recente lutto;
E molti dalle acute aste guerrieri
Nel campo un d feriti, a cui rosseggia
Sul petto ancor l'insanguinato usbergo.
Accorrean quinci e quindi, e tanti a tondo
Aggiravan la fossa, e con tai grida,
Ch'io ne gelai per subitana tema.
Pure a Eurloco ingiunsi, e a Perimde
Le gi scannate vittime e scoiate
Por su la fiamma, e molti ai di far voti,
Al prepotente Pluto e alla tremenda
Proserpina: ma io col brando ignudo
Sedea, n consentia che al vivo sangue,
Pria ch'io Tiresia interrogato avessi,
S'accostasser dell'ombre i vti capi.
  Primo ad offrirsi a me fu il simulacro
D'Elpnore, di cui non rinchiudea
La terra il corpo nel suo grembo ancora.
Lasciato in casa l'avevam di Circe
Non sepolto cadavere e non pianto.
Che incalzavaci allor diversa cura.
Piansi a vederlo, e ne sentii pietade,
E, con alate voci a lui converso:
"Elpnore", diss'io, "come scendesti
Nell'oscura caligine? Venisti
Pi ratto a pi, ch'io su la negra nave".
  Ed ei, piangendo: "O di Laerte egregia
Prole, sagace Ulisse, un nequitoso
Demone avverso, e il molto vin m'offese.
Stretto dal sonno alla magione in cima,
Men disciolsi ad un tratto: e, per la lunga
Di calar non membrando interna scala
Mossi di punta sovra il tetto, e d'alto
Precipitai: della cervice i nodi
Ruppersi, ed io volai qua con lo spirto.
Ora io per quelli da cui lunge vivi,
Per la consorte tua, pel vecchio padre,
Che a tanta cura t'allev bambino,
Pel giovane Telemaco, che dolce
Nella casa lasciasti unico germe,
Ti prego, quando io so, che alla Circea
Isola il legno arriverai di nuovo,
Ti prego che di me, signor mio, vogli
L ricordarti, onde io non resti, come
Della partenza spiegherai le vele,
Senza lagrime addietro e senza tomba,
E tu venghi per questo ai numi in ira.
Ma con quell'armi, ch'io vesta, sul foco
Mi poni, e in riva del canuto mare
A un misero guerrier tumulo innalza,
Di cui favelli la ventura etade.
Queste cose m'adempi; ed il buon remo,
Ch'io tra i compagni miei, mentre vivea
Solea trattar, sul mio sepolcro infiggi.
  "Sventurato", io risposi, "a pien fornita
Sar, non dubitarne, ogni tua voglia".
  Cos noi sedevam, meste parole
Parlando alternamente, io con la spada
Sul vivo sangue ognora, e a me di contra
La forma lieve del compagno, a cui
Suggera molti accenti il suo disastro.
Comparve in questo dell'antica madre
L'ombra sottile, d'Anticla, che nacque
Dal magnanimo Autolico, e a quel tempo
Era tra i vivi ch'io per Troia sciolsi.
La vidi appena, che piet mi strinse,
E il lagrimar non tenni: ma n a lei,
Quantunque men dolesse, io permettea
Al sangue atro appressar, se il vate prima
Favellar non s'uda. Levossi al fine
Con l'aureo scettro nella man famosa
L'alma Tebana di Tiresia, e ratto
Mi riconobbe, e disse: "Uomo infelice,
Perch, del sole abbandonati i raggi,
Le dimore inamabili de' morti
Scendesti a visitar? Da questa fossa
Ti scosta, e torci in altra parte il brando,
S ch'io beva del sangue, e il ver ti narri".
  Il pi ritrassi, e invaginai l'acuto
D'argentee borchie tempestato brando.
Ma ei, poich bevuto ebbe, in tal guisa
Movea le labbra: "Rinomato Ulisse,
Tu alla dolcezza del ritorno aneli
E un nume invidoso il ti contende
Come celarti da Nettun, che grave
Contra te concep sdegno nel petto
Pel figlio, a cui spegnesti in fronte l'occhio?
Pur, sebbene a gran pena, Itaca avrai,
Sol che te stesso e i tuoi compagni affreni,
Quando, tutti del mar vinti i perigli,
Approderai col ben formato legno
Alla verde Trinacria isola, in cui
Pascon del Sol, che tutto vede ed ode,
I nitidi montoni e i buoi lucenti.
Se pasceranno illesi, e a voi non caglia
Che della patria, il rivederla dato,
Bench a stento, vi fia. Ma dove osiate
Lana o corno toccargli, eccidio a' tuoi,
E alla nave io predico, ed a te stesso.
E ancor che morte tu schivassi, tardo
Fora, ed infausto, e senza un sol compagno,
E su nave straniera, il tuo ritorno.
Mali oltra ci t'aspetteranno a casa:
Protervo stuol di giovani orgogliosi,
Che ti spolpa, ti mangia, e alla divina
Moglie con doni aspira.  ver che a lungo
Non rimarrai senza vendetta. Uccisi
Dunque o per frode, o alla pi chiara luce,
Nel tuo palagio i temerar amanti,
Prendi un ben fatto remo, e in via ti metti:
N rattenere il pi, che ad una nuova
Gente non sii, che non conosce il mare,
N cosperse di sal vivande gusta,
N delle navi dalle rosse guance,
O de' politi remi, ali di nave,
Notizia vanta. Un manifesto segno
D'esser nella contrada io ti prometto.
Quel d che un altro pellegrino, a cui
T'abbatterai per via, te quell'arnese
Con che al vento su l'aia il gran si sparge
Portar dir su la gagliarda spalla,
Tu repente nel suol conficca il remo.
Poi, vittime perfette a re Nettuno
Svenate, un toro, un arete, un verro,
Riedi, e del cielo agli abitanti tutti
Con l'ordine dovuto offri ecatombe
Nella tua reggia, ove a te fuor del mare,
E a poco a poco da muta vecchiezza
Mollemente consunto, una cortese
Sopravverr morte tranquilla, mentre
Felici intorno i popoli vivranno.
L'oracol mio, che non t'inganna,  questo.
  "Tiresia", io rispondea, "cos prescritto
(Chi dubbiar ne potrebbe?) hanno i celesti.
Ma ci narrami ancora: io della madre
L'anima scorgo, che tacente siede
Appo la cava fossa, e d'uno sguardo,
Non che d'un motto, il suo figliuol non degna.
Che far degg'io, perch mi riconosca?
Ed egli: Troppo bene io nella mente
Io ti porr. Quai degli spirti al sangue
Non difeso da te giunger potranno,
Sciorran parole non bugiarde: gli altri
Da te si ritrarran taciti indietro".
Svelate a me tai cose, in seno a Dite
Del profetante re l'alma s'immerse.
  Ma io di l non mi togliea. La madre
S'accost intanto, n del negro sangue
Prima bev, che ravvisommi, e queste
Mi drizz, lagrimando, alate voci:
"Deh come, figliuol mio, scendstu vivo
Sotto l'atra caligine? Chi vive,
Difficilmente questi alberghi mira,
Per che vasti fiumi e paurose
Correnti ci dividono, e il temuto
Ocean, cui varcare ad uom non lice,
Se nol trasporta una dedalea nave.
Forse da Troia, e dopo molti errori,
Con la nave e i compagni a questo buio
Tu vieni? N trovar sapesti ancora
Itaca tua? n della tua consorte
Riveder nel palagio il caro volto? "
  "O madre mia, necessit", risposi,
"L'alma indovina a interrogar m'addusse
Del Tebano Tiresia. Il suolo acheo
Non vidi ancor, n i liti nostri attinsi;
Ma vo ramingo, e dalle cure oppresso,
Dappoi che a Troia ne' puledri bella
Segui, per disertarla, il primo Atride.
Su via, mi narra, e schiettamente, come
Te la di lunghi sonni apportatrice
Parca dom. Ti vinse un lungo morbo,
O te Dana faretrata assalse
Con improvvisa non amara freccia?
Vive l'antico padre, il figlio vive,
Che in Itaca io lasciai? Nelle man loro
Resta, o pass ad altrui la mia ricchezza,
E ch'io non rieda pi, si fa ragione?
E la consorte mia qual cor, qual mente
Serba? Dimora col fanciullo, e tutto
Gelosamente custodisce, o alcuno
Tra i primi degli Achei forse impalmolla? "
  Riprese allor la veneranda madre:
"La moglie tua non lasci mai la soglia
Del tuo palagio; e lentamente a lei
Scorron nel pianto i d, scorron le notti.
Stranier nel tuo retaggio, in sin ch'io vissi,
Non entr: il figlio su i paterni campi
Vigila in pace, e alle pi illustri mense,
Cui l'invita ciascuno, e che non dee
Chi nacque al regno dispregiar, s'asside.
Ma in villa i d passa Laerte, e mai
A cittade non vien: col non letti,
Non coltri, o strati sontuosi, o manti.
Di vestimenta ignobili coverto
Dorme tra i servi al focolare il verno
Su la pallida cenere: e se torna
L'arida estate, o il verdeggiante autunno,
Lettucci umli di raccolte foglie,
Stesi a lui qua e l per la feconda
Sua vigna, preme travagliato, e il duolo
Nutre, piangendo la tua sorte: arrogi,
La vecchiezza increscevole che il colse.
Non altrimenti de' miei stanchi giorni
Giunse il termine a me, cui non Dana,
Sagittaria infallibile, di un sordo
Quadrello assalse, o di que' morbi invase,
Che soglion trar delle consunte membra
L'anima fuor con odosa tabe:
Ma il deso di vederti, ma l'affanno
Della tua lontananza, ma i gentili
Modi e costumi tuoi, nobile Ulisse,
La vita un d s dolce hannomi tolta".
  Io, pensando tra me, l'estinta madre
Volea stringermi al sen: tre volte corsi,
Quale il mio cor mi sospingea, vr lei,
E tre volte m'usci fuor delle braccia,
Come nebbia sottile, o lieve sogno.
Cura pi acerba mi trafisse e ratto:
"Ahi, madre", le diss'io, "perch mi sfuggi
D'abbracciarti bramoso, onde, anco a Dite,
Le man gittando l'un dell'altro al collo,
Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?
Fantasma vano, acci pi sempre io m'anga,
Forse l'alta Proserpina mandommi?"
  "O degli uomini tutti il pi infelice",
La veneranda genitrice aggiunse,
"No, l'egregia Proserpina, di Giove
La figlia, non t'inganna.  de' mortali
Tale il destin, dacch non son pi in vita,
Che i muscoli tra s, l'ossa ed i nervi
Non si congiungan pi: tutto consuma
La gran possanza dell'ardente foco,
Come prima le bianche ossa abbandona,
E vagola per l'aere il nudo spirto.
Ma tu d'uscire alla superna luce
Da questo buio affretta: e ci che udisti,
E porterai nell'anima scolpito,
Penelope da te risappia un giorno".
  Mentre cos favellavam, sospinte
Dall'inclita Proserpina le figlie
Degli eroi comparano, e le consorti
E traean della fossa al margo in folla.
Io, come interrogarle ad una ad una
Rivolgea meco; e ci mi parve il meglio.
Stretta la spada, non pata che tutte
Beessero ad un tempo. Alla sua volta
Cos accorrea ciascuna, e l'onorato
Lignaggio ed i suoi casi a me narrava.
  Prima s'appresent l'illustre Tiro,
Che, del gran Salmono figlia, e consorte
Di Creteo, un de' figliuoli d'Eolo, s disse.
Costei d'un fiume nell'amore accesa,
Dell'Enipo divin, che la pi bella
Sovra i pi ameni campi onda rivolve,
Spesso e bagnarsi in quegli argenti entrava.
L'azzurro nume che la terra cinge,
Nettuno, in forma di quel dio, corcossi
Delle sue vorticose acque alla foce;
E la porporeggiante onda d'intorno
Gli stette, e in un arco si pieg, qual monte,
Lui celando, e la giovane, cui tosto
Sciols'ei la zona virginale, e un casto
Sopore infuse. Indi per man la prese,
E chiamolla per nome, e tai parole
Le feo: "Di questo amor, donna, t'allegra.
Compiuto non avr l'anno il suo giro,
Che diverrai di bei fanciulli madre,
Quando vane giammai degl'immortali
Non riescon le nozze. I bei fanciulli
Prendi in cura, e nutrisci. Or vanne, e sappi,
Ma il sappi sola, che tu in me vedesti
Nettuno, il nume che la terra scuote".
Disse; e ne' gorghi suoi l'accolse il mare.
  Ella di Nleo e Plia, ond'era grave,
S'allev. Forti del sommo Giove
Ministri, l'un nell'arenosa Pilo,
Nell'ampia l'altro, e di feconde gregge
Ricca Iaolco, ebbe soggiorno e scettro.
Quindi altra prole, Esn, Ferete, e il chiaro
Domator di cavalli Amitane,
Diede a Creteo costei, che delle donne
Reina parve alla sembianza e agli atti.
  Poi d'Aspo la figlia, Antiopa, venne,
Che dell'amor di Giove and superba,
E due figli cre, Zeto e Anfione.
Tebe costoro dalle sette porte
Primi fondaro, e la munir di torri:
Ch mal potean la spazosa Tebe
Senza torri guardar, bench gagliardi.
  Venne d'Amfitron la moglie, Alcmena
Che al Saturnde l'animoso Alcide,
Cor di leone, partor. Megra
Di Creonte magnanimo figliuola
E moglie dell'invitto Ercole, venne.
  D'Edipo ancor la genitrice io vidi,
La leggiadra Epicasta, che nefanda
Per cecit di mente opra commise,
L'uom disposando da lei nato. Edpo
La man, con che avea prima il padre ucciso,
Porse alla madre: n celaro i di
Tal misfatto alle genti. Ei per crudele
Voler de' numi nell'amena Tebe
Addolorato su i Cadmei regnava.
Ma la donna, cui vinse il proprio affanno,
L'infame nodo ad un'eccelsa trave
Legato, scese alla magion di Pluto
Dalle porte infrangibili, e tormenti
Lasci indietro al figliuol, quanti ne danno
Le ultrici Furie, che una madre invoca.
  Vidi colei non men, che ultima nacque
All'Iaside Anfn, cui l'arenosa
Pilo negli anni andati, e il Mineo
Orcomeno ubbida, l'egregia Clori,
Che Neleo, di lei preso, a s congiunse,
Poscia ch'egli ebbe di dotali doni
La vergine ricolma. Ed ella il feo
Ricco di vaga e di lui degna prole,
Di Nestore, di Cromio, e dell'eroe
Periclimeno; e poi di quella Pero,
Che maraviglia fu d'ogni mortale.
Tutti i vicini la chiedean; ma il padre
Sol concedeala a chi le belle vacche
Dalla lunata spazosa fronte,
Che appo s riteneasi il forte Ificle,
Gli rimenasse, non leggiera impresa,
Dai pascoli di Filaca. L'impresa
Melampo assunse, un indovino illustre;
Se non che a lui s'attraversaro i fati,
E pastori salvatichi, da cui
Soffrir dov d'aspre catene il pondo.
Ma non prima, gi in s rivolto l'anno,
I mesi succedettersi ed i giorni,
E compir le stagioni il corso usato
Che Ifcle, a cui gli oracoli de' numi
Svelati avea l'irreprensibil vate,
I suoi vincoli ruppe; e cos al tempo
L'alto di Giove s'adempiea consiglio.
Leda comparve, da cui Tindaro ebbe
Due figli alteri, Castore e Pollce,
L'un di cavalli domatore, e l'altro
Pugile invitto. Bench l'alma terra
Ritengali nel sen, di vita un germe
(Cos Giove tra l'Ombre anco gli onora)
Serbano: ciascun giorno, e alternamente,
Rapron gli occhi, e chiudonli alla luce,
E glorosi al par van degli eterni.
  Dopo costei mi si par davanti
D'Aloo la consorte, Ifimida;
Cui di dolce d'amor nodo si strinse
Lo Scuotiterra. Ingener due figli,
Oto a un dio pari, e l'inclito Efialte,
Che la luce del sol poco fruro.
N di statura ugual, n di beltade,
Altri nodr la comun madre antica,
Sol che fra tutti d'Oron si taccia.
Non avean tocco il decim'anno ancora,
Che in largo nove cubiti, e tre volte
Tanto cresciuti erano in lungo i corpi.
Questi volendo ai sommi di su l'etra
Nuova portar sediziosa guerra,
L'Ossa sovra l'Olimpo, e sovra l'Ossa
L'arborifero Pelio impor tentaro,
Onde il cielo scalar di monte in monte;
E il fean, se i volti pubert infiorava;
Ma di Giove il figliuolo, e di Latona,
Sterminolli ambo, che del primo pelo
Le guance non ombravano, ed il mento.
  Fedra comparve ancor, Procri ed Arianna
Che l'amante Teseo rap da Creta,
E al suol fecondo della sacra Atene
Condur volea. Vane speranze! In Nasso,
Cui cinge un vasto mar, fu da Dana,
Per l'indizio di Bacco, aggiunta e morta.
  N rest Mera inosservata indietro,
N Climene rest, n l'abborrita
Erifile, che il suo diletto sposo
Per un aureo monil vender poteo.
Ma dove io tutte degli eroi le apparse
Figlie nomar volessi, e le consorti,
Pria mancherami la divina Notte.
E a me par tempo da posar la testa
O in nave o qui, tutta del mio ritorno
Ai celesti lasciando, e a voi la cura.
Tacque. I Feaci per l'oscura sala
Stavansi muti, e nel piacere assorti.
  Ruppe il silenzio l'immortal regina
La bracciobianca Arete: Feacesi,
Che vi par di costui? del suo sembiante?
Della maschia persona? e di quel senno
Che in lui risiede? Ospite  mio, ma tutti
Dell'onor, che io ricevo, a parte siete.
Non congedate in fretta, e senza doni
Chi nulla tien, voi, che di buono in casa
Per favor degli di tanto serbate.
  Qui favell Echeno, che gli altri tutti
Vincea d'etade: Fuor del segno, amici,
Arete non colp con la sua voce.
Obbediscasi a lei: se non che prima
Del re l'esempio attenderemo e il detto.
  Ci sar ch'ella vuole, Alcinoo disse
Se vita e scettro a me lascian gli di.
Ma, bench tanto di partir gli tardi,
L'ospite indugi sino al nuovo sole,
S ch'io tutti i regali insieme accoglia.
Cura esser dee comun che lieto ei parta
E pi, che d'altri, mia, s'io qui son primo.
  Alcinoo re, che di grandezza e fama,
Riprese Ulisse, ogni mortale avanzi,
Sei mesi ancor mi riteneste e sei,
E fida scorta intanto e ricchi doni
M'apparecchiaste, io non dovrei sgradirlo:
Ch quanto io torner con man pi piene
A' miei sassi natii, tanto la gente
Con pi onore accorrammi e con pi affetto.
  Ed Alcinoo in risposta: Allora, Ulisse
Che ti adocchiamo, un impostor fallace,
D'alte menzogne inaspettato fabbro,
Scorger non sospettiam, quali benigna
La terra qua e l molti ne pasce.
Leggiadria di parole i labbri t'orna,
N prudenza minor t'alberga in petto.
L'opre de' Greci e le tue doglie, quasi
Lo spirto della Musa in te piovesse,
Ci narrasti cos, ch'era un vederle.
Deh siegui, e dimmi, se t'apparve alcuno
Di tanti eroi che veleggiro a Troia
Teco, e spenti rimaservi. La notte
Con lenti passi or per lo ciel cammina,
E finch ci esporrai stupende cose,
Non fia chi del dormir qui si rammenti.
Quando parlar di te sino all'aurora
Ti consentisse il duol sino all'aurora
Io penderei dalle tue labbra immoto.
  V'ha un tempo Alcinoo, di racconti ed havvi,
Ulisse ripigli, di sonni un tempo;
Che se udir vuoi pi avanti, io non ricuso
La sorte di color molto pi dura
Rappresentarti, che scampr dai rischi
D'una terribil guerra, e nel ritorno,
Colpa d'una rea donna, ohim! periro.
  Poich le femminili Ombre famose
La casta Proserpna ebbe disperse,
Mesto, e cinto da quei che fato uguale
Trovr d'Egisto negl'infidi alberghi,
Si lev d'Agamennone il fantasma.
Assaggi appena dell'oscuro sangue,
Che ravvisommi; e dalle tristi ciglia
Versava in copia lagrime, e le mani
Mi stendea, di toccarmi invan bramose;
Ch quel vigor, quella possanza, ch'era
Nelle sue membra ubbidenti ed atte,
Derelitto l'avea. Lagrime anch'io
Sparsi a vederlo, e inteneri nell'alma,
E tai voci, nomandolo, gli volsi:
"O inclito d'Atro figlio, o de' prodi
re, Agamennne, qual destin ti vinse,
E i lunghi t'arrec sonni di morte?
Nettuno in mar ti dom forse, i fieri
Spirti eccitando de' crudeli venti?
O t'offesero in terra uomini ostili,
Che armenti depredavi e pingui greggi.
O delle patrie mura, e delle caste
Donne a difesa, roteavi il brando? "
  "Laerziade preclaro, accorto Ulisse"
Ratto rispose dell'Atride l'ombra
Me non dom Nettuno all'onde sopra,
N m'offesero in terra uomini ostili.
Egisto, ordita con la mia perversa
Donna una frode, a s invitommi, e a mensa
Come alle greppie inconsapevol bue,
L'empio mi trucid. Cos mori
Di morte infelicissima; e non lunge
Gli amici mi cadean, quai per illustri
Nozze, o banchetto sontuoso, o lauta
A dispendio comun mensa imbandita,
Cadono i verri dalle bianche sanne.
Bench molti a' tuoi giorni o in folta pugna;
Vedessi estinti, o in singolar certame,
Non solita piet tocco t'avrebbe,
Noi mirando, che stesi all'ospitali
Coppe intorno eravam, mentre correa
Purpureo sangue il pavimento tutto.
La dolente io senti voce pietosa
Della figlia di Priamo, di Cassandra,
Cui Clitennestra m'uccidea da presso,
La moglie iniqua; ed io, giacendo a terra,
Con moribonda man cercava il brando:
Ma la sfrontata si rivolse altrove,
N gli occhi a me, che gi scendea tra l'Ombre
Chiudere, n compor degn le labbra.
No: pi rea peste, pi crudel non dassi
Di donna, che s atroci opre commetta,
Come questa infedel, che il danno estremo
Tram, cui s'era vergine congiunta.
Lasso! dove io credea che, ritornando,
Figliuoli e servi m'accorran con festa,
Costei, che tutta del peccar sa l'arte,
Si ricopr d'infamia, e quante al mondo
Verranno, e le pi oneste anco, ne asperse".
  "Oh quanta", io ripigliai, "sovra gli Atridi
Le femmine attirro ira di Giove!
Fu di molti de' Greci Elena strage!
E a te, cogliendo l'assenza il tempo,
Funesta rete Clitennestra tese".
  "Quindi troppa tu stesso", ei rispondea,
"Con la tua donna non usar dolcezza,
N il tutto a lei svelar, ma parte narra
De' tuoi secreti a lei, parte ne taci,
Bench a te dalla tua venir disastro
Non debba: ch Penelope, la saggia
Figlia d'Icario, altri consigli ha in core.
Moglie ancor giovinetta, e con un bimbo,
Che dalla mamma le pendea contento,
Tu la lasciavi, navigando a Troia:
Ed oggi il tuo Telemaco felice
Gi s'asside uom tra gli uomini, e il diletto
Padre lui vedr, un giorno, ed egli al padre
Giusti baci porr sovra la fronte.
Ma la consorte mia n questo almeno
Mi consent, ch'io satollassi gli occhi
Nel volto del mio figlio, e pria mi spense.
Credi al fine a' miei detti, e ci nel fondo
Serba del petto: le native spiagge
Secretamente afferra, e a tutti ignoto,
Quando fidar pi non si puote in donna.
Or ci mi conta, e schiettamente: udisti,
Dove questo mio figlio i giorni tragga?
In Orcomeno forse? O forse tienlo
Pilo arenosa, o la capace Sparta
Presso re Menelao? Certo non venne
Finor sotterra il mio gentil Oreste".
  Ed io: "Perch di ci domandi, Atride,
Me, cui n conto  pur se Oreste spira
Le dolci aure di sopra, o qui soggiorna?
Lode non merta il favellare al vento".
  Cos parlando alternamente, e il volto
Di lagrime rigando, e il suol di Dite,
Ce ne stavam disconsolati: ed ecco
Sorger lo spirto del Pelade Achille,
Di Patroclo, d'Antloco e d'Aiace,
Che gli Achei tutti, se il Pelde togli,
Di corpo superava e di sembiante.
Mi riconobbe del veloce al corso
Eacide l'imago; e, lamentando:
O, disse, di Laerte inclita prole,
Qual nuova in mente, sciagurato, volgi
Macchina, che ad ogni altra il pregio scemi?
Come osasti calar ne' foschi regni,
Degli estinti magion, che altro non sono
Che aeree forme e simulacri ignudi? "
  "Di Peleo", io rispondea, "figlio, da cui
Tanto spazio rimase ogni altro Greco,
Tiresia io scesi a interrogar, che l'arte
Di prender m'insegnasse Itaca alpestre
Sempre involto ne' guai, l'Acaica terra
Non vidi ancor, n il patrio lido attinsi.
Ma di te, forte Achille, uom pi beato
Non fu, n giammai fia. Vivo d'un nume
T'onoravamo al pari, ed or tu regni
Sovra i defunti. Puoi tristarti morto?"
  "Non consolarmi della morte", a Ulisse
Replicava il Pelde. "Io pria torrei
Servir bifolco per mercede, a cui
Scarso e vil cibo difendesse i giorni,
Che del Mondo defunto aver l'impero.
Su via, ci lascia, e del mio figlio illustre
Parlami in vece. Nelle ardenti pugne
Corre tra i primi avanti? E di Pelo
Del mio gran genitor, nulla sapesti?
Sieguon fedeli a reverirlo i molti
Mirmdoni, o nell'Ellada ed in Ftia
Spregiato vive per la troppa etade,
Che le membra gli agghiaccia? Ahi! che guardarlo
Sotto i raggi del Sol pi non mi lice:
Ch pass il tempo che la Troica sabbia
D'esanimi io covra corpi famosi,
Proteggendo gli Achei. S'io con la forza
Che a que' giorni era in me, toccar potessi
Per un istante la paterna soglia,
A chunque oltraggiarlo, e degli onori
Fraudarlo ardisse, questa invitta mano
Metterebbe nel core alto spavento.
  Nulla, io risposi, di Pelo, ma tutto
Del figliuol posso, e fedelmente, dirti,
Di Neottolemo tuo, che all'oste Achiva
Io stesso sopra cava e d'uguai fianchi
Munita nave rimenai da Sciro.
Sempre che ad Ilio tenevam consulte,
Primo egli a favellar s'alzava in piedi,
N mai dal punto devava; soli
Gareggiavam con lui Nestore ed io.
Ma dove l'armi si prendean, confuso
Gi non restava in fra la turba, e ignoto:
Precorrea tutti, e di gran lunga, e intere
Le falangi struggea. Quant'ei mandasse
Propugnacol de' Greci, anime all'Orco,
Da me non t'aspettare. Abbiti solo,
Che il Telefde Eurpilo trafisse
Fra i suoi Ceti, che gli morano intorno;
Euripilo di Troia ai sacri muri
Per la impromessa man d'una del rege
Figlia venuto, ed in quell'oste intera,
Dopo il deiforme Mnnone, il pi bello.
Che del giorno dir, che il fior de' Greci
Nel costrutto da Epo cavallo salse,
Che in cura ebb'io, poich a mia voglia solo
Aprasi, o rinchiudeasi, il cavo agguato?
Tergeansi capi e condottier con mano
Le umide ciglia, e le ginocchia sotto
Tremavano a ciascun; n bagnare una
Lagrima a lui, n di pallore un'ombra
Tingere io vidi la leggiadra guancia.
Bens prieghi porgeami onde calarsi
Gi del cavallo, e della lunga spada
Palpeggiava il grand'else, e l'asta grave
Crollava, mali divisando a Troia
Poi la cittade incenerita, in nave
Delle spoglie pi belle adorno e carco
Montava, e illeso: quando lunge, o presso,
Di spada, o stral, non fu giammai chi vanto
Del ferito Neottlemo si desse".
  Dissi, e d'Achille alle veloci piante
Per li prati d'asfodelo vestiti
L'alma da me sen giva a lunghi passi,
Lieta, che ud del figliuol suo la lode.
  D'altri guerrieri le sembianze tristi
Compariano; e ciascun suoi guai narrava.
Sol dello spento Telamonio Aiace
Stava in disparte il disdegnoso spirto
Perch vinto da me nella contesa
Dell'armi del Pelide appo le navi.
Teti, la madre veneranda, in mezzo
Le pose, e giudicaro i Teucri e Palla.
Oh clta mai non avess'io tal palma,
Se l'alma terra nel suo vasto grembo
Celar dovea s glorosa testa,
Aiace, a cui d'aspetto e d'opre illustri,
Salvo l'irreprensibile Pelde
Non fu tra i Greci chi agguagliarsi osasse!
Io con blande parole: "Aiace", dissi,
"Figlio del sommo Telamon, gli sdegni
Per quelle maledette arme concetti
Dunque n morto spoglierai? Fatali
Certo reser gli di quell'arme ai Greci,
Che in te perdero una s ferma torre.
Noi per te nulla men, che per Achille,
Dolenti andiam; n alcuno n' in colpa, il credi:
Ma Giove, che infinito ai bellicosi
Danai odio porta, la tua morte volle.
Su via, t'accosta, o re, porgi cortese
L'orecchio alle mie voci, e la soverchia
Forza del generoso animo doma".
  Nulla egli a ci: ma, ritraendo il piede,
Fra l'altre degli estinti Ombre si mise:
Pur, seguendolo io quivi, una risposta
Forse data ei m'avra; se non che voglia
Altro di rimirar m'ardea nel petto.
  Minosse io vidi, del Saturnio il chiaro
Figliuol, che assiso in trono, e un aureo scettro
Stringendo in man, tenea ragione all'ombre
Che tutte, qual seduta e quale in piedi,
Conti di s rendeangli entro l'oscura
Di Pluto casa dalle larghe porte.
  Vidi il grande Orn, che delle fiere,
Che uccise un d sovra i boscosi monti,
Or gli spettri segua de' prati inferni
Per l'asfodelo in caccia; e maneggiava
Perpetua mazza d'infrangibil rame.
  Ecco poi Tizio, della Terra figlio,
Che sforzar non tem l'alma di Giove
Sposa, Latona, che volgeasi a Pito
Per le ridenti Panope campagne.
Sul terren distendevasi, e ingombrava
Quando in d nove ara di tauri un giogo:
E due avvoltoi, l'un quinci, e l'altro quindi,
Ch'ei con mano scacciar tentava indarno
rodeangli il cor, sempre ficcando addentro
Nelle fibre rinate il curvo rostro.
  Stava l presso con acerba pena
Tantalo in piedi entro un argenteo lago,
La cui bell'onda gli toccava il mento.
Sitibondo mostravasi, e una stilla
Non ne potea gustar: ch quante volte
Chinava il veglio le bramose labbra,
Tante l'onda fugga dal fondo assorta,
S che apparagli ai pi solo una bruna
Da un Genio avverso inaridita terra.
Piante superbe, il melagrano, il pero,
E di lucide poma il melo adorno,
E il dolce fico, e la canuta oliva,
Gli piegavan sul capo i carchi rami;
E in quel ch'egli stendea dritto la destra
Vr le nubi lanciava i rami il vento.
  Ssifo altrove smisurato sasso
Tra l'una e l'altra man portava, e doglia
Pungealo inenarrabile. Costui
La gran pietra alla cima alta d'un monte,
Urtando con le man, coi pi pontando,
Spingea: ma giunto in sul ciglion non era,
Che, risospinta da un poter supremo,
Rotolavasi rapida pel chino
Sino alla valle la pesante massa.
Ei nuovamente di tutta sua forza
Su la cacciava: dalle membra a gronde
Il sudore colavagli, e perenne
Dal capo gli sala di polve un nembo.
  D'Ercole mi s'offerse al fin la possa,
Anzi il fantasma: per ch'ei de' numi
Giocondasi alla mensa e cara sposa
Gli siede accanto la dal pi leggiadro
Ebe, di Giove figlia e di Giunone,
Che muta il passo, coturnata d'oro.
Schiamazzavan gli spirti a lui d'intorno,
Come volanti augei da subitana
Tema compresi; ed ei fosco, qual notte,
Con l'arco in mano, e con lo stral sul nervo,
Ed in atto ad ognor di chi saetta,
Orrendamente qua e l guatava.
Ma il petto attraversavagli una larga
D'r cintura terribile, su cui
Storate vedeansi opre ammirande,
Orsi, cinghiai feroci e leon torvi,
E pugne, e stragi, e sanguinose morti;
Cintura, a cui l'eguale, o prima o dopo,
Non fabbric, qual che si fosse, il mastro.
Mi sguard, riconobbemi, e con voce
Lugubre: "O", disse, "di Laerte figlio,
Ulisse accorto, ed infelice a un'ora,
Certo un crudo t'opprime avverso fato,
Qual sotto i rai del Sole anch'io sostenni.
Figliuol quantunque dell'Egoco Giove,
Pur, soggetto vivendo ad uom che tanto
Valea manco di me, molto io soffersi.
Fatiche gravi ei m'addossava, e un tratto
Spedimmi a quinci trarre il can trifauce,
Che la prova di tutte a me pi dura
Sembravagli; ed io venni, e quinci il cane
Trifauce trassi ripugnante indarno,
D'Ermete col favore e di Minerva".
Tacque, e nel pi profondo Erebo scese.
  Di loco io non moveami, altri aspettando
De' prodi, che spariro,  omai gran tempo.
E que' due forse mi sarien comparsi,
Ch'io pi veder bramava, eroi primieri,
Teseo e Piritoo, glorosa prole
Degl'immortali di. Ma un infinito
Popol di spirti con frastuono immenso
Si ragunava; e in quella un improvviso
Timor m'assalse, non l'orribil testa
Della tremenda Grgone la diva
Proserpina invasse a me dall'Orco.
Dunque senza dimora al cavo legno
Mossi, e ai compagni comandai salirlo,
E liberar le funi; ed i compagni
Ratto il salano, e s'assidean su i banchi.
Pria l'aleggiar de' remi il cavo legno
Mandava innanzi d'Ocean su l'onde:
Poscia quel, che levossi, ottimo vento.




LIBRO DODICESIMO


  Poich la nave usc dalle correnti
Del gran fiume Oceno, ed all'Ea
Isola giunse nell'immenso mare,
L 've gli alberghi dell'Aurora e i balli
Sono, e del sole i lucidi Levanti,
Noi dalla nave, che fu in secco tratta,
Scesi, e corcati su la muta spiaggia,
Aspettammo dell'alba il sacro lume.
Ma come del mattin la bella figlia
Color il ciel con le rosate dita,
Di Circe andaro alla magione alcuni,
Che dell'estinto Elpenore la fredda
Spoglia ne riportassero. Troncammo
Frassini e abeti, e all'infelice amico,
Dolenti il core, e lagrimosi il ciglio,
L'esequie femmo, ove sporgea pi il lido.
N prima il corpo e le armi ebbe arse il foco,
Che noi, composto un tumulo, ed eretta
SOpravi una colonna, il ben formato
Remo infiggemmo della tomba in cima.
  Mentr'eravamo al trist'ufficio intenti,
Circe, che d'Aide ci sapea tornati,
S'adorn e venne in fretta, e con la dea
Venner d'un passo le serventi ninfe,
Forza di carni e pan seco recando,
E rosso vino, che le vene infiamma.
L'inclita tra le dee stava nel mezzo,
E cos favellava: "O sventurati,
Che in carne viva nel soggiorno entraste
D'Aide, e di cui la sorte  due fiate
Morir, quando d'ogni altro uomo  una sola.
Su via, tra i cibi scorra ed i licori
Tutto a voi questo d su le mie rive.
Come nel ciel rossegger l'Aurora,
Navigherete; ma il cammino, e quanto
Di saper v' mestieri, udrete in prima,
S che non abbia per un mal consiglio
Grave in terra, od in mare, a incorvi danno".
  Chi persuaso non sarasi? Quindi
Tra lanci piene e coronate tazze,
Finch il sol si mostr, sedemmo a mensa.
Il sol celato ed imbrunito il mondo,
Si colcaro i compagni appo la nave.
Ma Circe me prese per mano, e trasse
Da parte, e a seder pose; indi, seduta
Di contra, interrogommi, ed io su tutto
La satisfeci pienamente. Allora
Tai parole sciogliea l'illustre diva:
"Tu compiesti ogni cosa. Or quello ascolta,
Ch'io vo' manifestarti, e che al bisogno
Ti torneranno nella mente i numi.
Alle Sirene giungerai da prima,
Che affascnan chunque i lidi loro
Con la sua prora veleggiando tocca.
Chunque i lidi incautamente afferra
Delle Sirene, e n'ode il canto, a lui
N la sposa fedel, n i cari figli
Verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D'ossa d'umani putrefatti corpi
E di pelli marcite, un monte s'alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
Cera de' tuoi cos l'orecchio tura,
Che non vi possa penetrar la voce.
Odila tu, se vuoi; sol che diritto
Te della nave all'albero i compagni
Leghino, e i piedi stringanti, e le mani;
Perch il diletto di sentir la voce
Delle Sirene tu non perda. E dove
Pregassi o comandassi a' tuoi di sciorti,
Le ritorte raddoppino ed i lacci.
Poich trascorso tu sarai, due vie
Ti s'apriranno innanzi; ed io non dico,
Qual pi giovi pigliar, ma, come d'ambo
Ragionato t'avr, tu stesso il pensa.
  Vedrai da un lato discoscese rupi
Sovra l'onde pendenti, a cui rimbomba
Dell'azzurra Anfitrite il salso fiotto.
Gl'Iddii beati nella lor favella
Chimanle Erranti. Non che ogni altro augello,
Trasvolarle non sanno impunemente
N le colombe pur, che al padre Giove
Recan l'ambrosia: la polita pietra
Sempre alcuna ne fura, e della spenta
Surroga invece altra colomba il padre.
Nave non iscamp dal periglioso
Varco sin qui: ch de' navigli tutti
Le tavole del pari e i naviganti
Sen porta il vincitor flutto, e la pregna
Di mortifero foco atra procella.
Sola quell'Argo che solcava il mare,
Degli uomini pensiero e degli di
Trapassar valse, navigando a Colco:
E se non che Giunon, cui molto a cuore
Giasone stava, di sua man la spinse,
Quella non meno avran contra le vaste
Rupi cacciata i tempestosi flutti.
  Dall'altra parte havvi due scogli: l'uno
Va sino agli astri, e fosca nube il cinge
N su l'acuto vertice, l'estate
Corra o l'autunno, un puro ciel mai ride.
Montarvi non potrebbe altri, o calarne,
Venti mani movesse e venti piedi:
S liscio  il sasso e la costa superba.
Nel mezzo, vlta all'occidente e all'orco,
S'apre oscura caverna, a cui davanti
Dovrai ratto passar; giovane arciero
Che dalla nave disfrenasse il dardo,
Non toccherebbe l'incavato speco.
Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non rist. La costei voce
Altro non par che un guaiolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla  atroce
Mostro, e sino ad un dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo.
Dodici ha piedi, anterori tutti,
Sei lunghissimi colli, e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte pi amara in ogni dente.
  Con la met di s nell'incavato
Speco profondo ella s'attuffa, e fuori
Sporge le teste, riguardando intorno
Se delfini pescar, lupi, o alcun puote
Di que' mostri maggior che a mille a mille
Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre.
N mai nocchieri oltrepassaro illesi:
Poich quante apre disoneste bocche,
Tanti dal cavo legno uomini invola.
Men l'altro s'alza contrapposto scoglio
E il dardo tuo ne colpira la cima.
Grande verdeggia in questo e d'ampie foglie
Selvaggio fico; e alle sue falde assorbe
La temuta Cariddi il negro mare.
Tre fiate il rigetta, e tre nel giorno
L'assorbe orribilmente. Or tu a Cariddi
Non t'accostar mentre il mar negro inghiotte;
Ch mal sapra dalla ruina estrema
Nettuno stesso dilivrarti. A Scilla
Tienti vicino, e rapido trascorri.
Perder sei de' compagni entro la nave
Torna pi assai, che perir tutti a un tempo".
  Tal ragionava; ed io: "Quando m'avvegna
Schivare, o Circe, la fatal Cariddi,
Respinger, dimmi il ver, Scilla non deggio,
Che gli amici a distruggermi s'avventa?"
  "O sventurato", rispondea la diva
Dunque le pugne in mente ed i travagli
Rivolgi ancor, n ceder pensi ai numi?
Cosa mortal credi tu Scilla? Eterno
Credila, e duro, e faticoso, e immenso
Male, ed inespugnabile, da cui
Schermo non havvi, e cui fuggir fia l meglio
Se indugi, e vesti appo lo scoglio l'armi,
Sbucher, temo, ad un secondo assalto,
E tanti de' compagni un'altra volta
Ti rapir, quante spalanca bocche.
Vola dunque sul pelago, e la madre
Crati, che al mondo gener tal peste,
E ritenerla, che a novella preda
Non si slanci, potr, nel corso invoca.
  Allora incontro ti verran le belle
Spiagge della Trinacria isola, dove
Pasce il gregge del Sol, pasce l'armento:
Sette branchi di buoi, d'agnello tanti,
E di teste cinquanta i branchi tutti.
Non cresce, o scema, per natale o morte,
Branco; e le Dive sono i lor pastori
Faetusa e Lampezie il crin ricciute
Che partor d'Iperone al figlio
Ninfe leggiadre, la immortal Neera.
Come l'augusta madre ambo le ninfe
Dopo il felice parto ebbe nodrite,
A soggiornar lungi da s mandolle
Nella Trinacria; e le paterne vacche
Dalla fronte lunata, ed i paterni
Monton lucenti a custodir lor diede.
Pascoleranno intatti e a voi soltanto
Caler del ritorno? il suol nativo,
Non per senza guai, fiavi concesso.
Ma se giovenca molestaste od agna,
Sterminio a te predco, al legno e a' tuoi
E pognam, che tu salvo ancor ne andassi,
Riederai tardi, e a gran fatica, e solo".
Disse; e sul trono d'r l'Aurora apparve.
  Circe, non molto poi, da me rivolse
Per l'isola i suoi passi; ed io, trovata
La nave, a entrarvi e a disnodar la fune
Confortava i compagni; ed i compagni
V'entraro, e s'assidean su i banchi, e assisi
Fean co' remi nel mar spume d'argento.
La dea possente ci sped un amico
Vento di vela gonfiator, che fido
Per l'ondoso cammin ne accompagnava:
S che, deposti nella negra nave
Dalla prora cerulea i lunghi remi,
Sedevamo, di spingerci e guidarci
Lasciando al timonier la cura e al vento.
  Qui, turbato del core: "Amici", io dissi,
Degno mi par che a tutti voi sia conto
Quel che predisse a me l'inclita Circe.
Scoltate adunque, acciocch, tristo o lieto,
Non ci sorprenda ignari il nostro fato.
Sfuggire in pria delle Sirene il verde
Prato e la voce dilettosa ingiunge.
Vuole ch'io l'oda io sol: ma voi diritto
Me della nave all'albero legate
Con fune s, ch'io dar non possa un crollo;
E dove di slegarmi io vi pregassi
Pur con le ciglia, o comandassi, voi
Le ritorte doppiatemi ed i lacci".
  Mentre ci loro io discopra, la nave,
Che avea da poppa il vento, in picciol tempo
Delle Sirene all'isola pervenne.
L il vento cadde, ed agguagliossi il mare,
E l'onde assonn un demone. I compagni
Si levr pronti, e ripiegr le vele,
E nella nave collocarle: quindi
Sedean sui banchi ed imbiancavan l'onde
Co' forti remi di polito abete.
Io la duttile cera, onde una tonda
Tenea gran massa, sminuzzai con destro
Rame affilato; ed i frammenti n'iva
Rivoltando e premendo in fra le dita.
N a scaldarsi tard la molle pasta;
Perocch lucidissimi dall'alto
Scoccava i rai d'Iperone il figlio.
De' compagni incerai senza dimora
Le orecchie di mia mano; e quei diritto
Me della nave all'albero legaro
Con fune, i pi stringendomi e le mani.
Poi su i banchi adagiavansi, e co' remi
Batteano il mar, che ne tornava bianco.
Gi, vogando di forza, eravam quanto
Corre un grido dell'uomo, alle Sirene
Vicini. Udito il flagellar de' remi,
E non lontana omai vista la nave,
Un dolce canto cominciaro a sciorre:
"O molto illustre Ulisse, o degli Achei
Somma gloria immortal, su via, qua vieni,
Ferma la nave; e il nostro canto ascolta.
Nessun pass di qua su negro legno,
Che non udisse pria questa che noi
Dalle labbra mandiam, voce soave;
Voce, che innonda di diletto il core,
E di molto saver la mente abbella.
Ch non pur ci, che sopportaro a Troia
Per celeste voler Teucri ed Argivi,
Noi conosciam, ma non avvien su tutta
La delle vite serbatrice terra
Nulla, che ignoto o scuro a noi rimanga".
  Cosi cantaro. Ed io, porger volendo
Pi da vicino il dilettato orecchio,
Cenno ai compagni fea, che ogni legame
Fossemi rotto; e quei pi ancor sul remo
Incurvavano il dorso, e Perimede
Sorgea ratto, ed Euriloco, e di nuovi
Nodi cingeanmi, e mi premean pi ancora.
Come trascorsa fu tanto la nave,
Che non potea la perigliosa voce
Delle Sirene aggiungerci, coloro
A s la cera dall'orecchio tosto,
E dalle membra a me tolsero i lacci.
  Gi rimanea l'isola indietro; ed ecco
Denso apparirmi un fumo e vasti flutti,
E gli orecchi intronarmi alto fragore.
Ne sbigottiro i miei compagni, e i lunghi
Remi di man lor caddero, e la nave,
Che de' fidi suoi remi era tarpata,
L immantinente s'arrest. Ma io
Di su, di gi, per la corsa movendo,
E con blanda favella or questo, or quello
De' compagni abbordando: "O", dissi, "meco
Sin qua passati per cotanti affanni,
Non ci sovrasta un maggior mal, che quando
L'infinito vigor di Polifemo
Nell'antro ci chiudea. Pur quinci ancora
Col valor mio vi trassi, e col mio senno,
E vi fia dolce il rimembrarlo un giorno.
Via, dunque, via, ci ch'io comando, tutti
Facciam: voi, stando sovra i banchi, l'onde
Percotete co' remi, e Giove, io spero,
Conceder dalle correnti scampo.
Ma tu, che il timon reggi, abbiti in mente
Questo, n l'obblar: guida il naviglio
Fuor del fumo e del fiotto, ed all'opposta
Rupe ognor mira e ad essa tienti, o noi
Getterai nell'orribile vorago".
  Tutti alla voce mia ratto ubbidiro.
Se non ch'io Scilla, immedicabil piaga,
Tacqui, non forse, abbandonati i banchi,
L'un sovra l'altro per soverchia tema
Della nave cacciassersi nel fondo.
E qui, di Circe, che vietommi l'arme,
Negletto il disamabile comando,
Io dell'arme vestami, e con due lunghe
Nell'impavida mano aste lucenti
Sala sul palco della nave in prua,
Attendendo col, che l'efferata
Abitatrice dell'infame scoglio
Indi, gli amici a m'involar, sbalzasse:
N, perch del ficcarli in tutto il bruno
Macigno stanchi io mi sentissi gli occhi,
Da parte alcuna rimirarla io valsi.
Navigavamo addolorati intanto
Per l'angusto sentier: Scilla da un lato,
Dall'altro era l'orribile Cariddi,
Che del mare inghiottia l'onde spumose.
Sempre che rigettavale, siccome
Caldaia in molto rilucente foco,
Mormorava bollendo; e i larghi sprazzi,
Che andavan sino al cielo, in vetta d'ambo
Gli scogli ricadevano. Ma quando
I salsi flutti ringhiottiva, tutta
Commovasi di dentro, ed alla rupe
Terribilmente rimbombava intorno,
E, l'onda il seno aprendo, un'azzurrigna
Sabbia parea nell'imo fondo: verdi
Le guance di paura a tutti io scrsi.
Mentre in Cariddi tenevam le ciglia,
Una morte temendone vicina,
Sei de' compagni, i pi di man gagliardi,
Scilla rapimmi dal naviglio. Io gli occhi
Torsi, e li vidi che levati in alto
Braccia e piedi agitavano, ed Ulisse
Chiamavan, lassi!, per l'estrema volta.
Qual pescatore che su pendente rupe
Tuffa di bue silvestre in mare il corno
Con lunghissima canna, un'infedele
Esca ai minuti abitatori offrendo,
E fuor li trae dall'onda, e palpitanti
Scagliali sul terren: non altrimenti
Scilla i compagni dal naviglio alzava
E innanzi divoravali allo speco,
Che dolenti mettean grida, e le mani
Nel gran disastro mi stendeano indarno.
Fra i molti acerbi casi, ond'io sostenni,
Solcando il mar, la vista, oggetto mai
Di cotanta piet non mi s'offerse.
  Scilla e Cariddi oltrepassate, in faccia
La feconda ci apparve isola amena,
Ove il gregge del Sol pasce e l'armento;
E ne giungean dall'ampie stalle a noi
I belati su l'aure ed i muggiti.
Gli avvisi allor mi si svegliaro in mente
Del Teban vate e della maga Circe,
Ch'io l'isola schivar del Sol dovessi,
Di cui rallegra ogni vivente il raggio.
Ond'io: "Compagni, lor dicea, per quanto
Siate angosciati, la sentenza udite
Del Teban vate e della maga Circe,
Ch'io l'isola schivar debba del Sole,
Di cui rallegra ogni vivente il raggio.
Circe affermava che il maggior de' guai
Quivi c'incoglieria. Lasciarla indietro
Ci convien dunque con la negra nave".
  Colpo tai detti fr quasi mortale.
N a molestarmi Euriloco in tal guisa
Tardava: "Ulisse, un barbaro io ti chiamo,
Perch di forze abbondi, e mai non cedi,
N fibra  in te che non sia ferro, a' tuoi
Contendi il toccar terra, e di non parca
Cena sul lido ristorarsi. Esigi
Che in mezzo le notturne ombre su questo
Pelago a caso erriam, bench la notte
Gravi produca disastrosi venti.
Or chi fuggir potr l'ultimo danno
Dove repente un procelloso fiato
Di Mezzod ci assalga, o di Ponente,
Che de' numi anco ad onta, il legno sperda?
S'obbedisca oggi alla divina notte,
E la cena nell'isola s'appresti.
Come il d spunti, salirem di nuovo
La nave, e nell'immensa onda entreremo".
  Questa favella con applauso accolta
Fu dai compagni ad una; ed io ben m'avvidi
Che mali un genio prepotente orda:
"Euriloco", io risposi, "oggimai troppa,
Tutti contra ad un sol, forza mi fate.
Giurate almeno, e col pi saldo giuro,
Che, se greggi troviam, troviamo armenti,
Non sia chi, spinto da stoltezza iniqua,
Giovenca uccida, o pecorella offenda:
Ma tranquilli di ci pasteggerete,
Che in don vi porse la benigna Circe".
Quelli giuraro, e non s tosto a fine
L'involabil giuro ebber condotto,
Che la nave nel porto appo una fonte
Fermro, e ne smontaro, e lauta cena
Solertemente apparecchir sul lido.
Paga delle vivande e de' licori
La naturale avidit pungente,
Risovvenansi di color che Scilla
Dalla misera nave alto rapiti
Vorossi, e li piangean, finch discese
Su gli occhi lagrimosi il dolce sonno.
  Gi corsi avea del suo cammin due terzi
La notte e dechinavano le stelle,
Quando il cinto di nembi Olimpio Giove
Dest un gagliardo, turbinoso vento,
Che la terra coverse, e il mar di nubi,
E la notte di cielo a piombo cadde.
Ma come poi l'orocrinita Aurora
Color il ciel con le rosate dita,
Tirammo a terra il legno, e in cavo speco
De' seggi ornato delle ninfe, ch'ivi
I lor balli tessean, l'introducemmo.
Subito io tutti mi raccolsi intorno
E: "Compagni", diss'io, "cibo e bevanda
Restanci ancor nella veloce nave.
Se non vogliam perir, lungi, vedete,
La man dal gregge e dall'armento; al Sole,
Terribil dio, che tutto vede ed ode,
Pascono i monton pingui e i bianchi tori".
Dissi; e acchetrsi i generosi petti.
Per un intero mese Austro giammai
Di spirar non restava, e poscia fiato
Non sorgea mai, che di Levante o d'Austro.
Finch il pan non fall loro ed il vino,
Ubbidenti e della vita avari,
Rispettavan l'armento. E gi la nave
Nulla contenea pi. Gvano adunque,
Come il bisogno li pungea, dispersi
Per l'isola, d'augelli e pesci in traccia,
Con archi ed ami, o di quale altra preda
Lor venisse alle man; per che forte
Rodeali dentro l'importuna fame.
Io, dai compagni scevro, una remota
Cercai del piede solitaria piaggia,
Gli eterni a Supplicar, se alcun la via
Mi dimostrasse del ritorno, e in parte
Giunto, che d'aura non sentasi colpo,
Sparsi di limpid'onda, e a tutti alzai
Gli abitanti del cielo ambo le palme.
N guari and, che d'un tranquillo sonno
Gli occhi ed il petto rempirmi i numi.
  Eurloco frattanto un mal consiglio
Pose innanzi ai compagni: "O da s acerbe
Sciagure oppressi, la mia voce udite.
Tutte odose certo ad uom le morti;
Ma nulla tanto, che il perir di fame.
Che pi si tarda? Meniam via le belle
Giovenche, e sagrifici ai numi offriamo.
Ch se afferrar ci sar dato i lidi
Nativi, al Sole Iperone un ricco
Tempio illustre alzeremo, appenderemo
Molti alle mura prezosi doni.
E dov'ei, per li buoi dalla superba
Testa crucciato, sperder voglia il legno,
N alcun dio gli contrasti, io tolgo l'alma
Pria tra i flutti esalar, che, su deserta
Isola stando, intisichir pi a lungo".
  Disse: e tutti assentano. Incontanente
Del Sol cacciate le pi belle vacche
Di fronte larga e con le corna in arco,
Che dalla nave non pascean lontane,
Stavano ad esse intorno, e, clte prima,
Per difetto che avean di candid'orzo,
Tenere foglie di sublime quercia,
Voti fano agli di. Compiuti i voti,
Le vittime sgozzaro e le scoiaro,
E, le cosce tagliatene, di zirbo
Le copriro doppiate, e i crudi brani
Sopra vi collocaro. Acqua, che il rosso
Vino scusasse, onde patan disagio,
Versavan poi su i sagrifici ardenti,
E abbrostan tutti gl'intestini. Quindi,
Le cosce omai combuste, ed assaggiate
Le interora, tutto l'altro in pezzi
Fu messo, e infitto negli acuti spiedi;
E a me usc delle ciglia il dolce sonno.
Sorsi, e alla nave in fretta io mi condussi.
Ma vicina del tutto ancor non m'era,
Ch'io mi sentii dall'avvampate carni
Muovere incontro un odoroso vento,
E gridai, lamentando, ai numi eterni:
"O Giove padre, e voi, di sempre stanti,
Certo in un crudo e fatal sonno voi
Mi seppelliste, se doveasi intanto
Compier da cotestoro un tal misfatto".
  Nunzia non tarda dell'ucciso armento,
Lampezie al Sole and, di lungo peplo
Coperta. Il Sole, in grande ira montato,
Si volse ai numi e: "Giove", disse, e voi
Tutti, immortali di, paghino il fio
Del Laerzade Ulisse i rei compagni,
Che le giovenche trucidarmi osaro,
Della cui vista, o ch'io per la stellata
Volta salissi, o discendessi, nuovo
Diletto ciascun d prendea il mio core.
Colpa e pena in lor sia d'una misura:
O caler nella magion di Pluto,
E al popol morto porter mia luce".
  E il nimbifero Giove a lui rispose:
"Tra gl'Immortali, o Sole, ed i mortali
Vibra su l'alma terra, e in cielo, i raggi.
Io senza indugio d'un sol tocco lieve
Del fulmine affocato il lor naviglio
Sfraceller del negro mar nel seno".
  Queste cose Calipso un giorno uda
Dal messaggier Mercurio; e a me narrolle
La ricciuta il bel crin ninfa Calipso.
  Giunto alla nave, io rampognavo or questo
De' compagni, ed or quel: ma volato
L'armento fu, n avea compenso il male.
Strani prodigi intanto agl'infelici
Mostravano gl'iddii: le fresche pelli
Strisciavan sul terren, muggian le incotte
Carni e le crude, agli schidoni intorno,
E de' buoi lor sembrava udir la voce.
Pur del fior dell'armento ancor sei giorni
Si cibaro i colpevoli. Comparsa
La settim'alba, il turbinoso vento
Stancossi: e noi ci rimbarcammo, e, alzato
L'albero prontamente, e dispiegate
Le bianche vele, ci mettemmo in mare.
  Di vista gi della Trinacria usciti,
Altro non ci appara che il cielo e l'onda,
Quando il Saturnio sul veloce legno
Sospese in alto una cerulea nube,
Sotto cui tutte intenebrrsi l'acque.
La nave non correa che un tempo breve;
Poich ratto uno stridulo Ponente,
Infurando, imperversando, venne
Di contra e ruppe con tremenda buffa
Le due funi dell'albero, che a poppa
Cadde; ed antenne in uno, e vele e sarte
Nella sentina scesero. Percosse
L'alber, cadendo, al timoniere in capo,
E l'ossa fracassgli; ed ei da poppa
Salt nel mar, di palombaro in guisa,
E cacciata vol dal corpo l'alma.
Ma Giove che tonato avea pi volte,
Scagli il fulmine suo contra la nave,
Che si gir, dal fulmine colpita
Del Saturnio, e s'empieo di zolfo tutta.
Tutti fuor ne cascarono i compagni,
E ad essa intorno l'ondeggiante sale,
Quai corvi, li portava; e cos Giove
Il ritorno togliea loro, e la vita.
Io pel naviglio su e gi movea,
Finch gli sciolse la tempesta i fianchi
Dalla carena, che rimase inerme.
Poi la base dell'albero l'irata
Onda schiant: ma di taurino cuoio
Rivestalo una striscia, ed io con questa
L'albero e la carena in un legai,
E sopra mi v'assisi; e tale i venti
Esizali mi spingean su l'onde.
Zefiro a un tratto rallent la rabbia:
Se non che sopraggiunse un Austro in fretta,
Che, noiandomi forte in ver Cariddi
Ricondur mi volea. L'intera notte
Scorsi su i flutti; e col novello Sole
Tra la grotta di Scilla, e la corrente
Mi ritrovai della fatal vorago,
Che in quel punto inghiottia le salse spume
Io, slanciandomi in alto, a quel selvaggio
M'aggrappai fico eccelso, e mi v'attenni,
Qual vipistrello: ch n dove i piedi
Fermar, n come ascendere, io sapea,
Tanto eran lungi le radici, e tanto
Remoti dalla mano i lunghi, immensi
Rami, che d'ombra ricopran Cariddi.
L dunque io m'attenea bramando sempre,
Che rigettati dall'orrendo abisso
Fosser gli avanzi della nave. Al fine
Dopo un lungo deso vennero a galla.
Nella stagion che il giudicante, sciolte
Varie di caldi giovani contese,
Sorge dal foro, e per cenar s'avva,
Dell'onde usciro i sospirati avanzi.
Le braccia apersi allora, e mi lasciai
Gi piombar con gran tonfo all'onde in mezzo,
Non lunge da que' legni, a cui m'assisi
Di sopra, e delle man remi io mi feci.
Ma degli uomini il padre e de' Celesti
Di rivedermi non permise a Scilla;
Ch toccata sarami orrida morte.
Per nove d mi trabalzava il fiotto,
E la decima notte i di sul lido
Mi gettr dell'Ogigia isola, dove
Calipso alberga, la divina ninfa,
Che raccoglieami amica, e in molte guise
Mi confortava. Perch ci ti narro?
Tai cose, Alcinoo illustre, ieri le udivi,
Le uda con teco la tua casta donna,
E ci ridir, ch'io dissi, a me non torna.



LIBRO TREDICESIMO


  Stavansi tutti per l'oscura sala
Taciti, immoti, e nel diletto assorti.
Cos al fine il silenzio Alcinoo ruppe:
Poich alla mia venisti alta e di rame
Solido e liscio edificata casa,
No, Ulisse, non cred'io che al tuo ritorno
L'onde t'agiteran, comunque afflitto
T'abbia sin qui co' suoi decreti il fato.
Voi, tutti, che vtar nel mio palagio
Del serbato ai pi degni ardente vino
Solete i nappi, ed ascoltare il vate,
L'animo a quel ch'io vi dichiaro, aprite.
Le vesti e l'oro d'artificio miro,
E ogni altro don, che de' Feaci i capi
Recro al forestier, l'arca polta
Gi nel suo grembo accolse. Or d'un treppiede
Anco e d'un'urna il presentiam per testa;
Indi farem che tutta in questi doni,
Di cui male potremmo al grave peso
Regger noi soli, la citt concorra.
  Disse; e piacquero i detti, e al proprio albergo
Ciascun le piume a ritrovar si volse.
Ma come del mattin la bella figlia
Aperse il ciel con le rosate dita,
Vr la nave affrettavansi, portando
Il bel, che onora l'uom, bronzo foggiato.
Lo stesso re, ch'entr per questo in nave,
Attentamente sotto i banchi il mise,
Onde, mentre daran de' remi in acqua,
Non impedisse alcun de' Feacesi
Giovani, e l'offendesse urna o treppiede.
N di condursi al real tetto, dove
La mensa gli attendea, tardaro i prenci.
  Per lor d'Alcinoo la sacrata possa
Un bue quel giorno uccise al ghirlandato
D'atre nubi Signor dell'Universo.
Arse le pingui cosce, un prandio lauto
Celebran lietamente; e il venerato
Dalla gente Demodoco, il divino
Cantor, percuote la sonante cetra.
Ma Ulisse il capo alla durna lampa
Spesso torcea, se tramontasse al fine;
Ch il ritorno nel cor sempre gli stava.
Quale a villan, che dalla prima luce
Co' negri tori e col pesante aratro
Un terren franse riposato e duro,
Cade gradito il Sole in occidente,
Pel deso della cena, a cui s'avvia
Con le ginocchia, che gli treman sotto:
Tal cadde a Ulisse in occidente il sole.
Tosto agli amanti del remar Feaci,
E al re, pi che ad altrui, cos drizzossi:
Facciansi, Alcinoo, i libamenti, e illeso
Mandatemi; e gl'iddii vi guardin sempre.
Tutti ho gi i miei desir: pronta  la scorta,
E della nave in sen giacciono i doni,
Da cui vogliano i di che pro mi vegna.
Vogliano ancor, che in Itaca l'egregia
Consorte io trovi, e i cari amici in vita.
Voi, restandovi qui, serbate in gioia
Quelle, che uniste a voi, vergini spose,
E i dolci figli che ne aveste: i numi
V'ornin d'ogni virt, n possa mai
I d vostri turbar pubblico danno.
  Tacque; e applauda ciascuno, e molto instava
Si compiacesse allo stranier, da cui
Uscita era s nobile favella.
Ed Alcinoo all'araldo allor tai detti:
Pontonoo, il vino mesci, e a tutti in giro
Porgilo, acci da noi, pregato Giove,
S'accommiati oggimai l'ospite amico.
Mesc l'araldo il vino, e il porse in giro;
E tutti dai lor seggi agl'immortali
Numi libaro. Ma il divino Ulisse
Sorse, e d'Arete in man gemina pose
Tazza rotonda, e tai parole sciolse:
Vivi felici d, Regina illustre,
Finch vecchiezza ti sorprenda, e morte,
Comun retaggio degli umani. Io parto:
Te del popol, de' figli e del marito
Il rispetto feliciti e l'amore.
  Disse, e varc la soglia. Alcinoo innanzi
Muover gli fece il banditor, che al ratto
Legno li guidasse e al mare: e Arete dietro
Tre serve gli sped, l'un con tersa
Tunica in mano ed un lucente manto,
L'altra con la fedele arca, e con bianchi
pani la terza e rosseggianti vini.
Tutto da lor, come sul lido fro,
I remiganti tolsero, e nel fondo
Della nave allogar: poi su la poppa
Steser candidi lini e bella coltre,
Dove tranquillo il forestier dormisse.
Vi mont egli, e tacito corcossi.
E quei sedean su i banchi, e, poich sciolta
Dal traforato sasso ebber la fune,
Fatigavan co' remi il mar canuto.
Ma un dolce sonno al Laerzade, un sonno
Profondo, ineccitabile, e alla morte
Per poco egual, su le palpebre scese.
Come talvolta in polveroso campo
Quattro maschi destrieri a un cocchio aggiunti,
E tutti dal flagel percossi a un tempo,
Sembran levarsi nel vto aere in alto,
E la prescritta via compier volando:
S la nave correa con alta poppa,
Dietro da cui precipitava il grosso
Del risonante mar flutto cilestro.
Correa sicura, n l'avra sparviere,
Degli augei velocissimo, raggiunta;
Con s celere prora i salsi flutti
Solcava, un uom seco recando ai dii
Pari di senno, che infiniti affanni
Durati avea tra l'armi, avea tra l'onde,
E allor, d'obblo sparsa ogni cura, in braccio
D'un sonno placidissimo giacea.
Quando comparve quel s fulgid'astro,
Che della rosea Aurora  messaggiero,
La ratta nave ad Itaca approdava.
  Il porto  qui del marin vecchio Forco,
Che due sporgenti in mar lidi scoscesi,
E l'uno all'altro ripieganti incontra,
S dal vento riparano e dal fiotto,
Che di fune mestier non v'han le navi.
Spande sovra la cima i larghi rami
Vivace oliva, e presso a questa un antro
S'apre amabile, opaco, ed alle ninfe
Niadi sacro. Anfore ed urne, in cui
Forman le industri pecchie il mel soave,
Vi son di marmo tutte, e pur di marmo
Lunghi telai, dove purpurei drappi,
Maraviglia a veder, tesson le ninfe.
Perenni onde vi scorrono, e due porte
Mettono ad esso: ad Aquilon si volge
L'una, e schiudesi all'uom; l'altra, che Noto
Guarda, ha pi del divino, ed un mortale
Per lei non varca: ella  la via de' numi.
  In questo porto ai Feacesi conto,
Dirittamente entr l'agile nave,
Che sul lido and mezza: di s forti
Remigatori la spingean le braccia!
Si gittaro nel lido; e Ulisse in prima
Co' bianchi lini e con la bella coltre
Sollevr dalla nave, e seppellito
Nel sonno, siccom'era, in su l'arena
Poserlo gi. Poi ne levaro i doni,
Ch'ei riport dalla Feacia gente,
Per favor di Minerva, e al piede uniti
Li collocaro della verde oliva,
Fuor del cammin, non s'avvenisse in loro
Vandante, e la man su lor mettesse,
Mentre l'eroe dorma. Quindi ritorno
Fean con la nave alla nata contrada.
  Nettuno intanto, che serbava in mente
Le minacce che un d contra il divino
Laerzade scagli, cos il pensiero
Ne spava di Giove: O Giove padre,
Chi pi tra i di m'onorer, se onore
Nieganmi i Feacesi, che mortali
Sono, e a me don l'origine? Io credea
Che della sua nativa isola ai sassi
Giunger dovesse tra gli affanni Ulisse,
Cui non invidava io quel ritorno
Che tu gli promettesti, e del tuo capo
Confermasti col cenno. Ma i Feaci
Dormendo il trasportr su ratta nave,
E in Itaca il deposero, e il colmro
Di doni in bronzo, e in oro, e in bei tessuti:
Ricchezza immensa, e qual dall'arsa Troia
Recato ei non avra, se con la preda,
Che gli tocc, ne ritornava illeso.
  O della terra scotitor possente,
Il nubiadunator Giove rispose,
Qual parola parlasti? Alcun de' numi
Te in dispregio non ha, n lieve fra
Dispregiar dio s poderoso e antico.
Ma dove uom troppo di suo forze altero
T'osasse ingiurar, tu ne puoi sempre
Qual pi t'aggradir, prender vendetta.
  Mi starei forse, o nubipadre Giove,
Nettun riprese, s'io dal tuo corruccio
Non mi guardassi ognora? Io de' Feaci
Perch di ricondur gli ospiti il vezzo
Prdano al fin, strugger vorrei nel mare
L'inclita nave ritornante; e in oltre
Grande alla lor citt montagna imporre.
  Ci, replicava il Nubipadre, il meglio,
Ottimo nume, anco a me sembra: quando
I Feacesi scorgeran dal lido
Venir la nave a tutto corso, e poco
Sar lontana, convertirla in sasso
Che di naviglio abbia sembianza, e oggetto
Si mostri a ognun di maraviglia; e in oltre
Grande alla lor citt montagna imporre.
  Lo Scuotiterra, udito questo appena,
Si port a Scheria in fretta, e qui fermossi.
Ed ecco spinta dagl'illustri remi
Su per l'onde venir l'agile nave.
Egli appressolla, e convertilla in sasso,
E d'un sol tocco della man divina
La radic nel fondo. Indi scomparve.
  Molte allor de' Feaci in mar famosi
Fur le alterne parole. Ahi! chi nel mare
Leg la nave che vr noi solcava
L'acque di volo, che appara gi tutta?
Cos, gli occhi volgendo al suo vicino,
Favellava talun: ma rimanea
La cagion del portento a tutti ignota.
Se non che Alcinoo a ragionar tra loro
Prese in tal foggia: Oh di! clto io mi veggo,
Qual dubbio v'ha? dai vaticini antichi
Del padre, che dicea, come sdegnato
Nettun fosse con noi, perch securo
Riconduciam su l'acque ogni mortale.
Dicea, che insigne de' Feaci nave,
Dagli altrui nel redire ai porti suoi,
Distruggera nell'oscure onde, e questa
Cittade coprira d'alta montagna.
Cos arringava il vecchio, ed oggi il tutto
Si compie. Or via, sottomettiamoci ognuno:
Dal ricondur cessiam gli ospiti nostri,
E dodici a Nettuno eletti tori
Sagrifichiam, perch di noi gl'incresca,
N d'alto monte la citt ricopra.
Disse. Penetr in quelli un timor sacro,
E i cornigeri tori apparecchiaro.
  Mentre intorno all'altar prieghi a Nettuno
Drizzavan della Scheria i duci e i capi,
Svegliossi il pari agl'immortali Ulisse,
Che su la terra sua dorma disteso,
N la sua terra riconobbe: stato
N'era lunge gran tempo, e Palla cinto
L'avea di nebbia, per celarlo altrui,
E di quanto  mestier dargli contezza,
S che la moglie, i cittadin, gli amici
Nol ravvisin, che pra de' tristi proci
Fatto ei non abbia universal macello.
Quindi ogni cosa gli parea mutata,
Le lunghe strade, i ben difesi porti,
E le ombrose foreste, e l'alte rupi.
Sguard, fermo su i pi, la patria ignota,
Poi non tenne le lagrime, e la mano
Batt su l'anca, e lagrimando disse:
Misero! tra qual nuova estrania gente
Sono io? Chi sa, se nequitosa e cruda,
O giusta in vece, ed ospitale e pia?
Ove questa recar molta ricchezza,
Ove ire io stesso? Oh nella Scheria fosse
Rimasta, ed io giunto all'eccelsa casa
D'altro signor magnanimo, che, accolto
Dolcemente m'avesse, e rimandato
Securamente! Io, dove porla ignoro,
N lasciarla vo' qui, che altri la involi.
Men che saggi eran dunque, e men che probi
De' Feacesi i condottieri e i capi,
Che non alla serena Itaca, come
Dicean, ma in questa sconosciuta piaggia
Condur mi fro. Li punisca Giove,
De' supplici custode, a cui nessuno
Celasi, e che non lascia inulto un fallo.
Queste ricchezze noveriam, veggiamo,
Se via non ne port nulla la nave.
  Dette tai cose, i tripodi superbi
Contava, e l'urne e l'oro e le tessute
Vesti leggiadre; e non fallagli nulla,
Ma la sua patria sospirava, e molti
Lungo il lido del mar romoreggiante
Passi e lamenti fea. Pallade allora,
Di pastorello delicato in forma,
Quale un figlio di re mostrasi al guardo,
S'offerse a lui: doppia e ben fatta veste
Avea d'intorno agli omeri, calzari
Sotto i pi molli, e nella destra un dardo.
Gio Ulisse a mirarla, e incontanente
Le mosse incontro con tai detti: Amico,
Che qui primiero mi t'affacci, salve.
Deh non mi t'affacciar con alma ostile:
Ma questi beni e me serba, che abbraccio
Le tue ginocchia, e te, qual nume, invoco.
Che terra  questa? che citt? che gente?
Una dell'ondicinte isole forse?
O di fecondo continente spiaggia,
Che scende in sino al mar? Schietto favella.
  Stolto sei bene, o di lontan venisti,
La dea rispose dall'azzurro sguardo,
Se di questa contrada, ospite, chiedi.
Cui non  nota? La conosce appieno
Qual vr l'aurora e il Sol, qual vr l'oscura
Notte soggiorna. Alpestra sorge, e male
Vi si cavalca, n si stende assai.
Sterile non per torna: di grano
Risponde e d'uva, e la rugiada sempre
Bgnala, e il nembo: ottimo pasco i buoi
E le capre vi trovano; verdeggia
D'ogni pianta, e perenne acqua l'irrga.
Sin d'Ilio ai campi, che dal suolo Acheo,
Come senti narrar, molto distanno,
D'Itaca giunge, o forestiero, il nome.
  Al nome della patria, che su i labbri
Dell'immortal son figlia di Giove,
S'empi di gioia il Laerzade, e tardo
A risponder non fu, bench, volgendo
Nel suo cor sempre gli artifici usati,
Contraria al vero una novella ordisse.
Io gi d'Itaca uda nell'ampia Creta,
Che lungi nel mar giace, e donde io venni,
Met recando de' miei beni, e ai figli
Lasciandone met. Di Creta io fuggo,
Perch vi uccisi Orsiloco, il diletto
D'Idomeno figliuol, da cui nel corso
Uom non era col che non perdesse.
Costui di tutta la Troiana preda,
Che tanti in mezzo all'onde, in mezzo all'arme,
Travagli mi cost, volea fraudarmi,
Sdegnato, ch'io, d'altri guerrieri duce,
Sotto il padre di lui servir negassi.
In quel ch'ei nella strada usca dal campo,
Gli tesi insidie con un mio compagno,
E di lancia il feri. Notte assai fosca
L'aere ingombrava, e non che agli altri, a lui,
Che di vita io spogliai, rimasi occulto.
Trovai sul lido una Fenicia nave,
E a quegl'illustri naviganti ricca
Mercede offersi, e li pregai che in Pilo
Mi ponessero, o in Elide divina,
Dominio, degli Epi. Se non che il vento
Indi gli svolse, e forte a lor mal cuore;
Ch inganni non pensavano. Venimmo,
Notturni errando, a questa piaggia, e a forza
Di remi, e con gran stento, il porto entrammo.
N della cena favellossi punto,
Bench ciascuno in grande uopo ne fosse;
Ma del naviglio alla rinfusa usciti,
Giacevam su l'arena. Ivi un tranquillo
Sonno me stanco invase; e quei, levate
Dalla nave e deposte, ov'io giaceva,
Le mie ricchezze, in ver la popolosa
Sidone andaro, e me lascir nel duolo.
  Sorrise a questo la degli occhi azzurra,
E con man careggiollo; e uguale a donna
Bella, di gran sembiante, e di famosi
Lavori esperta, in un momento apparve,
E a cos fatti accenti il volo sciolse:
Certo sagace anco tra i numi, e solo
Colui sara, che d'ingannar nell'arte
Te superasse! Sciagurato, scaltro,
Di frodi insazabile, non cessi
Dunque n in patria dai fallaci detti,
Che ti piaccion cos sin dalla culla?
Ma di questo non pi: che d'astuzie ambo
Maestri siam; tu di gran lunga tutti
D'inventive i mortali e di parole
Sorpassi, tutti io di gran lunga i numi.
Dunque la figlia ravvisar di Giove
Tu non sapesti, che a te assisto sempre
Nelle tue prove, e te conservo, e grazia
Ti fei trovare appo i Feaci? E or venni
Per ammonirti, e per celare i fatti
Col mio soccorso a te splendidi doni,
Non che narrarti ci che per destino
Nel tuo palagio a sopportar ti resta.
Tu soffri, bench astretto; e ad uomo o a donna
L'arrivo tuo non palesar; ma tieni
Chiusi nel petto i tuoi dolori, e solo
Col silenzio rispondi a chi t'oltraggia.
  E tosto il ricco di consigli Ulisse:
Difficilmente, o dea, pu ravvisarti
Mortal, cui t'appresenti, ancor che saggio;
Tante forme rivesti. Io ben rammento
Che visitar tu mi degnavi un giorno,
Mentre noi, figli degli Achivi, a Troia
Combattevam: ma poich l'alte torri
Ruinammo di Priamo, e su le navi
Partimmo, e un dio l'Achiva oste disperse,
Pi non ti scrsi, o del Tonante figlia,
N m'avvidi unqua che m'entrassi in nave,
per cavarmi d'affanno. Abbandonato
Solo a me stesso e afflitto io ga vagando,
Finch pria che il tuo labbro in tra i Feaci
Mi confortasse, e nella lor cittade
M'introducessi tu, le mie sventure
Gl'Immortali finiro. Ora io ti priego
Pel tuo gran padre, quando in terra estrana,
Non nella patria mia, credomi, e temo
Che tu di me prender ti voglia gioco,
Ti priego dirmi, o dea, se veramente
Degli occhi Itaca io veggio, e del pi calco.
  E la dea, che rivolge azzurri i lumi:
Tu mai te stesso non oblii. Quind'io
Non posso ai mali abbandonarti in preda;
Tal mostri ingegno, tal facondia e senno.
Altri, che dopo error molti giungesse,
Sposa e figli mirar vorra repente;
E a te nulla sapere, o chieder piace,
Se con gran cura non assaggi e tenti
Prima la tua, che invan t'aspetta, e a cui
Scorron nel pianto i d, scorron le notti.
Dubbio io non ebbi mai del tuo ritorno,
Bench ritorno solitario e tristo;
Se non che al zio Nettun con te crucciato
Dell'occhio che spegnesti al figlio in fronte,
Repugnar non volea. Ma or ti mostro
D'Itaca il sito, e a credermi io ti sforzo.
Ecco il porto di Forcine, e la verde
Frondosa oliva che gli sorge in cima.
Ecco non lunge opaco antro ameno,
Alle Naiadi sacro; la convessa
Spelonca vasta riconosci, dove
Ecatombi legittime alle ninfe
Sagrificar solevi. Ecco il sublime
Nerito monte che di selve ondeggia.
  Disse, e ruppe la nebbia, e il sito apparve.
Giubil Ulisse alla diletta vista
Della sua patria, e baci l'alma terra.
Poi levando le man, subitamente
Le ninfe supplic: Naiadi ninfe,
Non credea rivedervi, e con devote
Labbra, in vece io saltovi, o di Giove
Nate; a cui doni porgerem novelli,
Se me in vita conserva, e d felici
A Telemaco mio concede amica
La bellicosa del Saturnio figlia.
  Ti rassicura, e non temer, riprese
La dea dagli occhi di cilestro tinti,
Che d'aiuto io ti manchi. Or senza indugio
Nel cavo sen della divina grotta,
Su via, poniam queste ricchezze in salvo,
E di ci consultiam che pi ti torna.
  Tacque, ed entrava nella grotta oscura,
Le ascosaglie cercandone; ed Ulisse,
L'oro ed il bronzo, e le superbe vesti
Portando, la segua. Tutto depose
Acconciamente dell'Egoco Giove
La figlia, e l'antro d'un macigno chiuse;
Ci fatto, al pi della sacrata oliva
Ambi sedendo, e investigando l'arte
Di tor di mezzo i temerari proci,
Cos a parlar la prima era Minerva:
Studiar convienti, o Laerzade, come
Metter la man su gli arroganti drudi,
Che regnano in tua casa, oggi  terz'anno,
E della moglie tua con ricchi doni
Chiedono a gara le bramate nozze.
Ella, ognor sospirando il tuo ritorno,
Ciascun di speme e d'impromesse allatta,
Manda messaggi a tutti, ed altro ha in core.
  Ah! Dunque, le rispose il saggio Ulisse,
Me dell'Atride Agamennn l'acerbo
Fato attendea nelle paterne case,
Se il tutto, inclita dea, tu non m'aprivi.
Ma tu la via, che a vendicarmi io prenda,
M'addita, e a me soccorri, e quell'audace
Spirto m'infondi, che accendeami, quando
Sfemmo di Troia le famose mura.
Mi starai tu del pari al fianco sempre?
Io pugnar con trecento allor non temo.
  Sempre al fianco m'avrai, non m'uscirai,
La dea riprese dalle glauche luci,
Di vista un sol momento in questa impresa.
Questi superbi, che le tue sostanze
Mandano a male, imbratteran di sangue
L'immenso pavimento, e di cervella.
Ma io cos vo' trasformarti, Ulisse,
Che riconoscer non ti possa uom vivo,
Cotesta liscia ed ancor fresca pelle,
Che le membra flessibili ti copre,
Disseccher, raggrinzer; di biondo
Nulla ti rimarr sovra la testa,
E te circonderan miseri panni,
Da cui lo sguardo di ciascun rifugga.
Gli occhi poi s belli e s vivaci,
Saran s oscuri e avran tai pieghe intorno,
Che turpe ai proci, e alla tua donna e al figlio,
Cui lasciasti bambin, cosa parrai.
Tu prima cerca de' tuoi pingui verri
Il fido guardan che t'ama, ed ama
Telemaco, ama la tua saggia donna.
Il troverai, che guarder la nera
Greggia che beve d'Aretusa al fonte,
E alla pietra del Corvo addenta, e rompe
La dolce ghianda, per la cui virtude
Il florido sul dosso adipe cresce.
Quivi ti ferma, ed al suo fianco assisa
D'ogni cosa il richiedi; ed io frattanto
Andr alla bella nelle donne Sparta,
In traccia del figliuol, che vi s'addusse,
Onde saper di te dal bellicoso
Menelao biondo; e udir, se vivi, e dove.
  Perch non dirgliel tu, cui noto  il tutto?
Rispose il ricco di consigli Ulisse.
Forse perch'ei su l'infecondo mare
Tormenti errando, come il padre, e intanto
Le sue sostanze a male altri gli mandi?
  Ci non t'affligga, ripigli la dea
Che cilestre in altrui le luci intende.
Io stessa, nome ad acquistarsi e grido,
Gi l'invava l, 've nulla il turba:
L 've tranquillo, e d'ogni cosa agiato,
Nel regal siede dell'Atride albergo.
So ben che agguati in nave negra i proci
Tendongli, desando a lui dar morte
Pria ch'ei torni; ma invan: che anzi, lui vivo
Coprir i suoi nemici e tuoi, la terra.
  Disse Minerva, e della sua potente
Verga l'eroe tocc. S'inaridisce
La molle cute, e si rincrespa; rari
Spuntano e bianchi su la testa i crini;
Tutta d'un vecchio la persona ei prende,
Rotto dagli anni, e stanco; e foschi, estinti
Son gli occhi, in che un divin foco brillava.
Tunica trista, e mala cappa in dosso
L'amica dea caccigli, ambo squarciate,
Discolorate, affumicate e sozze:
Sopra gli vest ancor di ratto cervo
Un gran cuoio spelato, e nella destra
Pose bastone; ed una vil bisaccia,
Che in pi luoghi s'apra, per una torta
Coreggia antica agli meri sospese.
  Preso il consiglio che pi acconcio parve,
L'un dall'altro staccrsi; e alla divina
Sparta, del figlio in traccia, and Minerva.



LIBRO QUATTORDICESIMO


  Ei, la riva lasciata, entr in un'aspra
Strada, e per gioghi e per silvestri lochi
L si rivolse, dove Palla mstro
Gli avea l'inclito Eumo, di cui fra tutti
D'Ulisse i miglior servi alcun non era,
Che i beni del padron meglio guardasse.
Trovollo assiso nella prima entrata
D'un ampio e bello ed altamente estrutto
Recinto, a un colle solitario in cima.
Il fabbricava Eumo con pietre tolte
Da una cava propinqua, e mentre lungi
Stavasi Ulisse, e senz'alcun dal veglio
Laerte, o da Penelope, soccorso:
D'un'irta siepe ricingealo, e folti
Di bruna, che spezz, quercia scorzata
Pali frequenti vi piantava intorno.
Dodici v'eran dentro, una appo l'altra,
Comode stalle, che cinquanta a sera
Madri feconde ricevean ciascuna.
I maschi dorman fuor, molto pi scarsi,
Perch scemati dall'ingordo dente
De' proci, a cui mandar sempre dovea
L'ottimo della greggia il buon custode.
Trecento ne contava egli, e sessanta;
E presso lor, quando volgea la notte
Quattro cani giacean pari a leoni,
Che il pastor di sua mano avea nodriti.
Calzari allor s'accomodava ai piedi,
Di bue tagliando una ben tinta pelle,
Mentre chi qua chi l gano i garzoni.
Tre conducean la nera mandra, e il quarto
Alla cittade col tributo usato
Lo stesso Eumo spedalo, e a que' superbi,
Cui ciascun d gli avidi ventri empiea
Della sgozzata vittima la carne.
  Videro Ulisse i latratori cani,
E a lui con grida corsero: ma egli
S'assise accorto, e il baston pose a terra.
Pur fiero strazio alle sue stalle avanti
Soffra, s'Eumo non era, il qual, veloce
Scaglandosi dall'atrio, e la bovina
Pelle di man lasciandosi cadere,
Sgridava i suoi mastini, e or questo, or quello
Con spesse pietre qua o l cacciava.
Poi, rivolto al suo re: Vecchio, gli disse,
Poco fall non te n'andassi in pezzi,
E il biasmo in me ne ricadesse, quasi
Sciagure altre io non pata, io, che dolente
Siedo, e piango un signore ai numi eguale,
E i pingui verri all'altrui gola allevo:
Mentr'ei s'aggira per estranie terre
Famelico e digiuno; ove ancor viva,
E gli splenda del Sole il dolce lume.
Ma tu sguimi, o vecchio, ed al mio albergo
Vientene, acci, come di cibo e vino
Sentirai sazio il natural talento,
La tua patria io conosca, e i mali tuoi.
  Ci detto, gli entr innanzi, e l'introdusse
Nel padiglione suo. Qui di fogliosi
Virgulti densi, sovra cui velloso
Cuoio distese di selvaggia capra,
Gli feo, non so qual pi, se letto o seggio,
L'eroe gioa dell'accoglienza amica,
E cos favellava: Ospite, Giove
Con tutti gli altri di compia i tuoi voti,
E d'accoglienza tal largo ti paghi.
  E tu cos gli rispondesti, Eumo:
Buon vecchio, a me non lice uno straniero,
Fosse di te men degno, avere a scherno;
Che gli stranieri tutti ed i mendichi
Vengon da Giove. Poco fare io posso,
Poco potendo far servi che stanno
Sempre in timor sotto un novello impero:
Pure anco un picciol don grazia ritrova.
Colui fraudAro del ritorno i numi,
Che amor sincero mi portava, e dato
Podere avrami, e casa, e donna molto
Bramata; e quanto al fin dolce signore
A servo d, che in suo pro sudi, e il cui
Travaglio prosperar degnino i di,
Come arridono al mio. Certo ei giovato,
Se incanutiva qui, molto m'avrebbe.
Ma per l'infelice. Ah perch tutta
D'Elena in vece non per la stirpe,
Che di cotanti eroi sciolse le membra?
Quel prode anch'ei volger le prore armato,
per l'onor degli Atridi, a Troia volle.
  Detto cos, la tunica si strinse
Col cinto, ed alle stalle in fretta mosse,
E, tolti due dalla rinchiusa mandra
Giovinetti porcelli, ambo gli uccise,
Gli abbronz, gli spart, negli appuntati
Spiedi gl'infisse: indi, arrostito il tutto,
Caldo e fumante negli stessi spiedi
Recollo, e il pose al Laerzade innanzi,
E di farina candida l'asperse.
Ci fatto, e in tazza d'ellera mesciuto
L'umor dolce dell'uva, a lui di fronte
S'assise, e rincorollo in questa forma:
Su via, quel mangia, o forestier, che a servi
Lice imbandir, di porcelletti carne:
Quando i pi grandi corpi ed i pi pingui
Li divorano i proci, a cui non entra
Pietade in petto, n timor de' numi.
Ma non aman gli di l'opre malvage,
E il giusto ricompensano ed il retto.
Quelli che armati su le altrui riviere
Scendono, e a cui tornar Giove consente
Co' legni carchi alla nata contrada,
Spavento ad essi ancor delle divine
Vendette passa nel rapace spirto.
Certo, per voce umana o per divina,
Han della morte del mio re contezza,
Poich n gareggiar, come s'addice,
Per la sua donna, n ai domin loro
Voglionsi ricondur; ma gli altrui beni
Senza pudore alcun struggono in pace.
Giove d o notte non produce, in cui
Una vittima o due paghi li renda
E il pi scelto licor bevono a oltraggio.
Dovizia molta ei possedea, qual venti,
Sul continente o in Itaca, mortali
Non felicita insieme. Udirla vuoi?
Dodici armenti nell'Epiro, e tante
Di pecorelle greggi e di maiali
Pastori a guardia. In Itaca serragli
Di capre undici, e larghi, e nell'estremo
Tutti della campagna, e con robusti
Custodi, che ogni d recano ai drudi
Qual nel vasto capril veggion pi grassa
Bestia, e pi bella. Io sovra i porci veglio,
E della mandra il fior sempre lor mando.
  Ulisse intanto, senza dir parola,
Tutto in cacciar la fame era e la sete,
E i mali ai proci macchinava in petto.
Rinfrancati ch'egli ebbe i fiacchi spirti,
Eumo la tazza, entro cui ber solea,
Colma gli porse, ed ei la prese, e questi
Detti, brillando in core, ad Eumo volse:
Amico, chi l'uom fu s ricco e forte,
Che del suo ti compr, come racconti?
Morto tu il dici per l'Atride. Io forse
Conbbilo. Il Saturnio e gli altri numi
Sanno s'io di lui visto alcuna posso
Contezza darti, io, che vagai cotanto.
  Vecchio, rispose Eumo, d'uomini capo,
Pellegrin che venisse oggi il ritorno
Del Rege a nunzar, n la sua donna
Gli crederebbe, n il diletto figlio:
Troppo usati a mentir son questi erranti,
Che mestieri han d'asilo. Un non ne giunge,
E alla reina mia non si presenta,
Che false cose non favelli, o vane.
Tutti ella accoglie con benigno aspetto,
Cento cose domanda, e dalle ciglia
Le cadono le lagrime: costume
Di donna, cui mor lo sposo altrove.
E chi m'accerta che tu ancor, buon vecchio,
Una favola a ordir non fossi pronto,
Dove tunica e manto altri ti desse?
Ma i cani, io temo, ed i veloci augelli
Tutta dall'ossa gli staccar la cute,
O i pesci il divoraro, e l'ossa ignude
Giaccion sul lido nell'arena involte.
Cosi pero, lungo agli amici affanno
Lasciando, ed a me pi, che, ovunque io vada,
Non ispero trovar bont s grande,
Non, se del padre e della madre al dolce
Nativo albergo io riparassi.  vero
Che rivederli ardentemente io bramo
Nella terra nata: pur men li piango
D'Ulisse, ond'io l'assenza ognor sospiro
Ospite, cos appena io nomar l'oso,
Bench lontan da me: tanto ei m'amava,
Tal pigliava di me cura e pensiero.
Maggior fratello, dopo ancor la cruda
Sua dipartita, io pi sovente il chiamo.
  Dunque, l'eroe riprese, al suo ritorno
Non credi, e stai sul niego? Ed io ti giuro
Che Ulisse riede; n gi parlo a caso.
Ma tu la strenna del felice annunzio
M'appresta, bella tunica, bel manto
Di cui mi coprirai, com'egli appaia.
Prima, sebben d'ogni sostanza scusso,
Nulla io riceverei: ch delle inferne
Porte al par sempre io destai chi, vinto
Dalla sua povertade, il falso vende.
Chiamo il Saturnio in testimonio, chiamo
L'ospital mensa, e dell'egregio Ulisse
Il venerando focolar, cui venni:
Ci ch'io dico, avverr. Quest'anno istesso,
L'un mese uscendo o entrando l'altro, il piede
Ei metter nella sua reggia, e grande
Di chunque il figliuolo, e la pudica
Donna gli oltraggia, prender vendetta.
  E tu in risposta gli dicesti, Eumo:
N strenna, o vecchio, io ti dar, n Ulisse
Metter pi nella sua reggia il piede.
Su via, tranquillo bevi, e ad altra cosa
Voltiam la lingua: ch mi cruccia troppo
Di s nobil signor la rimembranza.
Lasciam da parte i giuramenti, e Ulisse
Venga, qual bramiam tutti, io, la Regina,
E l'antico Laerte, e il pari a un nume
Telemaco, per cui tremando io vivo.
Questo fanciullo, che d'Ulisse nacque,
E cui poscia, qual pianta in florid'orto,
Crebber gli di, s ch'io credea che il padre
Di senno agguagliera, come d'aspetto,
La dritta mente or degli eterni alcuno
Gli offese, io penso, o de' mortali. Ei mosse,
L'orme paterne investigando, a Pilo,
E agguati i proci tendongli al ritorno,
Perch tutto d'Arcesio il sangue manchi.
Or n di questo pi: trarranlo a morte
Forse i nemici, o forse a vto ancora
Le insidie andranno, e la sua destra Giove
Sul capo gli terr. Ma tu gli affanni
Tuoi stessi, o vecchio, e il tuo destin mi narra
Chi sei tu? Donde sei? Dove i parenti?
Dove la tua citt? Quai ti menaro
Nocchieri, e di qual guisa, e con qual nave?
Certo in Itaca il pi non ti condusse.
  Tutto, rispose lo scaltrito Ulisse,
Schiettamente io dir. Ma un anno intero,
Che, fuori uscito a sue faccende ogni altro,
Da noi si consumasse ad una lauta
Nel padiglione tuo mensa tranquilla,
Per raccontar non bastera le pene
Di cui tessermi ai di piacque la vita.
Patria m' l'ampia Creta, e mi fu padre
Ricco uom, cui di legittima consorte
Molti nacquero in casa e crebber figli.
Me compra donna gener, n m'ebbe
Men per ci de' fratelli il padre in conto,
L'Ilacide Castr, di cui mi vanto
Sentirmi il sangue nelle vene, e a cui
Per fortuna, dovizia e illustre prole
Divin rendeasi dai Cretesi onore.
Sorpreso dalla Parca, e ad Aide spinto,
Tra s partiro le sostanze i figli.
Gittate in pria le sorti, e me di scarsa
Provvigion consolaro, e d'umil tetto.
Ma donna io tolsi di gran beni in moglie,
E a me solo il dovei, per ch'io vile
Non fui d'aspetto, n fugace in guerra.
E bench nulla oggi mi resti, e gli anni
M'opprimano ed i guai, la msse, io credo,
Pu dalla paglia ravvisarsi ancora.
Forza tra l'armi e ardir Marte e Minerva
Sempre infusero a me, quando i migliori
Per gli agguati io scegliea contra i nemici:
O allor che primo, e senza mai la morte
Dinanzi a me veder, nelle battaglie
Mi scagliava, e color che dal mio brando
Si sottraeano, io raggiungea con l'asta.
Tal nella guerra io fui. Me della pace
Non dilettavan l'arti, o della casa
Le molli cure e della prole. Navi
Dilettavano e pugne, e rilucenti
Dardi, e quadrelli acuti: amare, orrende
Cose per molti, a me soavi e belle,
Come vari dell'uom sono i desiri.
Prima che la Greca oste Ilio cercasse,
Nove fate io comandai sul mare
Contra gente straniera; e la fortuna
Cos m'arrise, che tra ci che in sorte
Toccommi della preda, e quel ch'io stesso
A mio senno eleggea, rapidamente
Crebbe il mio stato, e non pass gran tempo
Che in sommo pregio tra i Cretesi io salsi.
Ma quando Giove quel fatal viaggio
Prescrisse, che mand tante alme a Pluto,
A me de' legni ondivaghi, ed al noto
Per fama Idomeno, diero il governo,
N modo v'ebbe a ricusar: s grave
Il popolo e s ardita ergea la voce.
Col nove anni pugnavam noi Greci,
E nel decimo al fin, Troia combusta,
Ritornavamo; e ci disperse un nume.
Se non che Giove una pi ria ventura
Contra me disegn. Passato un mese
Tra i figli cari appena e la diletta
Sposa che vergin s'era a me congiunta,
Novella brama dell'Egitto ai lidi
Con egregi compagni, e su navigli
Ben corredati a navigar m'indusse.
Nove legni adornai; n a runirsi
Tard l'amica gente, a cui non poche
Pe' sacrifizi loro e pe' conviti,
Che durro sei d, vittime io dava.
La settim'alba in orente apparsa,
Creta lasciammo, e con un Borea in poppa
Sincero e fido, agevolmente, e come
Sovra un fiume a seconda, il mar fendemmo.
Nave non fu n leggermente offesa,
E noi sicuri sedevam, bastando
I timonieri al nostro uopo ed il vento.
Presa il d quinto la bramata foce
Del ricco di bell'onda Egitto fiume
Io nel fiume arrestai le veleggianti
Navi, e ai compagni comandai che in guardia
De' legni rimanessero, e la terra
Gissero alcuni ad esplorar dall'alto.
Ma questi, da un ardir folle e da un cieco
Deso portati, a saccheggiar le belle
Campagne degli Egizi, a via menarne
Le donne e i figli non parlanti, i grami
Coltivatori a uccidere. Ne giunse
Tosto il rumore alla citt, n prima
L'aurora compar, che i cittadini
Vennero, e pieno di cavalli e fanti
Fu tutto il campo, e del fulgor dell'armi.
Cotale allora il Fulminante pose
Desir di fuga de' compagni in petto,
Che un sol far fronte non osava: uccisi
Fur parte, e parte presi, e ad opre dure
Sforzati; e ovunque rivolgeansi gli occhi,
Un disastro appara. Ma il Saturnide
Nuovo consiglio m'ispir nel core.
(Deh, perch nell'Egitto anch'io non caddi,
Se nuovi guai m'apparecchiava il fato?)
Io l'elmo dalla testa al suol deposi,
Dagli omeri lo scudo, e gittai lunge
Da me la lancia: indi ai cavalli incontro
Corsi e al cocchio del re, strinsi e baciai
Le sue ginocchia; ed ei serbommi in vita.
Compunto di piet, me che piagnea
Lev nel cocchio, e al suo palagio addusse.
 ver che gli altri m'assalan con l'aste
Di rabbia accesi, e mi voleano estinto.
Ma il re lontani e con cenni e con voci
Teneali per timor dell'ospitale
Giove, che i supplicanti, a cui mercede
Dall'uom non s'usi, vendicar suol sempre.
Sett'anni io col vissi, e assai tesori
Raccolsi: doni mi porgea chunque.
Poi, volgendo l'ottavo anno, un Fenice
Comparve, uom fraudolento, e di menzogne
Gran fabbro, che gi molti avea tradito.
Nella Fenicia a seguitarlo, dove
Casa e poderi avea, costui piegommi;
E seco io dimorai di sole un giro.
Ma, rivolto gi l'anno, e le stagioni
Tornate in s col trapassar de' mesi,
Ed il cerchio dei d lunghi compiuto,
Far vela volle per la Libia, e finse
Non poter senza me carcar la nave.
Che nave? in Libia vendermi a gran prezzo
Pensava il tristo. Io che potea? Costretto,
Di nuovo il seguitai: bench del vero
Mi trascorresse per la mente un lampo.
Su Creta sorse il rapido naviglio,
Che un gagliardo Aquilon feriva in poppa,
Mentre gli orda l'ultimo eccidio Giove.
Gi n pi Creta si vedea, n altra
Terra, ma cielo in ogni parte, o mare,
Quando il Fulminator sul nostro capo
Sospese d'alto una cerulea nube,
Sotto a cui tutte intenebrarsi l'acque.
Ton pi volte, e al fin lanci il suo telo
Contra la nave, che del fiero colpo
Si contorse, s'empieo di zolfo, e tutti
Ne cadettero gi. Quai corvi, intorno
Le s'aggiravan su per l'onde, e Giove
Lor togliea con la patria anco la vita.
Salv me solo nel mortal periglio:
Ch alle mani venir mi fece il lungo
Albero della nave, a cui m'attenni,
E cos mi lasciai su i tempestosi
Flutti portar per nove giorni ai venti:
Finch la notte decima mi spinse
De' Tesprti alla terra il negro fiotto.
Qui de' Tesprti il Sir, l'eroe Fidone,
Generoso m'accolse. A sorte il figlio
Sul lido mi trov tutto tremante
Di freddo, e omai dalla fatica vinto,
E, con man sollevatomi, del padre
Al real tetto mi condusse, e pormi
Tunica e manto si compiacque in dosso.
Quivi io d'Ulisse udii. Diceami il Rege,
Ch'ei l'accolse, e il tratt cortesemente
Nel suo ritorno alle nate contrade:
E il rame e l'r mostravami, ed il ferro,
E quanto al fin di prezoso e bello
Ulisse avea raccolto, e nella reggia
Deposto; forza, che per dieci etadi
Padri e figliuoli a sostener bastava.
E aggiungea, che a Dodona era passato,
Per Giove consultare, e udir dall'alta
Quercia indovina, se ridursi ai dolci
Colli d'Itaca sua dopo s lunga
Stagion dovea palesemente, o ignoto.
Poi, libando, giur ch'era nel mare
Tratta la nave, e i remiganti pronti,
Per rimenarlo in Itaca. Ma prima
Me stesso accommiat: ch per ventura
Al ferace Dulichio un legno andava
Di nocchieri Tesprti. Al Rege Acasto
Costor dovean raccomandarmi, e in vece
Un consiglio tessean, perch'io cadessi
Novamente ne' guai. Come lontano
Da terra fu l'ondivagante legno,
Il negro m'appar giorno servile.
Tunica e manto mi spogliaro, e questi
In dosso mi gettr laceri panni,
E, venuti all'amena Itaca a notte
Me nella nave con ben torta e salda
Fune legaro. Indi n'usciro, e cena
Frettolosa del mar presero in riva.
Ma un nume ruppe i miei legami; ed io
Gi sdrucciolai pel timon liscio; al mare
Mi consegnai col petto, e ad ambe mani
Ntando remigai s, che in brev'ora
Fuori di lor vista io fui. Giunsi, ove bella
Sorgea di querce una foresta, e giacqui.
Quei, di me con dolore in traccia mossi,
N credendo cercarne invan pi oltre,
Si rimbarcaro, e me gl'Iddii, che ascoso
Facilmente m'avean, d'un uom saputo
Guidr benigni al pastoreccio albergo,
poich in vita il destin mi vuole ancora.
  E tal fu a lui la tua risposta, Eumo:
O degli ospiti misero, tu l'alma
Mi commovesti addentro, i tuoi vaggi
Narrando, e i mali tuoi. Sol ci non lodo,
Che d'Ulisse dicesti, e non tel credo,
Perch, degno uom qual sei, mentire indarno?
So anch'io pur troppo, qual del suo ritorno
Speme nodrir si possa, e l'infinito,
Che gli portano i numi, odio io conosco.
Quindi ei non cadde, combattendo, a Troia,
O degli amici in sen dopo la guerra.
Sepolto avrianlo nobilmente i Greci,
E dalla tomba sua verra un rilampo
Di gloria al suo figliuol: ma inonorato
Le Arpie crudeli sel rapiro in vece.
Tale io ne provo duol, che appo la mandra
Vivomi occulto, ed a citt non vado,
Se non quando Penelope, comparso
Da qualche banda con novelle alcuno,
Chiamami a s per caso. Allora stanno
Tutti d'intorno allo straniero, e mille
Gli fan domande, cos quei che doglia
Dell'assenza del re sentono in petto,
Come color che gioia; e le sostanze
Ne distruggon frattanto in tutta pace.
Ma io domande far dal d non amo,
Che mi deluse un vagabondo Etlo,
Reo d'omicidio, che al mio tetto giunse.
Molto io l'accarezzava, ed ei mi disse
Che presso Idomeno nell'ampia Creta
Veduto avealo risarcir le navi
Dalla procella sconquassate, e aggiunse
Che l'estate o l'autunno al suo paese
Capitera ben compagnato e ricco.
Or non volermi e tu, vecchio infelice,
Con falsi detti, poich un dio t'addusse
Molcere o lusingar: ch non per questo
Ben trattato sarai, ma perch temo
L'ospital Giove, e che ho di te pietade.
  Un incredulo cor, rispose Ulisse
Tu chiudi in te, quando a prestarmi fede
N co' miei giuramenti indurti posso
Su via, frmisi un patto, e testimoni
Ne sien dall'alto gl'immortali di.
Rieder il tuo signor, com'io predissi?
Tunica e manto vestimi, e a Dulichio
Mi manda, ov'io da molti giorni ir bramo.
Ma s'ei non torna, eccita i servi, e getta
Me capovolto da un'eccelsa rupe,
S che pi non ti beffi alcun mendico.
  Gran merto in vero, e memorabil nome,
Il pastor ripigli, m'acquisterei
Appo la nostra e la ventura etade
E, ricevuto avendoti, e trattato
Ospitalmente, io t'uccidessi, e fuori
Ti traessi del sen l'anima cara!
Come franco io potrei preghiere a Giove
Porgere allora! Or della cena  il tempo
I miei compagni entreran tosto, e lauta
S'apprester nel padiglion la mensa.
  Cos tra lor diceano; ed ecco il nero
Gregge, e i garzoni che ne' suoi serragli
Metteanlo: immenso delle pingui troie,
Che andavansi a corcar, sorse il grugnito.
Ratto ai compagni favellava Eumo:
L'ottimo a me de' porci, affinch muoia
Pel venuto di lungi ospite, e un tratto
Noi pur festa facciam, noi, che soffriamo
Per questo armento dalle bianche sanne,
Mentre in riposo e in gioia altri le nostre
Fatiche si divorano e gli affanni.
  Detto cos, con affilata scure
Quercia secca recise, e quelli un grasso
D'anni cinque d'et porco menaro,
E al focolare il collocr davanti.
N de' celesti Eumo, che molto senno
Nutriva in s, dimenticossi. I peli
Dal capo svelti del grugnante, in mezzo
Gittolli al foco, e innalz voti ai numi
Pel ritorno d'Ulisse. Indi un troncone
Della quercia ch'ei fsse, alto levando,
Percosse e senza vita a terra stese
La vittima. I garzoni ad ammazzarla,
Ad abbronzarla e a farla in pezzi; ed egli
I crudi brani da ogni membro tolti
Parte metteali su l'omento, e parte,
Di farina bianchissima cospersi
Consegnavali al foco. Il resto tutto
Poi sminuzzro, e l'abbrostro infisso
Con modo acconcio negli spiedi; e al fine
Dagli spiedi cavato in su la mensa
Poserlo. Eumo, che sapea il giusto e il retto,
Surse, e il tutto divise in sette parti:
Offr l'una alle Ninfe, ed al figliuolo
Di Maia, e l'altre a ciascun porse in giro.
Ma dell'intera del sannuto schiena
Solo Ulisse onorava, e gaudio in petto
Spandea del sire, che diceagli: Eumo,
Cos tu possa caro al padre Giove
Viver, qual vivi a me, poich s grande
Nello stato, in ch'io son, mi rendi onore.
  E tu dicesti, rispondendo, Eumo:
O preclaro degli ospiti, ti ciba,
E di quel godi, che imbandirti io valgo
Concede, o niega, il correttor del mondo,
Come gli aggrada pi: ch tutto ei puote.
  Ci detto, ai numi le primizie offerse;
E, libato ch'egli ebbe, in man d'Ulisse,
Che al suo loco sedea, pose la tazza.
Mesaulio, ch'ei del proprio, e nol sapendo
N la regina n Laerte, avea,
Mentre lungi era il sir, compro dai Tafi,
Il pane dispens. Stendeano ai cibi
La mano; e, paga del mangiar la voglia,
Paga quella del ber, Mesaulio il pane
Raccolse, e gli altri a dar le membra al sonno
Ristorati affrettavansi e satolli.
Fosca sorvenne e disastrosa notte:
Giove piovea senza intervallo, e fiero
Di ponente spirava un vento acquoso.
Ulisse allor, poich vedeasi tanto
Carezzato da Eumo, tentare il volle,
Se gli prestasse il proprio manto, o almeno
Quel d'alcun de' compagni aver gli fesse:
Eumo, diss'egli, ascoltami, e i compagni
M'ascoltin tutti. Io millantarmi alquanto
Voglio qual mi comanda il folle vino,
Che talvolta i pi saggi a cantar mosse
Pi in l d'ogni misura, a mollemente
Rider, spiccar salti improvvisi, ed anche
Quello a parlar, ch'era tacere il meglio.
Ma dacch un tratto a cicalare io presi,
Nulla io terr nel petto. Oh di quel fiore
Fossi, e tornassi in quelle forze, ch'io
Sentami al tempo che sott'Ilio agguati
Tendemmo, Ulisse ed il secondo Atride,
E, cos ad essi piacque, io terzo duce!
Tosto che alla cittade e all'alte mura
Vicini fummo, tra i virgulti densi,
E nelle canne paludose a terra
Giacevam sotto l'armi. Impronta notte
Ci assalse: un crudo tramontan soffiava,
Scendea la neve, qual gelata brina,
E gli scudi incrostava il ghiaccio. Gli altri,
Che manti avevano e tuniche, tranquilli
Dorman, poggiando alle lor targhe il dosso
Ma io, partendo dai compagni, il manto
Nella stoltezza mia lasciai tra loro,
Non isperando un s pungente verno;
E una tunica, un cingolo e uno scudo
Meco sol tolsi. Della notte il terzo
Era, e gli astri cadevano, e ad Ulisse,
Che mi giacea da presso, io tai parole,
Frugandolo del gomito, rivolsi:
"Illustre e scaltro di Laerte figlio,
Cos mi doma il gel, ch'io pi tra i vivi
Non rimarr. Mi falla un manto. Un dio,
Che mi deluse, di vestirmi solo
La tunica inspirommi. Or quale scampo?"
  Ei, le parole udite un suo partito
Scelse di botto, come quei che meno
Ai consigli non fu, che all'armi, pronto:
"Taci", rispose con sommessa voce,
Che alcun Greco non t'oda. "E poi, del braccio
Facendo e della man sostegno al mento:
"Amici, disse, un sogno, un divin sogno,
Dormendo m'avvert, che dilungati
Troppo ci siam dalle veloci navi.
Quindi al pastor di genti Agamennne
Corra un di noi, perch, se ben gli sembra,
Ne mandi altri guerrieri e ne rinforzi".
  Disse, e Toante, d'Andremne il figlio,
Sorse, e corse al navil, deposto prima
Il purpureo suo manto; ed io con gioia
Men cinsi, e vi stetti entro, in sin che apparve
Sul trono d'r la ditirosea Aurora.
Se quel fior, quelle forze io non piangessi,
Me forse alcun de' tuoi compagni, Eumo,
Per riverenza e amore ad un buon vecchio,
Di manto fornira: ma or veggendo
Questi miei cenci, ciascun tiemmi a vile.
  Tu cos, Eumo, gli rispondesti allora:
Bella fu, amico, la tua storia, e un motto
Non t'usci dalle labbra o sconcio o vano.
Per di veste o d'altro, che infelice
Merta supplicante uomo, in questa notte
Difetto non avrai. Ma, nato il sole,
T'adatterai gli usati panni intorno.
Poche son qui le cappe, e a suo piacere
Di tunica non puote alcun mutarsi:
Star dee contento ad una sola ognuno.
Come giunto sar d'Ulisse il figlio,
Ei di vestirti e di mandarti, dove
Ti consiglia il tuo cor, pensier darassi.
  S'alz, cos dicendo, e presso al foco
Poneagli il letto, e di montoni e capre
Pelli stendeavi, in che l'eroe sdraiossi;
E d'un largo il copr suo denso manto,
Ch'egli a se stesso circondar solea
Quando turbava il ciel fiera tempesta.
Cos l giacque Ulisse; e accanto a lui
Si corcro i garzoni: ma corcarsi
Disgiunto da' suoi verri Eumo non volle.
Fuori uscito ei s'armava; e Ulisse in core
Gioa, mirando lui del suo re tanto
Curare i beni, bench lungi il creda.
Prima ei sospese agli omeri gagliardi
L'acuta spada: indi a s intorno un folto
Manto gitt, che il difendea dal vento;
Tolse una pelle di corputa e grassa
Capra; e un pungente dardo in man recossi,
Degli uomini spavento e de' mastini.
Tale s'and a corcar, dove protetti
Dal soffio d'Aquilone i setolosi
Verri dorman sotto una cava rupe.



LIBRO QUINDICESIMO


  Nell'ampia Lacedmone Minerva
Entrava intanto ad ammonir d'Ulisse
L'inclita prole, che di far ritorno
Alle patrie contrade era gi tempo.
Trovollo che giacea di Menelao
Nell'atrio con Pisistrato. Ingombrava
Un molle sonno di Nestorre il figlio:
Ma l'Ulisside, cui l'incerta sorte
Del caro padre fieramente turba,
Pensavane ad ognora, e invan per lui
D'alto i balsami suoi spargea la notte.
  La dea, che azzurri gli occhi in giro muove,
Appressollo, e: Telemaco, gli disse,
Non fa per te di rimanerti ancora
D'Itaca fuori, e lungi dall'altera
Turba malnata degli arditi proci,
Che, divisa tra lor la tua sostanza
Divorinsi al fin tutto, e, non che vano,
Dannoso a te questo vaggio torni.
Lvati, e pressa il valoroso Atride
Di congedarti, onde nel tuo palagio
Trovi la madre tua, che Icario il padre
Co' fratelli oggimai sforza alla mano
D'Eurimaco, il qual cresce i maritali
Doni, e ogni suo rival d'mbito vince.
Guarda non del palagio, a tuo dispetto,
Parte de' beni con la madre t'esca:
Per che sai qual cor s'abbia ogni donna:
Ingrandir brama del secondo sposo
La nuova casa; e de' suoi primi figli
E di colui che vergin impalmolla
Non si rammenta pi, pi non ricerca,
Quando ei nel buio della tomba giace.
Tu, partita la madre, a quale ancella
Pi dabbene ti sembri e pi sentita,
Commetti il tutto, finch illustre sposa
Ti presentino al guardo i di clementi.
Altro dirotti, e il riporrai nel core.
Degli amanti i pi rei, che tr dal mondo
Prima vorranti che alla patria arrivi,
Nel mar tra la pietrosa Itaca e Same
Stanno in agguato. Io creder che indarno,
E che la terra pria l'ossa spolpate
De' tuoi nemici chiuder nel seno.
Non pertanto la nave indi lontana
Tieni, e notturno naviga: un amico
Vento t'inver quel tra gli eterni,
Chunque sia, che ti difende e guarda.
Come d'Itaca giunto alla pi estrema
Riva sarai, lascia ir la nave, e tutti
Alla citt i compagni; e tu il custode
Cerca de' verri, che un gran ben ti vuole.
Seco passa la notte, ed in sull'alba
Mandal significando alla Regina,
Che a lei da Pilo ritornasti illeso.
Ci detto, in un balen salse all'Olimpo.
  Egli l'amico dal suo dolce sonno,
Urtandolo del pie', subito scosse,
E gli drizz queste parole: Sorgi,
Pisistrato, ed al cocchio i corridori
Solidounghiati sottoponi e accoppia,
Se anche il viaggio nostro aver dee fine.
  Telemaco, il Nestoride rispose,
Bench ci tardi di partir, non lice
Dell'atra notte carreggiar per l'ombre.
Poco l'Aurora tarder. Sostieni
Tanto almen che il di lancia esperto Atride
Ponga nel cocchio gli ospitali doni,
E gentilmente ti licenzi. Eterna
L'ospite rimembranza in petto serba
Di chi un bel pegno d'amist gli porse.
Disse; e nel trono d'r l'Aurora apparve.
  Il prode Menelao, di letto allora
Sorto e d'allato della bella Elna,
Venne alla volta lor; n prima il caro
Figliuol d'Ulisse l'avvis, che in fretta
Della lucente tunica le membra
Cinse e gitt il gran manto a s d'intorno,
Ed usc fuori, e l'abbord e gli disse:
Figlio d'Atro, di Giove alunno, duce
Di genti, me rimanda oggi al diletto
Nativo ciel, cui gi con l'alma io volo.
  Telemaco, rispose il forte Atride,
Io ritenerti qui lunga stagione
Non voglio a tuo mal cuore. Odio chi suole
Gli ospiti suoi festeggiar troppo, o troppo
Spregiarli: il meglio sempre  star nel mezzo.
Certo peccan del par chi discortese
L'ospite caccia di restar bramoso,
E chi bramoso di partir l'arresta.
Carezzalo indugiante, e quando scorgi
Che levarsi desa, dgli commiato.
Tanto dimora sol, ch'io non vulgari
Doni nel cocchio, te presente, ponga,
E comandi alle femmine che un pronto
Conforto largo di serbate dapi
T'apprestin nella sala.  gloroso
Del par che utile a te dell'infinita
Terra su i campi non passar digiuno.
Vuoi tu aggirarti per la Grecia e l'Argo?
Giunger i miei destrieri, e alle diverse
Citt ti condurr: treppiede o conca
Di bronzo o due bene appaiati muli,
O vaga d'oro effigata tazza,
Ci doner ciascuno, e senza doni
Cittade non sar che ci accommiati.
  Telemaco a rincontro: Menelao,
Di Giove alunno, condottier di genti,
Nel mio palagio, ove nessun che il guardi,
Partendone, io lasciai, rieder mi giova,
Acciocch, mentre il padre indarno io cerco,
Tutti io non perda i suoi tesori e i miei.
  Udito questo, ad Elena e alle fanti
L'Atride comand s'apparecchiasse
Subita e lauta mensa. Eteono,
Che poco lungi dal suo re dorma,
Sorto appena di letto, a lui sen venne;
E il foco suscitar, cuocer le carni
Gl'impose Menelao: n ad ubbidirgli
Tard un istante di Boete il figlio.
Nell'odorata solitaria stanza
Menelao scese, e non gi sol: ch seco
Scesero Elna e Megapente. Giunti
L 've la ricca suppellettil giace,
Tolse l'Atride biondo una ritonda
Gemina coppa, e di levare un'urna
D'argento al figlio Megapente ingiunse.
Ma la donna fermossi all'arche innanzi,
Ove i pepli giacean che da lei stessa
Travagliati gi fro, e varati
Con ogni sorta d'artificio. Elna
Il pi ampio traeane, ed il pi bello
Per molteplici fregi: era nel fondo
Dell'arca, e s rilusse in quel che alzollo,
Che stella parve che dai flutti emerga.
Con tai doni le stanze attraversaro,
Finch fro a Telemaco davante,
Cui questi accenti Menelao converse:
Fortunato cos, come tu il brami,
Ti consenta, o Telemaco, il ritorno
L'altitonante di Giunon marito.
Io di quel che possiedo, a te dar voglio
Ci che mi sembra pi leggiadro e raro:
Un'urna effigata, argento tutta,
Se non quanto su i labbri oro gialleggia,
Di Vulcano fattura. Il generoso 
Re di Sidone Fdimo donolla
A me, che d'Ilio ritornava, e cui
Ricett ne' suoi tetti; e a te io la dono.
  L'Atride in mano gli mettea la tonda
Gmina coppa: Megapente ai piedi
Gli rec l'urna sfolgorante; e poi
Elena, bella guancia, a lui di contra
Stette col peplo su le braccia e disse:
Ricevi anco da me, figlio diletto,
Quest'altro dono, e per memoria tienlo
Delle mani d'Elna. Alla tua sposa
Nel sospirato d delle sue nozze
Le membra coprir. Rimanga intanto
Della prudente genitrice in guardia;
E tu alla patria terra e alle superbe
Case de' padri tuoi giungi felice.
Ei con gioia sel prese: e i doni tutti,
Poich ammirata la materia e l'arte
N'ebbe, allog Pisistrato nel carro.
Quindi l'Atride dalla bionda testa
Ambi condusse nella reggia, dove
Sovra i troni sedettero. L'ancella
Subitamente da bel vaso d'oro
Nell'argenteo bacile acqua lucente
Spandea, stendea desco polito, in cui
La veneranda dispensiera i bianchi
Pani venne ad imporre, e non gi poche
Delle dapi serbate, ond' custode.
Eteono parta le carni, e il vino
Megapente versava; e i due stranieri
La mano all'uno e all'altro ivan porgendo.
Ma come sazi della mensa fro,
Aggiogaro i cavalli, e la vergata
Biga pronti salro, e l'agitaro
Fuor dell'atrio e del portico sonante.
Usc con essi Menelao, spumosa,
Perch libasser pria, ciotola d'oro
Nella destra tenendo, e de' cavalli
Fermossi a fronte, e, propinando, disse:
Salute, o prodi giovinetti, a voi
Ed al pastor de' popoli salute
Per vostra bocca, a Nestore, che fummi
Dolce, qual padre, sotto i Teucri muri.
  Ed il saggio Telemaco a rincontro:
Tutto, non dubitar, di Giove alunno,
Sapr il buon vecchio. Oh potess'io non manco,
Tosto ch'io sar in Itaca, ad Ulisse
Mostrare i tanti e cos ricchi doni
Ch'io da te ricevetti, e raccontargli
Quale accoglienza io n'ebbi e qual commiato!
  Tal favellava; e a lui di sopra e a destra
Un'aquila vol, che bianca e grande
Domestica oca con gli adunchi artigli
Dalla corte rapia. Dietro gridando
Uomini e donne le correan: ma quella
S'accost pur da destra ai due garzoni,
E davanti ai destrier rivol in alto.
Tutti gioiro a cotal vista, e primo
Fu Pisistrato a dir: Nobile Atride,
Pensa in te stesso, se a te forse o a noi
Tal prodigio invro i sempiterni.
  Ei la risposta entro da s cercava;
Ma l'antivenne la divina Elna
Dicendo: Udite me. Quel ch'io indovino,
Certo avverr: ch me l'inspira un nume.
Come questa valente aquila scesa
Dal nato monte, che i suoi parti guarda,
Si rap l'oca nel cortil nodrita,
Non altrimenti Ulisse, alle paterne
Case venuto da lontani lidi,
Su i proci piomber; se pur non venne,
E lor non apparecchia orrida morte.
  E Telemaco allor: Cos ci voglia
L'altitonante di Giunon marito,
Come voti da me tu avrai, qual diva!
Disse, e i destrieri flagell, che ratti
Mosser per la cittade e ai campi usciro.
Correan l'intero d, squassando il giogo,
Che ad ambi stava sul robusto collo.
Tramont il Sole ed imbrunan le strade;
E i due giovani a Fera, e alla magione
Di Dcle, del prode figlio
D'Orsloco d'Alfo, dove riposi
Ebber tranquilli ed ospitali doni.
Ma come al sole con le man rosate
L'Aurora aperse le celesti porte,
I cavalli aggiogaro, e risaliro
La vergolata biga e l'agitaro
Fuor dell'atrio e del portico sonante.
Sferz i destrier Pisistrato, e i destrieri
Di buon grado volavano: n molto
Stetter di Pilo ad apparir le torri.
  Allor cos Telemaco si volse
Al figliuol di Nestorre: O di Nestorre
Figliuol, non desti a me fede, che sempre
Ci tu faresti che mi fosse gioia?
Paterni ospiti siam, siam d'un'etade,
E pi ancor ci unir questo vaggio.
Non mi guidare oltra il naviglio mio;
Col mi lascia. Ritenermi il vecchio,
Mal mio grado, appo s di carezzarmi
Desoso, potrebbe: e a me bisogna
Toccare in breve la nata contrada.
  Mentre cos l'un favellava all'altro,
Che d'attener la sua promessa i modi
Discorrea con la mente, in questo parve
Dover fermarsi. Ripieg i destrieri
Verso il mare e il naviglio; e i bei presenti,
Onde ornato il compagno aveva l'Atride,
Scaric su la poppa. Indi: Su via
Monta, disse, di fretta, e a' tuoi comanda
Pria la nave salir, che me il mio tetto
Riceva, e il tutto al genitore io narri.
So, qual chiuda nel petto alma sdegnosa:
Ti negher il congedo, in su la riva
Verr egli stesso, e bench senza doni
Da lui, cred'io, tu non partissi, un forte
Della collera sua scoppio io preveggo.
  Dette tai cose, alla citt de' Pili
Spinse i destrieri dal leggiadro crine,
E all'eccelsa magion rapido giunse.
  E Telemaco a' suoi: Pronti la nave,
Compagni, armate, e su montiamvi e andiamo.
L'ascoltro, e ubbidiro. Immantinente
Montava e s'assidea ciascun su i banchi.
Ei, la partenza accelerando, a Palla
Prieghi, alla poppa, e sagrifici offra;
  Quando, esul dalla verde Argo ferace,
Per non voluta uccisone ignoto
Vandante appressollo: era indovino,
E di Melampo dalla stirpe sceso.
Nella madre di greggi inclita Pilo
Melampo prima soggiornava, e, come
Ricco uom, superbo vi abitava ostello:
Poi, fuggendo la patria ed il pi illustre
Tra gli uomini Nelo, che i suoi tesori
Un anno intiero riteneagli a forza,
Capit ad altre genti, e duri lacci
Nell'albergo di Filaco, e dolori
Gravi sostenne per la vaga figlia
Di Nelo e per l'audace opra, cui messa
Gli aveva nel capo la tremenda Erinni.
Ma scamp dalla morte, e a Pilo addusse
Le contrastate altomugghianti vacche;
Si vendic dell'infedel Nelo,
E consorte al fratel la vaga Pero
Da Filace men. Quindi all'altrce
Di nobili destrieri Argo sen venne,
Volendo il fato che su i molti Argivi
Regnasse; sposa quivi scelse; al cielo
Lev le pietre della sua dimora;
E i forti gener Mantio e Antifte.
Di questo il grande Oiclo nacque, e d'Oiclo
Il salvator di genti Anfiarao,
Cui tanto amor Febo portava e Giove.
Pur di vecchiezza non tocc la soglia:
Ch, generati Anfiloco e Alcmene,
Sotto Tebe per, dalla pi avara
Donna tradito. Ma da Mantio al giorno
Clito usciro e Polfide. L'Aurora,
Per la belt che in Clito alta splendea,
Rapillo, e il colloc tra gl'immortali;
E Febo, spento Anfiarao, concesse
Pi che ad altr'uom, de' vaticini il dono
A Polifide, il qual, crucciato al padre,
Trapass in Iperesia, ove a ciascuno
Del futuro squarciar solea il velame.
  Figlio a questo era il pellegrin che stette
Di Telemaco al fianco, e si chiamava
Teoclimno; appo la negra nave,
Mentr'ei libava e supplicava, il colse,
E a lui con voci alate: Amico, disse,
Poich'io ti trovo a questi uffici intento,
Pe' sagrifizi tuoi, pel dio cui gli offri,
Per lo tuo capo stesso e per cotesti
Compagni tuoi, non mi nasconder nulla
Di quanto io chieder. Chi, e donde sei?
Dove i parenti a te? e la patria dove?
  Stranier, cos Telemaco rispose,
Su i labbri miei non soner che il vero.
Itaca  la mia patria, il padre  Ulisse,
Se un padre ho ancor: quel, di cui forte io temo.
Per con negra nave e gente fida
Partii, cercando per diversi lochi
Novelle di quel misero, cui lunge
Tien dalla patria sua gran tempo il fato.
  E il pari ai di Teoclimno: Anch'io
Lungi erro dalla mia, dacch v'uccisi
Uom della mia trib, che lasci molti
Parenti e amici prepossenti in Argo.
Delle lor man vendicatrici uscito,
Fuggo, e sieguo il destin che l'ampia terra
Con pie' ramingo a calpestar mi tragge.
Deh! su la nave tua me supplicante
Ricovra, e da color che vengon forse
Su i miei vestigi, tu, che il puoi, mi salva.
  Il prudente Telemaco di nuovo:
Dalla mia nave, in cui salir tu brami,
Esser non potr mai ch'io ti respinga.
Seguimi pur: non mancheranti in nave
Quei, che di darti  in me, doni ospitali.
  Ci detto, l'asta dalla man gli prese,
E della nave stsela sul palco.
Poscia montovvi e sed in poppa, e al fianco
Seder si feo Teoclimno. Sciolte
Dai compagni le funi, ei lor impose
Di correre agli attrezzi, ed i compagni
Ratti ubbidiro: il grosso abete in alto
Drizzaro, e l'impiantro entro la cava
Base, di corda l'annodaro al piede,
E le candide vele in su tiraro
Con bene attorti cuoi. La dea che in giro
Pupille tinte d'azzurrino muove,
Precipite mand dal cielo un vento
Destro, gagliardo, perch in brevi istanti
Misurasse del mar l'onde il naviglio.
Crune pass il buon legno, e la di belle
Acque irrigata Calcide, che il sole
Gi tramontava ed imbrunan le strade;
E, spinto sempre da quel vento amico,
Cui governava un dio, sopra Fea sorse,
E di l costeggi l'Elide, dove
Regnan gli Epei. Quinci il figliuol d'Ulisse
Tra le scoscese Echinadi si mise,
Pur rivolgendo nel suo cor, se i lacci
Schiverebbe de' proci, o vi cadrebbe.
  Ma in altra parte Ulisse e il buon custode,
Sedean sott'esso il padiglione a cena,
E non lunge sedean gli altri pastori.
Pago de' cibi il natural talento,
Ulisse favell, tentando Eumo,
S'ei, non cessando dalle cure amiche,
Ritenerlo appo s nella sua cara
Stalla intendesse o alla citt mandarlo:
Eumo, disse, m'ascolta; e voi pur tutti.
Tosto che il ciel s'inalbi, alla cittade,
Ond'io te non consumi ed i compagni,
Condurmi io voglio a mendicar la vita.
Ma tu d'utili avvisi, e d'una scorta
Fidata mi provvedi. Andr vagando
Di porta in porta, e ricercando, come
Sfrzami rea necessit, chi un pane
Mi porga ed una ciotola. D'Ulisse
Mi far ai tetti, e alla sua donna saggia
Novelle recheronne, e avvolgerommi
Tra i proci alteri, che lasciarmi forse
Nella lor copia non vorran digiuno.
Io, che piaccia lor, subito e bene,
Eseguir; poich saper t' d'uopo
Che per favor del messaggiero Ermete,
Da cui grazia ed onore acquista ogni opra,
Tal son, che ne' servigi, o il foco sparso
Raccor convenga, o le risecche legna
Fendere, o cuocer le tagliate carni,
O il vin d'alto versare, uffici tutti
Che i minori prestar sogliono i grandi,
Me nessun vince su l'immensa terra.
  Sdegnato assai gli rispondesti, Eumo:
Ahi! qual pensier ti cadde, ospite, in capo?
Brami perir, se raggirarti pensi
Tra i proci, la cui folle oltracotanza
Sale del ciel sino alla ferrea volta.
Credi a te somigliare i lor donzelli?
Giovani in bella vestimenta, ed unti
La chioma sempre e la leggiadra faccia,
Ministrano ai superbi; e sempre carche
Delle carni, de' pani e de' licori
Splendono agli occhi le polite mense.
Rimani: che n a me, n de' compagni
Grave ad alcun la tua presenza torna.
Ma come giunto sia d'Ulisse il figlio,
Da lui tunica e manto, e da lui scorta
Riceverai, dove che andar t'aggradi.
  Eumo, rispose il pazente Ulisse,
possa Giove amar te, siccome io t'amo,
Te, che al vagar mio lungo ed all'inopia
Ponesti fine! Io non so peggio vita:
Ma il famelico stomaco latrante
Gl'nopi a errar, per acchetarlo, sforza,
E que' mali a soffrir, che ad una vita
Povera s'accompagnano e raminga.
Or, quando vuoi ch'io teco resti e aspetti
Telemaco, su via, della canuta
Madre d'Ulisse parlami e del padre,
Che al tempo che il figliuol sciolse per Troia,
Della vecchiezza il limitar toccava.
Veggon del Sole in qualche parte i rai?
O d'Aide la magion freddi gli accolse?
  Ospite, ripigli l'inclito Eumo,
Altro da me tu non udrai che il vero.
Laerte vive ancora, e Giove prega
Che la stanca dal corpo alma gli tragga:
Tanto del figlio per l'assenza, tanto
Per la morte si duol della prudente
Moglie, che intatta disposollo, e in trista
Morendo il colloc vecchiezza cruda.
La lontananza del suo figlio illustre
A poco a poco ed infelicemente,
Sotterra la condusse. Ah tolga Giove,
Che qual m' amico, e con amor mi tratta,
Per una simil via discenda a Dite!
Finch'ella visse, m'era dolce cosa,
Sebben dolente si mostrasse in faccia,
L'interrogarla e il ricercarla spesso:
Poich'ella mi nutr con la de' pepli
Vaga Ctimene, sua figliuola egregia,
E de' suoi parti l'ultimo. Con questa
Cresceami, e quasi m'onorava al pari.
Ma come fummo della nostra etade
Ambi sul primo invidabil fiore,
Sposa lei fro in Same, e ricchi doni
N'ebbero ed infiniti; e me con vesti
Leggiadre in dosso e bei calzari ai piedi,
Mand i campi abitar la mia signora,
Che di cor ciascun d vie pi m'amava.
Quanto seco io perdetti!  ver che queste
Fatiche dure, in che la vita io spendo,
Mi fortunano i numi, e ch'io gli estrani
Finor ne alimentai, non che me stesso.
Ma di fatti conforto o di parole
Sperare or da Penelope non lice:
Ch tutta in preda di superba gente
 la magion; n alla regina ponno
Rappresentarsi e far domande i servi,
Pigliar cibo e bevanda al suo cospetto,
E poi di quello ancor, che l'alma loro
Sempre rallegra, riportare ai campi.
  Eumo, rispose l'avveduto Ulisse,
Te dalla patria lungi e da' parenti
Pargoletto sbalz dunque il tuo fato?
Ors, ci dimmi e schiettamente: venne
La citt disertata, in cui soggiorno
Avea la madre veneranda e il padre?
O incautamente abbandonato fosti
Presso le agnelle o i tori, e gente ostile
Ti rap su le navi, e ai tetti addusse
Di questo re, che ti compr a gran prezzo?
  Ed a rincontro Eumo, d'uomini capo:
Quando a te risaperlo, ospite, cale,
Tacito ascolta e goditi, e alle labbra
Metti, assiso, la tazza. Or cos lunghe
Le notti van, che trapassar si ponno
Parte dormendo, e novellando parte.
N corcarti t' d'uopo innanzi al tempo:
Anco il gran sonno nuoce. Ove degli altri
Ci piacesse ad alcuno, esca e s'addorma:
Ma, fatto bianco l'orente, siegua,
Non digiuno per, gl'ispidi verri.
E noi sediam nel padiglione a mensa,
Ambi a vicenda delle nostre doglie
Diletto, rimembrandole, prendendo;
Poich de' mali ancora uom, che sofferse
Molto e molto vag, prende diletto.
  Cert'isola, se mai parlar ne udisti,
Giace a Delo di sopra, e Siria  detta,
Dove segnati del corrente sole
I ritorni si veggono. Gi grande
Non  troppo, ma buona; armenti e greggi
Produce in copia, e ogni speranza vince
Col frumento e col vino. Ivi la fame
Non entra mai, n alcun funesto morbo
Consuma lento i miseri mortali:
Ma come il crine agli abitanti imbianca,
Cala, portando in man l'arco d'argento,
Apollo con Artmide, e gli uccide
Di saetta non vista un dolce colpo.
Due cittadi ivi son di nerbo eguale;
E l'Ormenide Ctesio, il mio divino
Padre, dell'una e l'altra il fren reggea.
Capit un giorno di Fenic, scaltra
Gente e del mare misuratrice illustre,
Rapida nave negra, che infinite
Chiudea in se stessa bagattelle industri.
Sedusser questi una Fenicia donna,
Che il padre schiava nel palagio avea,
Bella, di gran persona, e di leggiadri
Lavori esperta. I maculati panni
Lavava al fonte, presso il cavo legno,
Quando un di que' ribaldi a ci la trasse,
Che alle femmine incaute, ancor che vte
Non sien d'ogni virtude, il senno invola,
Poscia chi fosse, richiedeale, e donde
Venuta; ed ella senza indugio l'alte
Del padre mio case additgli e disse:
"Io cittadina della chiara al mondo
Sidone metallifera e del ricco
Aribante figliuola esser mi vanto.
Taf ladroni mi rapiro un giorno,
Che dai campi tornava, e mi vendro,
Trasportata sul mare, a quel signore,
Che ben degno di me prezzo lor diede".
  "Non ti sara", colui rispose allora,
"Caro dunque il seguirci, ed il superbo
De' tuoi parenti rivedere albergo?
Riveder lor, che pur son vivi, e in fama
Di dovizia tra noi?" "Certo mi fra"
La donna ripigli, "sol che voi tutti
Di ricondurmi al nato suol giuriate
Salva sul mar navigero e sicura".
Disse; e tutti giuravano. E in tal guisa
Tra lor di nuovo favell la donna:
"Statevi or cheti e, o per trovarmi al fonte
O incontrarmi tra via, nessun mi parli.
Risaprebbelo il vecchio e di catene
Me graverebbe, sospettando, e a voi
Morte, cred'io, macchinera. La cosa
Tenete dunque in seno, e a provvedervi
Di quanto v' mestier pensate intanto.
La nave appien vettovagliata e carca,
Giungane a me l'annunzio in tutta fretta,
Ed io non che altro, recher con meco
Quanto sotto alle man verrammi d'oro.
Altra merc vi dar ancora: un figlio
Di quest'ottimo re nel suo palagio
Rallevo, un vispo tal, che ad ogn'istante
Fuor mi scappa di casa. Io vi prometto
Alla nave condurlovi; n voi
Picciol tesor ne ritrarrete, ovunque
Per venderlo il meniate a estranie genti".
  Disse, e alla reggia ritorn. Coloro,
Nel paese restando un anno intero
Fean di vitto e di merci immenso acquisto.
Fornito il carco e di salpare in punto,
Un messaggio alla femmina spedro,
Uomo spedir d'accorgimenti mastro,
Che con un bello, aureo monile e d'ambra
Vagamente intrecciato, a noi sen venne.
Madre ed ancelle il rivolgean tra mano,
Prezzo non lieve promettendo, e a gara
Gli occhi vi tenean su. Tacitamente
Quegli ammicc alla donna: indi alla nave
Drizzava i passi. Ella per mano allora
Presemi, e fuori usc: trov le mense
Nell'atrio e i nappi, in che bevean del padre
I commensali al parlamento andati
Con esso il padre caro; e di que' nappi
Tre, che in grembo cel, via ne portava;
Ed io seguala nella mia stoltezza.
Gi tramontava il Sole, e di tenbre
Ricoprasi ogni strada; e noi veloci
Giungemmo al porto e alla Fenicia nave.
Tutti saliti, le campagne acquose
Fendevam lieti con un vento in poppa,
Che da Giove spiccavasi. Sei giorni
Le fendevamo e notti sei: ma Giove
Il settimo non ebbe agli altri aggiunto,
Che dalla dea, d'avventar dardi amante,
Colpita fu la nequitosa donna.
Nella sentina con rimbombo cadde,
Quasi trafitta folaga. Tra l'acque
La scagliaro i Fenici, esca futura
Ai marini vitelli; e nella nave
Solo io rimasi, abbandonato e mesto.
Poi l'onda e il vento li sospinse ai lidi
D'Itaca, dove me compr Laerte.
E cos questa terra, ospite, io vidi.
  Eumo, rispose il pazente Ulisse,
Molto a me l'alma commovesti in petto,
Narrando i casi tuoi. Ma Giove almeno
Vicin tosto ti pose al male il bene,
Poich venisti ad un signor cortese,
Che quanto a rallegrar non che a serbare,
La vita e d'uopo, non ti niega. Ed io
Sol dopo lunghi e incomodi vaggi
Di terra in terra, a queste rive approdo.
  Tali fra lor correan parole alterne.
Dormiro al fin, ma non un lungo sonno;
Ch in seggio a comparir d'oro la bella
Gi non tard ditirosata Aurora.
  Frattanto di Telemaco i compagni
Presso alla riva raccogliean le vele.
L'albero declinr, lanciro a remi
La nave in porto, l'ancore gittro,
Ed i canapi avvinsero. Ci fatto,
Sul lido uscino ed allestan la cena.
Rintuzzata la fame, e spenta in loro
La sete: Voi, cos d'Ulisse il figlio,
Alla citt guidatemi la nave,
Mentre a' miei campi ed ai pastori io movo.
Del cielo all'imbrunir, visti i lavori,
Io pure inurberommi, e in premio a voi
Lauto domani imbandir convito.
  E io dove ne andr, figlio diletto?
Teoclimno disse. A chi tra quelli,
Che nella discoscesa Itaca sono
Pi potenti, offrirommi? Alla tua madre
Dritto ir dovronne, e alla magion tua bella?
  Il prudente Telemaco riprese:
Io stesso in miglior tempo al mio palagio
T'inverei, dove cortese ospizio
Tu non avresti a desare. Or male
Capiteresti: io non sarei con teco
N te vedra Penelope, che scevra
Dai proci, a cui raro si mostra, tele
Nelle pi alte stanze a oprare intende.
Un uom bens t'additer, cui franco
Puoi presentarti: Eurimaco, del saggio
Polibo il figlio, che di nume in guisa
Onoran gl'Itacesi. Egli  il pi prode,
E il regno, pi che agli altri, e la consorte
D'Ulisse afftta. Ma se, pria che questo
Maritaggio si compia, i proci tutti
Non scenderanno ad abitar con Pluto,
L'Olimpio il sa, bench s alto alberghi.
  Tal favellava; ed un augello a destra
Gli vol sovra il capo, uno sparviere
Ratto nunzio d'Apollo: avea nell'ugne
Bianca colomba e la spennava, e a terra
Fra lo stesso Telemaco e la nave
Le piume ne spargea. Teoclimno
Ci vide appena, che il garzon per mano
Prese e il trasse in disparte, e s gli disse:
Senza un nume, o Telemaco, l'augello
Non vol a destra. Io, che di contra il vidi
Per augurale il riconobbi. Stirpe
Pi regia della tua qui non si trova,
Qui possente ad ognor fia la tua casa.
  Cos questo, Telemaco rispose,
S'avveri o forestier, com'io tai pegni
Ti darei d'amist, che te, chiunque
Ti riscontrasse, chiamera beato.
Quindi si volse in cotal guisa al fido
Suo compagno Piro: Figlio di Clito,
Tu che le voglie mie festi mai sempre
Tra quanti a Pilo mi seguiro e a Sparta,
Condurmi il forestiero in tua magione
Piacciati e usargli, finch io vengo, onore.
  Per tardi, gli rispose il buon Pireo,
Che tu venissi, io ne avr cura, e nulla
D'ospitale sar che nel mio tetto,
Dove il condurr tosto, ei non riceva.
  Detto, salse il naviglio, e dopo lui
Gli altri salanlo, e s'assidean su i banchi.
Telemaco s'avvinse i bei calzari
Sotto i pie' molli, e la sua valid'asta
Rameappuntata, che giacea sul palco
Della nave, in man tolse; e quei le funi
Sciolsero. Si spingean su con la nave
Vr la citt, come il garzone ingiunse;
Ed ei studiava il passo, in sin che innanzi
Gli s'aperse il cortile ove le molte
S'accovacciavan setolose scrofe,
Tra cui vivea l'inclito Eumo, che, o fosse
Nella veglia o nel sonno, i suoi padroni
Dormendo ancor, non che vegliando, amava.



LIBRO SEDICESIMO


  L'inclito Eumo nel padiglione e Ulisse,
Racceso il foco in su la prima luce,
Leggier pasto allestano; e fuori al campo
Co' neri porci uscan gli altri custodi.
Ma i cani latrator, non che a Telemaco
Non abbaiar, festa gli feano intorno.
S'avvide Ulisse del blandir de' cani,
E d'uomo un calpesto raccolse e queste
Voci drizz al pastor: Certo qua, Eumo,
O tuo compagno o conoscente, giunge,
Poich, lontani dal gridare, i cani
Latratori carezzanlo, ed il basso
De' suoi vicini pi strepito io sento.
  Non era Ulisse al fin di questi detti,
Che nell'atrio Telemaco gli apparve.
Balz Eumo stupefatto e a lui di mano
I vasi, ove mescea l'ardente vino,
Caddero: andgli incontro e il capo ed ambi
Gli baci i rilucenti occhi e le mani,
E un largo pianto di dolcezza sparse.
Come un tenero padre un figlio abbraccia,
Che il decim'anno da remota piaggia
Ritorna, unico figlio e tardi nato,
Per cui soffr cento dolori e cento:
Non altrimenti Eumo, gittate al collo
Del leggiadro Telemaco le braccia,
Tutto baciollo, quasi allora uscito
Dalle branche di Morte, e lagrimando:
Telemaco, gli disse, amato lume,
Venisti adunque! Io non avea pi speme
Di te veder, poich volasti a Pilo.
Su via, diletto figlio, entrar ti piaccia,
S ch'io goda mirarti or che d'altronde
Nel mio soggiorno capitasti appena.
Raro i campi tu visiti e i pastori:
Ma la citt ritienti e la funesta
Turba de' proci che osservar ti cale.
  Entrer, babbo mio, quegli rispose:
Ch per te vederti, e le tue voci
Per ascoltare, al padiglione io vegno.
Restami nel palagio ancor la madre?
O alcun de' proci disposolla, e nudo
Di coltri e strati, e ai sozzi aragni in preda
Giace del figlio di Laerte il letto?
  Nel tuo palagio, ripigliava Eumo,
Riman con alma intrepida la madre,
Bench nel pianto a lei passino i giorni,
Passin le notti; ed ella viva indarno.
  Ci detto, l'asta dalla man gli prese,
E Telemaco il pi mettea sul marmo
Della soglia; ed entrava. Ulisse a lui
Lo scanno, in cui sedea, cesse; ma egli
Dal lato suo non consentalo, e: Statti,
Forestier, disse, assiso; un altro seggio
Noi troverem nella capanna nostra.
N quell'uomo  lontan, che dar mel puote.
  Ulisse, indietro fAttosi, di nuovo
Sedea. Ma il saggio guardan distese
Virgulti verdi e una vellosa pelle,
E il garzon vi adagi. Poi le rimaste
Del giorno addietro abbrustolate carni
Lor rec su i taglieri; e, ne' canestri
Posti l'un sovra l'altro in fretta i pani,
E il rosso vino nelle tazze infuso,
Ad Ulisse di contra egli s'assise.
Sbramato della mensa ebbero appena
Il desiderio natural, che queste
Telemaco ad Eumo drizz parole:
Babbo, d'onde quest'ospite? In che guisa
E quai nocchieri ad Itaca il menro?
Certo a piedi su l'onda ei qua non venne.
  E tu cos gli rispondesti, Eumo:
Nulla, figliuol, ti celer. Nato
Dell'ampia Creta egli si vanta, e dice
Molti paesi errando aver trascorsi
Per volont d'un nume avverso. Al fine
Si cal gi da una Tesprozia nave,
E al mio tugurio trasse. Io tel consegno.
Quel che tu vuoi, ne fa': sol ti rammenta
Ch'ei di tuo supplicante ambisce il nome.
  Grave al mio cor, Telemaco riprese,
Parola, Eumo, tu proferisti. Come
L'ospite ricettar nella paterna
Magion poss'io? Troppo io son verde ancora,
N respinger da lui con questo braccio
Chi primo l'assalisse, io mi confido.
La madre sta infra due, se, rispettando
La comun voce e il marital suo letto,
Viva col figlio e la magion governi;
O a quel s'unisca degli Achei, che doni
Le presenta pi ricchi ed  pi prode.
Bens al tuo forestier tunica e manto,
E una spada a due tagli e bei calzari
Dar voglio, e l invarlo, ov'ei desa.
Che se a te piace ritenerlo, e cura
Prenderne, io vesti e d'ogni sorta cibi,
Perch te non consumi e i tuoi compagni,
Qua mander. Ma ch'ei s'accosti ai proci,
Che d'ingiurie il feriscano e d'oltraggi
Con dolor mio, non sar mai ch'io soffra.
Che potra contro a tanti e s valenti
Nemici un sol, bench animoso e forte?
  Nobile amico, cos allora Ulisse,
Se anco a me favellare or si concede,
Il cor nel petto mi si rode, udendo
La indegnitade in tua magion de' proci,
Mentre di tal sembiante io pur ti veggo.
Cedi tu volontario? O in odio forse
Per l'oracolo d'un dio t'ha la cittade?
O i fratelli abbandnanti, cui tanto
S'affida l'uom nelle pi dure imprese?
Perch con questo cor l'et mia prima
Non ho? Perch non son d'Ulisse il figlio?
Perch Ulisse non son? Vorrei che tronco
Per mano estrana mi cadesse il capo,
S'io, nella reggia penetrando, tutti
Non mandassi in rovina. E quando ancora
Me soverchiasse l'infinita turba,
Perir torrei nella mia reggia ucciso
Pria che mirar tuttora opre s turpi,
Gli ospiti mal menati, volate
(Ahi colpa!) le fantesche, ed inghiottito
A caso, indarno e senza fine o frutto,
Quanto si miete ogni anno e si vendemmia.
  Straniero, eccoti il ver, ratto rispose
Il prudente Telemaco: non tutti
M'odiano i cittadin, n de' fratelli,
Cui tanto l'uom nelle pi dubbie imprese
Suole appoggiarsi, richiamarmi io posso.
Volle il Saturnio che di nostra stirpe
D'et in et spuntasse un sol rampollo.
Arcesio gener Laerte solo,
Laerte il solo Ulisse, e poscia Ulisse
Me lasci nel palagio, unico figlio
Di cui poco god: quindi piantossi
Nemica gente al nostro albergo in seno.
Quanti ha Dulichio e Same e la selvosa
Zacinto e la pietrosa Itaca prenci,
Ciascun la destra della madre agogna.
Ella n rigettar pu, n fermare
Le inamabili nozze. Intanto i proci
Coprono i deschi con le pingui membra
Delle sgozzate vittime, e gli averi
Mi struggon tutti; n ander molto forse,
Che pi grata sar vittima io stesso;
Ma ci de' numi su i ginocchi posa.
Babbo, tu vanne rapido, e alla madre
Narra che salvo io le tornai da Pilo.
Cos nrralo a lei, che alcun non t'oda
Degli Achivi e qua riedi, ov'io m'arresto.
Ben sai che molti del mio sangue han sete.
  E tu in risposta gli dicesti, Eumo:
Conosco, veggo: ad uom che intende, parli.
Ma non vorrai che messo all'infelice
Laerte ancor per la via stessa io vada?
Ei, pensoso d'Ulisse un tempo e tristo,
Pur dei campi ai lavor guardava intento,
E dove brama nel pungesse, in casa
Pasteggiava co' servi. Ed oggi  fama
Che da quel d che navigasti a Pilo,
N pasteggi co' servi, n de' campi
Pi ai lavori guard: ma sospirando
Siede e piangendo, e alle scarne ossa intanto
S'affigge, ohim! l'inaridita cute.
  Gran pietadeTlemaco riprese,
Ma lasciamolo ancor per brevi istanti
Nella sua doglia. Se in man nostra tutto
Fosse, il ritorno a procurar del padre
Non si rivolgerebbe ogni mia cura?
Esponi adunque l'imbasciata, e riedi,
N a lui pe' campi divertir; ma solo
Priega la madre, che in tua vece al vecchio
Secreta imbasciatrice e frettolosa
La veneranda economa destini.
  Detto cos, eccitollo; ed ei con mano
Presi i calzari, e avvntiseli ai piedi,
Subitamente alla citt tendea.
Non part dalla stalla il buon custode,
Che l'armigera dea non se ne addesse.
Scese dal cielo e somigliante in vista
A bella e grande e de' pi bei lavori
Femmina esperta, si ferm alla porta
Del padiglion di contra, e a Ulisse apparve.
Telemaco non vdela: ch a tutti
Non si mostran gl'Iddii. Videla il padre,
E i mastini la videro, che a lei
Non abbaiAr, ma del cortil nel fondo
Trepidi si celro e guaiolanti.
Ella accenn co' sopraccigli, e il padre
La intese, ed usc fuori, e innanzi stette
Nella corte alla dea, che s gli disse:
O Laerzade generoso e accorto,
Tempo  che al tuo figliuol tu ti palesi,
Onde, sterminio meditando ai proci,
Moviate uniti alla citt. Vicina
Ed accinta a pugnar, tosto m'avrete.
  Tacque Minerva, e della verga d'oro
Toccollo. Ed ecco circondargli a un tratto
Belle vesti le membra, e il corpo farsi
Pi grande e pi robusto ecco le guance
Stendersi, e gi ricolorarsi in bruno,
E all'azzurro tirar su per lo mento
I peli, che parean d'argento in prima.
  La dea spar, rentr Ulisse; e il figlio,
Da maraviglia preso e da terrore,
Chin gli sguardi, e poscia: Ospite, disse,
Altro da quel di prima or mi ti mostri,
Altri panni tu vesti, ed a te stesso
Pi non somigli. Alcun per fermo sei
Degli abitanti dell'Olimpo. Amico
Gurdane, acci per noi vittime grate,
Grati s'offrano a te doni nell'oro
Con arte sculti: ma tu a noi perdona.
  Non sono alcun degl'Immortali, Ulisse
Gli rispondea. Perch agli di m'agguagli?
Tuo padre io son: quel per cui tante soffri
Nella tua fresca et sciagure ed onte.
  Cos dicendo baci il figlio, e al pianto,
Che dentro gli occhi avea costantemente
Ritenuto sin qui, l'uscita aperse.
Telemaco d'aver su gli occhi il padre
Credere ancor non sa. No, replicava,
Ulisse tu, tu il genitor non sei,
Ma per maggior mia pena un dio m'inganna.
Tai cose oprar non vale uom da se stesso,
Ed  mestier che a suo talento il voglia
Ringiovanire, od invecchiarlo, un nume.
Bianco i capei test, turpe le vesti
Eri, ed ora un Celicola pareggi.
  Telemaco, riprese il saggio eroe,
Poco per veritade a te s'addice,
Mentre possiedi il caro padre, solo
Maraviglia da lui trarre e spavento:
Ch un altro Ulisse aspetteresti indarno.
Si, quello io son, che dopo tanti affanni
Durati e tanti, nel vigesim'anno
La mia patria rividi. Opra fu questa
Della Tritonia bellicosa diva,
Che qual pi aggrada a lei, tale mi forma:
Ora un canuto mendicante, e quando
Giovane con bei panni al corpo intorno:
Per che alzare un de' mortali al cielo,
O negli abissi porlo,  lieve ai numi.
  Cos detto, s'assise. Il figlio allora
Del genitor s'abbandon sul collo,
In lagrime scoppiando ed in singhiozzi.
Ambi un vivo desir sentan del pianto:
N di voci s flebili e stridenti
Risonar s'ode il saccheggiato nido
D'aquila o d'avoltoio, a cui pastore
Rub i figliuoli non ancor pennuti,
Come de' pianti loro e delle grida
Miseramente il padiglion sonava.
E gi piagnenti e sospirosi ancora
Lasciati avrali, tramontando, il Sole,
Se il figlio al padre non dicea: Qual nave,
Padre, qua ti condusse, e quai nocchieri?
Certo in Itaca il pi non ti portava.
  Celer il vero a te? l'eroe rispose,
I Feaci sul mar dotti, e di quanti
Giungono errando alle lor piagge industri
Riconduttori, me su ratta nave
Dormendo per le salse onde guidro,
E in Itaca deposero. Mi fro
Di bronzo in oltre e d'oro e intesti panni
Bei doni, e molti, che in profonde grotte
Per consiglio divin giaccionmi ascosi.
Ed io qua venni al fin, teco de' proci
Nostri nemici a divisar la strage,
Con l'avviso di Pallade. Su via,
Cntali a me, si ch'io conosca, quanti
Uomini sono e quali, e nella mente
Libri, se contra lor combatter soli,
O in aiuto chiamare altri convegna.
  O padre mio, Telemaco riprese,
Io sempre uda te celebrar la fama
Bellicoso di man, di mente accorto:
Ma tu cosa dicesti or gigantesca
Cotanto che alta maraviglia tiemmi:
Due soli battagliar con molti e forti?
Non pensar che a una decade o due sole
Montin: sono assai pi. Cinquantadue
Giovani eletti da Dulichio uscro,
E sei donzelli li seguano. Venti
Ne mand Same e quattro; e abbandonro
Venti Zacinto. Itaca stessa danne
Dodici, e tutti prodi; e v'ha con essi
Medonte araldo ed il cantor divino,
E due dell'arte loro incliti scalchi.
Ci affronterem con questa turba intera,
Che la nostra magion possiede a forza?
Temo che allegra non ne avrem vendetta.
Se rinvenir si pu chi a noi soccorra
Con pronto braccio e cor dunque tu pensa.
  Chi a noi soccorra? rispondeagli Ulisse.
Giudicar lascio a te, figlio diletto,
Se Pallade a noi basti, e basti Giove,
O cercar d'altri, che ci aiuti, io deggia.
  E il prudente Telemaco: Quantunque
Siedan lungi da noi su l'alte nubi,
Nessun ci pu meglio aiutar di loro,
Che su i mortali imperano e su i Divi.
  Non sederan da noi lungi gran tempo,
Il saggio Ulisse ripigliava, quando
Sar della gran lite arbitro Marte.
Ma tu il palagio su l'aprir dell'alba
Trova, e t'aggira tra i superbi proci.
Me poi simile in vista ad un mendco
Dispregevole vecchio il fido Eumo
Nella cittade condurr. Se oltraggio
Mi verr fatto tra le nostre mura,
Soffrilo; e dove ancor tu mi vedessi
Trar per il pi fuor della soglia, o segno
D'acerbi colpi far, lo sdegno affrena.
Sol di cessar dalle folle gli esorta,
Parole usando di mle consperse,
A cui non baderan: per che pende
L'ultimo sovra lor giorno fatale.
Altro dirtti, e tu fedel conserva
Nel tuo petto ne fa'. Sei tu mio figlio?
Scorre per le tue vene il sangue mio?
Non oda alcun ch' in sua magione Ulisse;
E n a Laerte pur, n al fido Eumo,
N alla stessa Penelope, ne venga.
Noi soli sperem, tu ed io, l'ingegno
Dell'ancelle e de' servi; e vedrem noi,
Qual ci rispetti e nel suo cuor ci tema,
O quale a me non guardi e te non curi,
Bench fuor dell'infanzia, e non da ieri.
  Padre, riprese il giovinetto illustre,
Spero che me conoscerai tra poco,
E ch'io n ignavo ti parr, n folle.
Ma troppo utile a noi questa ricerca,
Credo, non fra; e ci pesar ti stringo.
Vagar dovresti lungamente e indarno
Visitando i lavori e ciascun servo
Tentando; e intanto i proci entro il palagio
Ogni sostanza tua struggon tranquilli.
Ben tastar puoi delle fantesche l'alma
Qual colpevole sia, quale innocente:
Ma de' famigli a investigar pe' campi
Soprastare io vorrei, se di vittoria
Segno ti di l'egidarmato Giove.
  Mentre si fean da lor queste parole,
La nave, che Telemaco e i compagni
Condotti avea da Pilo, alla cittade
Giunse e nel porto entr. Tirro in secco
Gli abili servi e disarmro il legno,
E di Clito alla casa i prezosi
Doni recAro dell'Atride. In oltre
Mosse un araldo alla magion d'Ulisse
Nunzando a Penelope che il figlio
Ne' campi suoi si trattenea, perch'ella,
Visto entrar senza lui nel porto il legno,
Di nuovo pianto non bagnasse il volto.
L'araldo ed il pastor dir l'un nell'altro
Con la stessa imbasciata entro i lor petti.
N pria varcar della magion la soglia,
Che il banditor grid tra le fantesche:
Reina,  giunto il tuo diletto figlio.
Ma il pastore a lei sola e all'orecchio,
Ci tutto espose, che versato in core
Telemaco gli avea: quindi alle mandre
Ritornare affrettavasi, l'eccelse
Case lasciando, e gli steccati a tergo.
  Ma tristezza e dolor l'animo invase
De' proci. Uscro del palagio, il vasto
Cortile attraversAro, ed alle porte
Sedean davanti! Amici, in cotal guisa
Eurmaco a parlar tra lor fu il primo:
Ebben, che dite voi di questo, a cui
Fede s poca ciaschedun prestava,
Vaggio di Telemaco? Gran cosa
Certo, e condotta audacemente a fine.
Convien nave mandar delle migliori
Con buoni remiganti, acciocch torni
Quella di botto, che Agli agguati stava.
  Profferte non avea l'ultime voci,
Che Anfinomo, rivolti al lido gli occhi,
Un legno scorse nel profondo porto,
Ed altri intesi a ripiegar le vele,
Altri i remi a deporre, e, dolcemente
Ridendo: Non s'invii messaggio alcuno,
Disse; gi dentro sono: o un nume accorti
Li fece, o trapassar videro, o indarno
Giunger tentro del garzon la nave.
  Sorsero, e al lito andro. Il negro legno
Fu tratto in secco, e disarmato; e tutti
Per consultar si radunaro i proci.
N con lor permettean che altri sedesse,
Giovane o vecchio; e cos Antinoo disse:
Poh! come a tempo il dilivraro i numi!
L'intero d su le ventose cime
A vicenda sedean gli esploratori:
Poi, dato volta il sol, la notte a terra
Mai non passammo, ma su ratta nave
Stancavam l'onde sino ai primi albori,
Tendendo insidie al giovane, e l'estremo
Preparandogli eccidio. E non pertanto
Nella sua patria il ricondusse un dio.
Consultiam dunque, come certa morte
Dare al giovine qui. Speriamo indarno
La nostra impresa maturar, s'ei vive:
Ch non gli falla il senno, e a favor nostro
La gente, come un d, pi non inchina.
Non aspettiam che a parlamento ei chiami
Gli Achivi tutti, n crediam che lento
Si mostri, e molle troppo. Arder di sdegno
Vggolo, e, sorto in pi, dir che ruina
Noi gli ordivamo, e che and il colpo a vto,
Prevenirlo  mestieri, e o su la via
Della cittade spegnerlo, o ne' campi.
Non piace forse a voi la mia favella,
E bramate ch'ei viva, e del paterno
Retaggio goda interamente? Adunque
Noi dal fruirlo ritiriamci, l'uno
Disgiungasi dall'altro, e al proprio albergo
Si renda. Indi Penelope richieda,
E quel cui sceglie il fato, e che offre a lei
Pi ricchi doni la regina impalmi.
  Tutti ammutro a cotai voci. Al fine
Sorse tra lor dell'Arezade Niso
La regia prole, Anfinomo, che, duce
Di quei competitor che dal ferace
Dulichio uscro, e di pi sana mente
Tra i rivali dotato, alla regina
Men, che ogni altro, sgrada co' detti suoi:
Amici, disse, troppo forte impresa
Struggere affatto un real germe. I numi
Domandiamone in pria. Sar di Giove
Questo il voler? Vibrer il colpo io stesso,
Non che gli altri animar; dov'ei decreti
Diversamente, io vi consiglio starvi.
Cos d'Arezio il figlio, e non indarno.
S'alzaro, e rentrr nell'ampia sala,
E sovra i seggi nitidi posaro.
  Ma la casta Penelope, che udito
Avea per bocca del fedel Medonte
Il mortal rischio del figliuol, consiglio
Prese di comparire ai tracotanti
Proci davante. La divina donna
Usc dell'erma stanza; e con le ancelle
Sul limitar della dedalea sala
Giunta, e adombrando co' sottili veli,
Che le pendean dal capo, ambe le guance,
Antinoo rampognava in questi accenti:
Antinoo, alma oltraggiosa, e di sciagure
Macchinator, nella citt v'ha dunque
Chi tra gli eguali tuoi primo vantarti
Per saggezza osi, e per facondia? Tale
Giammai non fosti. Insano! e al par che insano
Empio, che di Telemaco alla vita
Miri e non cri i supplici, per cui
Giove dall'alto si dichiara. Ignoto
Forse ti fu sin qui, che fuggitivo
Qua riparava e sbigottito un giorno
Il padre tuo, che de' Tesproti a danno
Co' Taf predator s'era congiunto?
Nostri amici eran quelli, e porlo a morte
Voleano, il cor volean trargli del petto,
Non che i suoi campi disertar: ma Ulisse
Si lev, si frammise; e, bench ardenti,
Li ritenea. Tu di quest'uom la casa
Ruini e disonori; la consorte
Ne ambisci, uccidi il figlio, e me nel fondo
Sommergi delle cure. Ah! cessa, e agli altri
Cessare ancor, quanto  da te, comanda.
  Figlia illustre d'Icario, a lei rispose
Eurimaco di Plibo, fa' core,
E s tristi pensier da te discaccia.
Non , non fu, non sar mai chi ardisca
Contra il figlio d'Ulisse alzar la mano,
Me vivo, e con questi occhi in fronte aperti.
Di cotestui, cosa non dubbia, il nero
Sangue scorrera gi per la mia lancia.
Me il distruttor delle cittadi Ulisse
Tolse non rado sovra i suoi ginocchi,
Le incotte carni nella man mi pose,
L'almo licor m'offr. Quindi uom pi caro
Io non ho di Telemaco, e non voglio
Che la morte dai proci egli paventi.
Se la mandan gli di, chi pu scamparne?
Cos dicea, lei confortando, e intanto
L'eccidio del figliuol gli stava in core.
Ma ella salse alle sue stanze, dove
A lagrimar si dava il suo consorte,
Finch, per tregua a tanti affanni, un dolce
Sonno involle l'occhiglauca Palla.
  Con la notte comparve il fido Eumo
Ad Ulisse ed a Telemaco, che, pingue
Sagrificato ai numi adulto porco,
Lauta se ne allestan cena in quel punto.
Se non che Palla al Laerziade appresso
Fecesi, e lui della sua verga tocco,
Nella vecchiezza il ritorn di prima
E ne' primi suoi cenci; onde il pastore
Non ravvisasse in faccia, e, mal potendo
Premer nel cor la subitanea gioia,
Con l'annunzio a Penelope non gisse.
  Ben venga il buon pastor! cos primiero.
Telemaco parl. Qual corre grido
Per la citt? Vi rentrro i proci?
O mi tendon sul mare insidie ancora?
  E tu cos gli rispondesti Eumo:
La mente a questo io non avea, passando
Fra i cittadini: ch portar l'avviso,
E di botto redir, fu sol mia cura.
Bens m'avvenni al banditor, che primo
Corse parlando alla Regina. Un'altra
Cosa dir, quando la vidi io stesso.
Prendendo il monte che a Mercurio sorge,
E la cittade signoreggia, vidi
Rapidamente scendere nel porto
Nave d'uomini piena, e d'aste acute
Carca e di scudi. Sospettai che il legno
Fosse de' proci; n pi avanti io seppi.
  A tai voci Telemaco sorrise,
Pur sogguardando il padre e gli occhi a un tempo
Del custode schivando. A questo modo
Fornita ogni opra e gi parati i cibi,
D'una egual parte in questi ognun godea.
Ma come il lor deso pi non richiese,
Si corcro al fin tutti, ed il salubre
Dono del sonno ricettr nel petto.



LIBRO DICIASSETTESIMO


  Tosto che aperse del mattin la figlia
Con rosea man l'eteree porte al Sole,
Telemaco, d'Ulisse il caro germe,
Che inurbarsi volea, sotto le piante
S'avvinse i bei calzari, e la nodosa
Lancia che in man ben gli s'attava, tolse,
E queste al suo pastor drizz parole:
Babbo, a cittade io vo, perch la madre
Vggami, e cessi il doloroso pianto,
Che altramente cessar, credo, non puote.
Tu l'infelice forestier la vita
Gudavi a mendicar: d'un pan, d'un colmo
Nappo non mancher chi lo consoli:
Nello stato in ch'io sono, a me non lice
Sostener tutti. Monteranne in ira?
Non far che il suo male. Io dal mio lato
Parler sempre con diletto il vero.
  Amico, disse allora il saggio Ulisse,
Partire intendo anch'io. Pi che ne' campi,
Nella cittade accattar giova: un frusto
Chi vorr, porgerammi. In pi d'etade
Non sono a rimaner presso le stalle,
E obbedire un padron, checch m'imponga.
Tu vanne: a me quest'uom sar per guida,
Come tu ingiungi, sol che prima il foco
Mi scaldi alquanto, e pi s'innalzi il Sole.
Triste, qual vedi, ho vestimenta, e guardia
Prender degg'io dal mattutino freddo,
Che sul cammin che alla citt conduce
Ed , sento, non breve, offender puommi.
  Telemaco senz'altro in via si pose,
Mutando i passi con prestezza, e mali
Nella sua mente seminando ai proci.
Come fu giunto al ben fondato albergo,
Port l'asta, e appoggiolla ad una lunga
Colonna, e in casa, la marmorea soglia
Varcando, penetr. Primiera il vide
La nutrice Euricla, che le polite
Pelli stendea su i varati seggi,
E a lui diritta, lagrimando, accorse:
Poi tutte gli accorrean l'altre d'Ulisse
Fantesche intorno, e tra le braccia stretto
Su le spalle il baciavano e sul capo.
Frattanto usca della secreta stanza,
Pari a Dana e all'aurea Vener pari,
La prudente Penelope, che al caro
Figlio gett le man, piangendo, al collo,
E la fronte bacigli ed ambo gli occhi
Stellanti; e non restandosi dal pianto:
Telemaco, gli disse, amata luce,
Venisti adunque! Io non credea pi i lumi,
Fissare in te, dacch una ratta nave,
Contra ogni mio desir, dietro alla fama
Del genitor furtivamente a Pilo
T'addusse. Parla: quale incontro avesti?
  Madre, del grave rischio ond'io campai,
Replicava Telemaco, il dolore
Non rinnovarmi in petto e lo spavento.
Ma in alto sali con le ancelle: quivi
Lavata e cinta d'una pura veste
Le membra delicate, a tutti i numi
Ecatombe legittime prometti,
Se mi consente il vendicarmi Giove.
Io per un degno forestier, che venne
Meco da Pilo, andr alla piazza. Innanzi
Co' miei fidi compagni io lo spedii,
E commisi a Piro, che in una magione
L'introducesse e fino al mio ritorno
Con onore il trattasse e con affetto.
  Non indarno ei parl. Lavata e cinta
Di veste pura il delicato corpo,
Penelope d'intgre a tutti i numi
Ecatombe votavasi, ove al figlio
Il vendicarsi consentisse Giove.
N Telemaco a uscir fuor del palagio
Molto tard: l'asta gli empiea la mano,
E due bianchi il seguan cani fedeli.
Stupa ciascun, mentr'ei mutava il passo:
Tal grazia sovra lui Palla diffuse.
Gli alteri proci stavangli da questo
Lato e da quel, voci parlando amiche,
Ma nel profondo cor fraudi covando.
Se non ch'ei tosto si sciogliea da essi;
E l, dove sedea Mentore, dove
Antifo ed Aliterse, che paterni
Gli eran compagni dalla prima etade,
A posar s'avv: quei d'ogni cosa
L'addimandaro. Sopraggiunse intanto
Piro, lancia famosa, il qual nel foro
Per la cittade il forestier menava,
A cui s'alz Telemaco e s'offerse.
E cos primo favell Piro:
Telemaco, farai che al mio soggiorno
Vengan le donne tue per que' superbi
Doni, onde Menelao ti fu cortese.
  E il prudente Telemaco: Piro,
Ignoto  ancor di queste cose il fine.
Se i proci, me secretamente anciso,
Tutto divideransi il mio retaggio,
Prima che alcun di loro, io di que' doni
Vo' che tu goda. E dove io lor dia morte
A me lieto recar li potrai lieto.
  Disse, e guid nella sua bella casa
L'ospite sventurato. Ivi, deposte
Sovra i troni le clamidi vellute,
Sceser nel bagno: e come astersi ed unti
Per le servili man fro, e di manto
Vago e di vaga tunica vestiti,
Su i ricchi seggi a collocarsi andaro.
E qui l'ancella da bell'aureo vaso
Purissim'acqua nel bacil d'argento
Versava, e stendea loro un liscio desco,
Su cui la saggia dispensiera i bianchi
Pani venne ad imporre, e non gi poche
Delle dapi non fresche, ond' custode.
Penelope sedea di fronte al caro
Figlio, e non lungi dalle porte; e fini
Velli purpurei, a una polita sede
Poggiandosi, torcea. Que' due la destra
Stendeano ai cibi: n fu pria repressa
La fame loro, e la lor sete spenta,
Che in tai voci la madre i labbri apriva:
Io, figlio, premer, salita in alto,
Quel che divenne a me lugubre letto
Dappoi che Ulisse inalber le vele
Co' figliuoli d'Atro; lugubre letto,
Ch'io da quel giorno del mio pianto aspergo.
Non vorrai dunque tu, prima che i proci
Entrino alla magion, dirmi, se nulla
Del ritorno del padre udir t'avvenne?
  E il prudente Telemaco a rincontro:
Madre, il tutto io dir. Pilo trovammo
Ed il pastor de' popoli Nestorre.
Qual padre accoglie con carezze un figlio
Dopo lunga stagion d'altronde giunto,
Tal me in sua reggia e tra l'illustre prole,
La bianca testa di Nestorre accolse.
Ma diceami, che nulla ud d'Ulisse,
O vivo fosse, o fatto polve ed ombra.
Quindi al pugnace Menelao mandommi
Con buon cocchio e destrieri; ed io l vidi
L'argiva Elna, per cui Teucri e Greci,
Cos piacque agli di, tanto sudro.
Il bellicoso Menelao repente
Chiedeami, qual bisogno alla divina
Sparta m'avesse addotto. Io non gli tacqui
Nulla, e l'Atride: "Ohim! d'un eroe dunque
Volean giacer nel letto uomini imbelli?
Siccome allor che malaccorta cerva,
I cerbiatti suoi teneri e lattanti
Deposti in tana di leon feroce,
Cerca, pascendo, i gioghi erti e l'erbose
Valli profonde: e quello alla sua cava
Riede frattanto e cruda morte ai figli
Porta, e alla madre ancor: non altrimenti
Porter cruda morte ai proci Ulisse.
Ed oh piacesse a Giove, a Febo e a Palla,
Che qual si lev un d contra l'altero
Filomelde nella forte Lesbo,
E tra le lodi degli Achivi a terra
Con mano invitta, lotteggiando, il pose,
Tal costoro affrontasse! Amare nozze
Foran le loro, e la lor vita un punto.
Quanto alla tua domanda", il re soggiunse,
"Ci raccontarti senza fraude intendo
Che un oracol verace, il marin vecchio
Proteo, svelommi. Asseverava il nume
Che molte e molte lagrime dagli occhi
Spargere il vide in solitario scoglio,
Soggiorno di Calipso, inclita ninfa,
Che rimandarlo niega; ond'ei, cui solo
Non avanza un naviglio, e non compagni
Che il careggin del mar su l'ampio dorso,
Star gli convien della sua patria in bando".
Ci in Isparta raccolto, io ne partii:
E un vento in poppa m'inviro i numi,
Che rattissimo ad Itaca mi spinse.
  Con tai voci Telemaco alla madre
L'anima in petto scompigliava. Insorse
Teoclimno allora: O veneranda
Della gran prole di Laerte donna,
Tutto ei gi non conobbe. Odi i miei detti:
Vero e intgro sar l'oracol mio.
Primo tra i numi in testimonio Giove
E la mensa ospital chiamo ed il sacro
Del grande Ulisse limitar, cui venni:
Lo sposo tuo nella sua patria terra
Siede o cammina, le male opre ascolta,
E morte a tutti gli orgogliosi proci
Nella sua mente smina. Mel disse
Chiaro dal cielo un volator, ch'io scrsi,
E al tuo figlio mostrai, sedendo in nave.
  E la saggia Penelope: Deh questo,
Ospite, accada! Tali e tanti avresti
Del mio sincero amor pegni, che ognuno
Ti chiamera, scontrandoti, beato.
  Mentre cos parlando, e rispondendo
Di dentro ivan la madre, il figlio e il vate,
Gli alteri proci alla magion davante
Dischi lanciavan per diletto, e dardi
Sul pavimento lavorato e terso,
Della baldanza lor solito arringo.
Ma giunta l'ora della mensa, e addotte
Le vittime da tutti intorno i campi,
Medonte, che nel genio ai proci dava
Pi che altro in fra gli araldi e ai lor banchetti
Sempre assistea: Giovani, disse, quando
Godeste omai de' giochi, entrar v'aggradi,
S che il convivio s'imbandisca. Ingrata
Cosa non parmi il convivare al tempo.
Sursero immantinente, ed alle voci
Del banditor non repugnaro. Entrati,
Deposer su le sedie i manti loro.
Pingui capre scannavansi e pi grandi
Montoni e grossi porci e una buessa
Di branco; e il prandio s'apprestava. E intanto
Dai campi alla cittade andar d'un passo
Preparavansi Ulisse ed il pastore.
  Pria favellava Eumo d'uomini capo:
Stranier, se il mio piacere io far potessi,
Tu delle stalle rimarresti a guardia.
Ma poich partir brami, e ci pur vuolsi
Dal mio signor, le cui rampogne io temo,
Per che gravi son l'ire de' grandi,
Moviam: gi vedi che scemato  il giorno,
E infredder pi l'aere in ver la sera.
  Tai cose ad uom, che non le ignora, insegni,
Ripigli il Laerzade. Ebben, muoviamo:
Ma vammi innanzi, e da', se da una pianta
Il recidesti, un forte legno, a cui
Per la via, che malvagia odo, io mi regga.
Disse, e agli omeri suoi per una torta
Corda il suo rotto e vil zaino sospese,
E il bramato baston porsegli Eumo.
Quindi le stalle abbandonar, di cui
Rimaneano i famigli a guardia e i cani.
Cos vr la citt, sotto le forme
D'un infelice mendicante e vecchio,
E curvo sul bastone e con le membra
Nelle vesti pi turpi, il suo re stesso
L'amoroso pastore allor guidava.
  Gi, vinto il sentiero aspro, alla cittade
Si fean vicini, ed appara la bella,
Donde attignea ciascun, fonte artefatta,
Che una pura tra l'erbe onda volvea.
Construsserla tre regi: Itaco prima,
Poi Nerito e Polittore. Rotondo
D'alni acquidosi la cerchiava un bosco.
Fredda cadea l'onda da un sasso, e sovra
Un altar vi sorgea sacro alle Ninfe
Dove offria preci il vandante e doni.
Qui di Dolio il figliuol, Melanzio, in loro
S'incontr: conducea le capre, il fiore
Del gregge, ai proci; e il seguan due pastori.
Li vide appena che bravolli, e indegne
Saett in loro e temerarie voci,
Che tutto commovean d'Ulisse il core.
Or s, dicea, che un tristo a un tristo  guida.
Giove li forma, indi gli accoppia. Dove
Meni tu quel ghiottone, o buon porcaio,
Quel mendco importuno, e delle mense
Pste che a molte signorili porte
Logorerassi gli omeri, di pane
Frusti chiedendo, non treppiedi o conche?
Se tu le stalle a custodir mel dessi,
E a purgarmi la corte, e a' miei capretti
La frasca molle ad arrecar, di solo
Bevuto siere ingrossera ne' fianchi.
Ma poich solo alle tristi opre intese,
Travagliar non vorr; vorr pi presto,
Di porta in porta domandando, un ventre
Pascere insazabile. Ma senti
Cosa che certo avvenir dee. Se all'alta
Magion s'accoster del grande Ulisse,
Molti sgabelli di man d'uom lanciati
Alla sua testa voleranno intorno,
E le coste trarrnnogli di loco.
  Ci disse ed appressollo, e nella coscia
Gli die'd'un calcio, come stolto ch'era,
N dalla via punto lo mosse: fermo
Restava Ulisse e in s volgea, se l'alma
Col nodoso baston trgli dovesse,
O in alto sollevarlo, e su la nuda
Terra gettarlo capovolto. Ei l'ira
Contenne e sopport. Se non ch'Eumo
Al caprar si converse e improverollo,
E, levate le man, molto pregava:
O belle figlie dell'Egioco, Ninfe
Niadi, se il mio re v'arse giammai
D'agnelli e di capretti i pingui lombi,
Empiete il voto mio. Rieda, ed un nume
La via gli mostri. Ti cadra, capraio,
Quella superbia dalle ardite ciglia,
Con cui vieni oltraggioso e s frequente
Dai campi alla citt. Quindi per colpa
De' cattivi pastori a mal va il gregge.
  Oh oh, Melanzio ripigli di botto,
Che mi latra oggi quello scaltro cane,
Che un giorno io spedir sovra una bruna
Nave dalla serena Itaca lunge,
Perch a me in copia vettovaglia trovi?
Cos il dio dal sonante arco d'argento
Telemaco uccidesse oggi, o dai proci
Domo fosse il garzon, come ad Ulisse
Non sorger della tornata il giorno!
  Ci detto, ivi lasciolli ambo, che lento
Moveano il piede, e, suo cammin seguendo,
D'Ulisse alla magion ratto pervenne.
Subito entrava, e s'assidea tra i proci
Di rimpetto ad Eurimaco, che tutto
Era il suo amore; n i donzelli accorti,
E la solerte dispensiera, innanzi
Un solo istante s'indugiro a porgli
Quei parte delle carni, e i pani questa.
  Ulisse ed il pastore al regio albergo
Giungeano intanto. S'arrestaro, udita
L'armonia dolce della cava cetra:
Ch l'usata canzon Femio intonava.
Tale ad Eumo, che per man prese, allora
Favell il Laerzade: Eumo, d'Ulisse
La bella casa ecco per certo. Fra,
Cinto il cortile e di steccati, doppie
Sono e salde le porte. Or chi espugnarla
Potra? Gran prandio vi si tiene, io credo:
Poich l'odor delle vivande sale,
E risuona la cetera, cui fida
Voller compagna de' conviti i numi.
  E tu cosi gli rispondesti Eumo:
Facile a te, che lunge mai dal segno
Non vai, fu il riconoscerla. Su via,
Ci pensiam che dee farsi. O tu primiero
Entra e ai proci ti mesci, ed io qui resto;
O tu rimani, e metterommi io dentro.
Ma troppo a bada non istar: ch forse,
Te veggendo di fuor, potrebbe alcuno
Percuoterti o scacciarti. Il tutto pesa.
  Quel veggio anch'io, che alla tua mente splende,
Gli replicava il pazente Ulisse.
Dentro mettiti adunque: io rimarrommi.
Nuovo ai colpi non sono e alle ferite,
E la costanza m'insegnro i molti
Tra l'armi e in mar danni sofferti, a cui
Questo s'aggiunger. Tanto comanda
La forza invitta dell'ingordo ventre,
Per cui cotante l'uom dura fatiche,
E navi arma talor, che guerra altrui
Dell'infecondo mar portan su i campi.
  Cos dicean tra lor, quando Argo, il cane,
Ch'ivi giacea, del pazente Ulisse
La testa ed ambo sollev gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l'eroe,
Ma crne, spinto dal suo fato a Troia,
Poco frutto pot. Bens condurlo
Contro i lepri ed i cervi e le silvestri
Capre solea la giovent robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
Di muli e buoi sparso alle porte innanzi,
Finch i poderi a fecondar d'Ulisse,
Nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com'egli vide il suo signor pi presso,
E bench tra que' cenci, il riconobbe,
Squass la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasci: ma incontro al suo signore
Muover, siccome un d, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s'asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto,
Celandosi da Eumo, cui disse tosto:
Eumo, quale stupor! Nel fimo giace
Cotesto, che a me par cane s bello.
Ma non so se del pari ei fu veloce,
O nulla valse, come quei da mensa,
Cui nutron per bellezza i lor padroni.
  E tu cos gli rispondesti, Eumo:
Del mio re lungi morto  questo il cane.
Se tal fosse di corpo e d'atti, quale
Lasciollo, a Troia veleggiando, Ulisse,
S veloce a vederlo e s gagliardo
Gran maraviglia ne trarresti: fiera
Non adocchiava, che del folto bosco
Gli fuggisse nel fondo, e la cui traccia
Perdesse mai. Or l'infortunio ei sente.
Per d'Itaca lunge il suo padrone,
N pi curan di lui le pigre ancelle;
Ch pochi d stanno in cervello i servi,
Quando il padrone lor pi non impera.
L'onniveggente di Saturno figlio
Mezza toglie ad un uom la sua virtude,
Come sopra gli giunga il d servile.
Ci detto, il pi nel sontuoso albergo
Mise, e avvossi drittamente ai proci;
Ed Argo, il fido can, poscia che visto
Ebbe dopo dieci anni e dieci Ulisse,
Gli occhi nel sonno della morte chiuse.
  Ma l'egregio Telemaco fu il primo
Che scorgesse il pastor nella superba
Sala passato; e a s il chiam d'un cenno.
Ed ei, rivolto d'ogni intorno il guardo,
Lev uno scanno ivi giacente, dove
Seder solea lo scalco, e le infinite
Carni partire ai banchettanti proci.
Levollo, ed a Telemaco di contra
Il piant presso il desco, e vi s'assise;
E delle carni a lui pose davanti
Lo scalco, e pani dal canestro tolti.
  Ulisse ivi a non molto anch'egli entrava
Simil ne' cenci e nel baston nodoso,
Su cui piegava il tergo, a un infelice
Paltonier d'anni carco. Entrato appena,
Sopra il frassneo limitar sedea,
Con le spalle appoggiandosi ad un saldo
Stipite cipressin, cui gi perito
Fabbro alz a piombo e ripol con arte.
Telemaco il pastor chiama, e, togliendo
Quanto avea pane il bel canestro, e quanta
Carne nelle sue man capr potea:
Questo, gli dice, all'ospite tu reca.
E gli comanda che a ciascun de' proci
S'accosti mendicando. A cui nel fondo
Dell'inopia casc, nuoce il pudore.
  And il pastor repente, e, allo straniero
Soffermandosi in faccia: Ospite, disse
Ci ti manda Telemaco, e t'ingiunge
Che mendicando ti presenti a ognuno
De' proci in giro. "A cui nel fondo", ei dice,
"Dell'inopia casc, nuoce il pudore".
  E il Laerzade rispondea: Re Giove,
Telemaco dal ciel con occhio guarda
Benigno s, ch'ei nulla brami indarno.
  Detto ci solo, prese ad ambe mani
Ulisse il tutto, e col innanzi ai piedi
Su la bisaccia ignobile sel pose.
Finch il divin Demodoco cantava,
Cibavasi l'uom saggio; al tempo stesso
L'un dal cibo cess, l'altro dal canto.
Strepitavano i proci entro la sala:
Ma Palla, al figlio di Laerte apparsa
L'esort i pani ad accattar dai proci,
Tastando chi pi asconda o men tristezza,
Bench a tutti la dea scempio destini.
Ei volse a destra, e ad accattar da tutti
Ga, stendendo la man, come se mai
Esercitato non avesse altr'arte.
Mossi a pietade il soccorreano e forte
Stupano, e domandavansi a vicenda
Chi fosse e d'onde il forestier venisse.
  E qui Melanzio: Udite, o dell'illustre
Penelope, dicea vagheggiatori.
L'ospite io vidi, a cui la via mostrava
De' porci il guardan: ma da qual chiara
Stirpe disceso egli si vanti, ignoro.
  Guardan famosissimo, Antino
Cos Eumo rimbrott, perch costui
Guidasti alla citt? Ci mancan forse
Vagabondanti paltonieri infesti,
Delle mense flagello? O che d'Ulisse
Qui si nutra ciascun, poco ti cale,
Che questo ancor, donde io non so, chiamasti?
  E tal risposta tu gli fsti, Eumo:
Prode, Antinoo, sei tu, ma ben non parli.
Chi un forestiero a invitar mai d'altronde
Va, dove tal non sia che al mondo giovi,
Come profeta, o sanator di morbi,
O fabbro industre in legno, o nobil vate,
Che le nostr'alme di dolcezza innondi?
Questi invtansi ognor, non un mendco
Che ci consumi, e non diletti, o serva.
Ma tu i ministri del mio re lontano
Pi che ogni altro de' proci, e de' ministri
Me pi, che ogni altro, tormentar non cessi.
Non men curo io per, finch la saggia
Penelope e Telemaco deiforme
Vivono a me nella magion d'Ulisse.
  Ma Telemaco a lui: Taci, parole
Non cangiar molte con Antinoo.  usanza
Di costui l'assalir con aspri detti
Chi non l'offende, e incitar gli altri ancora.
Poi, converso a quel tristo: In ver, soggiunse,
Cura di me, qual padre, Antinoo, prendi,
Tu che l'ospite vuoi s duramente
Quinci sbandire. Ah nol consenta Giove!
Dagline: io, non che oppormi, anzi l'esigo.
La madre d'annoiare, o alcun de' servi
Del padre mio, tu non temer per questo.
Ma cosa tal non  da te, cui solo
La propria gola soddisfar talenta.
  O alto di favella e d'alma indmo,
D'Eupite disse incontanente il figlio,
Che parlasti, Telemaco? Se i proci
Quel don, ch'io serbo a lui, gli fesser tutti
Starsi almeno ei dovra tre lune in casa
Da noi lontano. E lo sgabello preso,
Su cui tenea beendo i molli piedi,
Alto in aria il mostr. Gli altri cortesi
Gli eran pur d'alcun che, s ch'ei trovossi
Di carni e pani la bisaccia colma.
Mentre alla soglia, degli Achivi i doni
Per gustar, ritornava, ad Antino
Si ferm innanzi e disse: Amico, nulla
Dunque mi porgi? degli Achivi il primo
Mi sembri, come quei che a re somiglia.
Quindi pi ancor che agli altri, a te s'addice
Largo mostrarti: io le tue lodi, il giuro,
Per tutta sparger l'immensa terra.
Tempo gi fu ch'io, di te al par felice,
Belle case abitava, e ad un ramingo,
Qual fosse e in quale stato a me venisse,
Del mio larga: molti avea servi, e nulla
Di ci fallami, onde gioiscon quelli
Che ricchi e fortunati il mondo chiama.
Giove, il perch ei ne sa, strugger mi volle,
Ei, che in Egitto, per mio mal, mi spinse
Con ladroni moltivaghi; vaggio
Lungo e funesto. Nell'Egitto fiume
Fermai le ratte navi, ed ai compagni
Restarne a guardia ingiunsi, e quell'ignota
Terra ire alcuni ad esplorar dall'alto.
Ma questi da un ardir folle e da un cieco
Deso portati, a saccheggiar le belle
Campagne degli Egiz, a via menarne
Le donne e i figli non parlanti, i grami
Coltivatori a uccidere. Volonne
Tosto il rumore alla citt: n prima
L'Alba s'imporpor, che i cittadini
Vennero, e pieno di cavalli e fanti
Fu tutto il campo, e del fulgor dell'armi
Cotale allora il Fulminante pose
Desir di fuga de' compagni in petto,
Che un sol far testa non osava: uccisi
Fur parte e parte presi, e ad opre dure
Sforzati; e ovunque rivolgeansi gli occhi,
Un disastro appara. Me consegnro
A Demetore Iaside, che in quelle
Parti era giunto, e dominava in Cipro,
Dond'io carco di mali al fin qua venni.
  E di nuovo cos d'Eupte il figlio:
Qual Genio avverso una s fatta lue,
Le nostre mense a conturbar, ci addusse?
Tienti nel mezzo, e dal mio desco lunge,
Se un altro Egitto amaro e un'altra Cipro
Trovar non brami in Itaca. Io mendco
Mai non conobbi pi impudente e audace.
T'offri a ciascun l'un dopo l'altro, e allarga
Ciascun per te la man senza consiglio:
Ch rotto cade ogni ritegno, dove
Regna la copia, e dell'altrui si dona.
  Poh! replicava il Laerzade, indietro
Ritirandosi alquanto, alla sembianza
Poco l'animo adunque in te risponde.
Chi mai creder potra che pur di sale
A supplicante tu daresti un grano
Dalla tua mensa, tu che un frusto darmi
Dall'altrui non sapesti, e cos ricca?
  Mont Antinoo in pi furia, e, torve in lui
Fissando le pupille: Ora io non penso
Che uscirai quinci con le membra sane,
Poscia che all'onte ne venisti. Disse,
E afferr lo sgabello, ed avventollo,
E in sulla punta della destra spalla
Percosse il forestiero. Ulisse fermo
Stette qual rupe, n d'Antnoo il colpo
Smsselo: bens tacito la testa
Croll, agitando la vendetta in core.
Indi sul limitar sedea di nuovo,
Deposto il zaino tutto pieno, e ai proci
Favellava cos: Competitori
Dell'illustre Reina: udir vi piaccia
Ci che il cor dirvi mi comanda. Dove
Pe' campi, per la greggia o per l'armento
Pugnando  l'uom ferito, il porta in pace.
Me, per la trista ed importuna fame,
Gran fonte di disastri, Antnoo offese.
Ma se ha prpiz di, se ha Furie ultrci,
Chi non ha nulla, della morte il giorno
Pria che quel delle nozze, Antnoo colga.
  E d'Eupte il figliuol: Tranquillo e assiso,
Cibati, o forestiere, o quinci sgombra
Acci gli schiavi, poich si favelli,
Per li piedi e le man te del palagio
Non traggan fuori, e tu ne vada in pezzi.
  Tutti d'ira s'accesero, ed alcuno;
Mal, disse, festi, Euptide, un tapino
Vandante a ferir. Sciaurato! S'egli
Degli abitanti dell'Olimpo fosse?
Spesso d'estrano pellegrino in forma
Per le cittadi si raggira un nume,
Vestendo ogni sembianza, e alle malvage
De' mortali opre ed alle giuste guarda.
  Tai voci Antnoo dispregiava. Intanto
Della percossa rea gran duol nel petto
Telemaco nodra. Non per a terra
Dalle ciglia una lagrima gli cadde.
Sol croll anch'ei tacitamente il capo,
Ruminando nel cor l'alta vendetta.
Ma la saggia Penelope, cui giunse
L'annunzio in alto dell'indegno colpo,
Tra le ancelle proruppe in questi accenti:
Deh cos lui d'un de' suoi dardi il nume
Dal famoso d'argento arco ferisca!
Ed Eurnome a lei: Se gl'Immortali
Fesser pieni i miei voti, a un sol de' proci
Non mostrerasi la nuov'alba in cielo.
  Nutrice mia, Penelope riprese,
Mi spiaccion tutti, perch tutti ingiusti:
Ma del par che la morte Antnoo abborro.
Move per casa un ospite infelice
Dalla sua fame a mendicar costretto.
Ciascun gli d, tal ch'ei n'ha il zaino colmo;
E d'Eupite il figliuol d'uno sgabello
Nella punta dell'mero il percuote.
  Cotesti accenti tra le ancelle assisa
Liber dalle labbra; e in quella Ulisse
il suo prandio compiea. Ma la Regina,
Eumo chiamato a s: Va, gli dicea,
De' pastori il pi egregio, ed a me invia
Quel forestiere, onde in colloquio io seco
Mi restringa, e richiedagli, se mai
D'Ulisse ud, se il vide mai con gli occhi.
Ei, che di gran vaggi uom mi rassembra.
  E tu cos le rispondesti, Eumo:
Oh volesser gli Achei per te, regina,
Tacersi alcuni istanti! Ei tal favella,
Che somma in cor ti versera dolcezza.
Io tre giorni appo me l'ebbi e tre notti;
Che fuggito era da un'odiata nave:
N per tutti mi narr i suoi guai.
Qual racceso dai numi illustre vate
Voce s grata agli ascoltanti innalza,
Che l'orecchio, fissando in lui le ciglia,
Se dal canto riman, tendono ancora:
Tal mi beava nella mia capanna.
Dissemi che di padre in figlio a Ulisse
Dell'ospitalit stringealo il nodo;
Che nativo di Creta era, del grande
Minosse culla; e che di l, cadendo
D'un mal sempre nell'altro, a' tuoi ginocchi
Vena di gramo supplicante in atto.
M'afferm che d'Ulisse avea tra i ricchi
Tesproti udito, che vive anco, e molti
All'avta magion tesori adduce.
  La prudente Penelope a rincontro:
Vanne ed a me l'invia, s ch'io l'ascolti.
Gli altri o fuor delle porte o nel palagio
Trastullin pur, poscia che han lieto il core.
Crescono i monti delle lor sostanze,
Di cui solo una parte i servi loro
Toccano; ed essi qui l'intero giorno
Banchettan lautamente, e il fior del gregge
Struggendo e dell'armento, e le ricolme
Della miglior vendemmia urne votndo,
Fanno una strage: n v'ha un altro Ulisse,
Che atto a fermarla sia. Ma l'eroe giunge,
E piena con Telemaco di tanti
Barbari oltraggi prender vendetta.
  Finito non avea, che il figlio ruppe
In un alto starnuto, onde la casa
Rison tutta. La Regina rise,
E: Va, disse ad Eumo, corri, e il mendco
Mandami. Starnutare alle mie voci
Non udisti Telemaco? Maturo
De' proci  il fato, n alcun fia che scampi.
Ci senti ancora, e in mente il serba. Quando
Verace in tutto ei mi resca, i cenci
Gli canger di botto in vesti belle.
  Corse il fido pastore, e allo straniero,
Standogli presso: Ospite padre, disse,
Te la saggia Penelope, la madre
Di Telemaco vuole: il cor la spinge
D'Ulisse a ricercar, bench sol dato
Le abbian sin qui le sue ricerche duolo.
Quando verace ti conosca, i cenci
Ti canger di botto in vesti belle:
Cibo non mancher chi ti largisca,
Se tu l'andrai per la citt chiedendo.
  Eumo, rispose il pazente Ulisse,
Alla figlia d'Icario, alla prudente
Penelope, da me nulla del vero
Si celer. So le vicende appieno
D'Ulisse, con cui sorte io m'ebbi eguale:
Ma la turba difficile de' proci,
Di cui del ciel sino alla ferrea volta
Monta l'audace tracotanza, io temo.
Pur test, mentr'io ga lungo la sala,
Nulla oprando di mal, percosso io fui;
E non prevenne il doloroso insulto
Telemaco, non che altri. Il sol cadente
Ad aspettar nelle sue stanze adunque
Tu la conforta. Mi domandi allora
Del ritorno d'Ulisse innanzi al foco:
Poich il vestito mio mal mi difende.
Tu il sai, cui prima supplicante io venni.
  Di volta, udito questo, il buon pastore;
E Penelope a lui, che gi la soglia
Col pi varcava: Non mel guidi, Eumo?
Che pensa il forestier? Tema de' proci,
O vergogna di s, forse occupollo?
Guai quel mendico cui ritien vergogna!
  Ma tu cos le rispondesti, Eumo:
Ei, come altri farebbe in pari stato,
De' superbi schivar l'onte desa.
Bens t'esorta sostener, Regina,
Finch il d cada. Cosi meglio voi
Potrete ragionar, sola con solo.
  Gran senno in lui, chunque sia, dimora,
Ella riprese: ch s audaci e ingiusti
Non ha l'intero mondo uomini altrove.
  Eumo ritorn ai proci, e di Telemaco
Parlando, onde altri non potesse udirlo,
All'orecchia vicin: Caro, gli disse,
Le mandre, tua ricchezza e mio sostegno,
A custodire io vo'. Tu su le cose
Qui veglia, e pi sovra te stesso, e pensa
Che i giorni passi tra una gente ostile,
Cui, prima ch'ella noi, Giove disperda.
  S, babbo mio, Telemaco rispose.
Parti, ma dopo il cibo, e al d novello
Torna e vittime pingui adduci teco.
  Tacque; ed Eumo sovra il polito scanno
Novamente sedea. Cibato, ai campi
Ire affrettossi, gli steccati addietro
Lasciando e la magion d'uomini piena
Gozzoviglianti, cui piacere il ballo
Era e il canto piacer, mentre spiegava
L'ali sue nere sovra lor la notte.



LIBRO DICIOTTESIMO


  Un accattante pubblico sorvenne,
Di mendicar per la cittade usato,
Famoso vorator, che mai non disse
Per molto cibo, e per vin molto: Basta!
E gigante a vederlo, ancor che poco
Di forza e cuore in s gran corpo fosse.
Egli avea nome Arno: cos chiamollo,
Nel d che nacque, la diletta madre.
Ma dai giovani tutti Iro nomato
Era, come colui che le imbasciate
Portar solea, qual gliene desse il carco.
Giunto fu appena, che scacciava Ulisse
Dalla sua casa, ed il mordea co' detti:
Vecchio, via dal vestibolo, se vuoi
Ch'io non ti tragga fuor per un de' piedi,
Non vedi l'ammiccar, perch'io ti tragga,
Di tutti a me? Pur m'arrossisco, e stommi.
Ma lvati, o alle prese io con te vegno.
  Bieco Ulisse guatollo, e: Sciagurato,
Rispose, in opra io non t'offendo o in voce,
N che alcuno a te doni, anco a man piene,
T'invidio io punto. Questa soglia entrambi
Ci capir. Tu non dovresti noia
Del mio bene sentir, tu, che un mendico
Mi sembri al par di me. Dispensatori
Delle ricchezze all'uom sono i celesti.
Invitarmi a pugnar non ti consiglio,
Onde infiammato, bench vecchio, d'ira
Le labbra io non t'insanguini ed il petto.
Pi assai tranquillo io ne sarei domane:
Ch alla magion del figlio di Laerte
Ritorno far tu non potresti, io credo.
  Poh, sdegnato il pezzente Iro riprese,
Pi volubili i detti a questo ghiotto
Corrono e ratti pi, che non a vecchia
Che sempre al focolar s'aggira intorno.
S'io queste man pongogli addosso, tutti
Dalle mascelle, come a ingordo porco
Entrato fra le biade, i denti io schianto.
Or bene, un cinto senza pi ti copra,
E questi ci conoscano alla pugna
Che tosto avremo. Io veder voglio, come
Con uom combatterai tanto pi verde.
  Cos sul liscio limitar dell'alte
Porte garran d'ingiurosi motti.
Avvisossene Antinoo, e, dolcemente
Ridendo, sciolse tai parole: Amici,
Nulla di s giocondo a questi alberghi
Gli abitator dell'etra unqua mandaro.
Si bisticcian tra lor l'ospite ed Iro,
E gi le man frammischiano. Su via,
Meglio alla zuffa raccendiamli ancora.
  Tutti s'alzro, nelle risa dando,
E ai due straccioni s'affollro intorno.
Ed Antinoo cos: Nobili proci,
Sentite un pensier mio. Di que' ventrigli
Di capre, che di sangue e grasso empiuti
Sul foco stan per la futura cena
Scelga qual pi vorr chi vince, e quindi
D'ogni nostro convito a parte sia;
N pi tra noi s'aggiri altro cencioso.
  Ci piacque a tutti. Ma l'accorto eroe,
Cui non fallan le astuzie: Amici disse,
Ad uom dagli anni e dai disastri rotto
Con giovane pugnar non parmi bello.
E pur botte a ricevere, e ferite
La rea mi spinge imperosa fame.
Ma voi giurate almen che nessuno, Iro
Per favorir, me della man gagliarda
Percuoter, male adoprando: troppo
Mi tornerebbe allor duro il cimento.
  Giurro. E di Telemaco in tal guisa
La sacra possa favell: Straniero,
Di respinger costui ti detta il core?
Respingilo: n alcun temer de' proci.
Chi t'oser percuotere, con molti
A combattere avr. Gli ospiti io curo,
E tal favella non condannan certo
Eurimaco ed Antinoo, ambo prudenti.
  Disse, e ciascuno approv il detto. Ulisse
Si spogli tutto, e de' suoi panni un cinto
Formossi, e nudi i lati omeri, nudo
Mostr il gran petto e le robuste braccia
E i magni fianchi discopr: Minerva,
Che per lui scese dall'Olimpo, tutte
De' popoli al pastor le membra crebbe.
Stupro i proci fieramente, e alcuno
Cos dicea, volgendosi al vicino:
Iro, gi non pi Iro, in su la testa
S'avr tratto egli stesso il suo malanno;
Tai fianchi ostenta e tali braccia il veglio!
A queste voci malamente d'Iro
L'animo commoveasi. E non pertanto
Col cinto ai lombi e pallido la faccia,
Gli schiavi a forza il conducean: su l'ossa
Tremavangli le carni. Antinoo allora
Prendealo a rimbrottar: Millantatore,
Perch or non muori, o a che nascesti un giorno,
Tu, che s temi e tremi, uom dagli affanni,
Non men che dall'et, snervato e domo?
Ma odi quel che di te fia. Se a terra
Con vincitrice man colui ti mette,
Io te gettato in una ratta nave
Mander nell'Epiro al rege Echeto,
Flagello de' mortali, il qual ti mozzi
Gli orecchi e il naso con acerbo ferro,
E, da stracciarsi crudi, a un can vorace
Butti gli svelti genitali in preda.
  Un tremor gli entr in corpo ancor pi forte:
Ma il condusser nel mezzo. I due campioni
Le mani alzro: dubitava Ulisse,
Se del pugno cos dar gli dovesse,
Che lui caduto abbandonasse l'alma,
O atterrarlo, e non pi, con minor colpo.
Questo partito scelse, onde agli Achivi
Celarsi meglio. Iro la destra spalla
Ad Ulisse colp, ma Ulisse in guisa
Sotto l'orecchia l'invest nel collo,
Che l'ossa fracassgli: uscagli il rosso
Sangue fuor per la bocca; ed ei mugghiando
Casc, digrign i denti, e il pavimento
Calcitrando batt. Gli amanti a quella
Vista, levate le lor braccia in alto,
Scoppiavan delle risa. Intanto Ulisse,
L'un de' piedi afferratogli, il traea
Pel vestibolo fuor sino alla corte,
E all'entrata del portico. Ci fatto,
Col dosso al muro l'appoggi, gli pose
Bastone in mano e: Qui, gli disse, or siedi.
E scaccia dal palagio i cani e i ciacchi,
N pi arrogarti, cos vil qual sei
Su gli ospiti dominio e su i mendichi:
Ch un'altra volta non t'incontri peggio.
  Cos dicendo, si gittava intorno
Alle spalle il suo zaino, e al limitare
Ritornava, e sedeavi. Rientraro
Con dolce riso in su le labbra i proci,
Ed a lui blande rivolgean parole:
Ospite, Giove a te con gli altri numi
Quanto pi brami, e t' pi caro, invii,
A te, che la citt smorbasti a un tratto
Di questo insazabile accattone,
Che ad Echeto, degli uomini flagello,
Tra poco andr su gli Epiroti lidi.
  Cos parlro; e dell'augurio Ulisse
Godea nell'alma, e Antinoo un gran ventriglio
Di sangue e di pinguedine ripieno
Gli rec innanzi. Ma il valente Anfinomo
Due presentgli dal canestro tolti
Candidissimi pani, e, propinando
Con aurea tazza: Salve, disse, o padre,
Forestier, salve: se infelice or vivi,
Lieti scrranti almeno i d futuri.
  Anfinomo, l'eroe scaltro rispose,
D'intendimento e di ragion dotato
Mi sembri, e in questo tu ritrai dal padre,
Da Niso Dulichiense, ond'io la fama
Sonare uda, buono del par che ricco,
Da cui diconti nato; e fede ancora
Ne fa il tuo senno e le parole e gli atti.
A te dunque io favello, e tu i miei detti
Ricevi, e serba in te. Sai tu di quanto
Spira e passeggia su la terra o serpe,
Ci che al mondo havvi di pi infermo?  l'uomo.
Finch stato felice i di gli dnno,
E il suo ginocchio di vigor fiorisce,
Non crede che venir debbagli sopra
L'infortunio giammai. Sopra gli viene?
Con repugnante alma indegnata il soffre:
Ch quali i giorni son, che foschi o chiari,
De' mortali il gran padre e de' celesti
D'alto gli manda, tal dell'uomo  il core.
Vissi anch'io vita fortunata e illustre,
E, secondando la mia forza, e troppo
Nel genitor fidando e ne' germani,
Non giuste, vaglia il vero, opre io commisi.
Ma ciascuno a ben far dee per l'ingegno,
E quel, che dai numi ha, fruir tranquillo:
N costoro imitar, che iniquamente
Struggono i beni, e la pudica donna
Oltraggian d'un eroe, che lungo tempo
Dalla sua patria e dagli amici, io credo,
Lontano ancor non rimarr; che a questi
Luoghi anzi  assai vicino. Al tuo ricetto
Quindi possa guidarti un dio pietoso,
E torti agli occhi suoi, com'egli appaia:
Poich decisa senza molto sangue
Messo ch'egli abbia in sua magione il piede,
Non fia tra i proci e lui l'alta contesa.
Lib, ci detto, e accost ai labbri il nappo,
E tornollo ad Anfinomo. Costui
Per la sala iva, conturbato il core,
E squassando la testa, ed il suo male
Divinando, ma invan: fuggir non puote,
Legato anch'ei da Palla, onde cadesse
Per l'asta di Telemaco. Nel seggio,
Donde sorto era, si ripose intanto.
  Ma d'Icario alla figlia, alla prudente
Penelope, la dea dai glauchi lumi
Spir il disegno di mostrarsi ai proci,
Perch lor s'allargasse il core in petto
Di nuova speme, ed in onor pi grande
Presso il consorte e il figlio ella salisse.
Diede, n ben sa come, in un gran riso,
E tai detti form: Sento un desire
Non pria sentito di mostrarmi ai proci,
Eurinome, bench'io tutti gli abborra.
Utile avviso in lor presenza io bramo
A Telemaco dare, il qual troppo usa
Con que' superbi giovani, che accenti
Ti drizzan blandi, e insidianti da tergo.
  Saggio  il consiglio, Eurinome rispose.
Va' figlia, dunque, ed il tuo nato assenna.
Ma pria ti lava, e su le guance poni
L'usato unguento. Apparir vuoi con faccia
Dalle lagrime tue solcata e guasta?
Quel pianger sempre e dall'un giorno all'altro
Nullo divario far, poco s'addice.
Gi venne il figlio nell'et fiorita,
In cui vederlo con l'onor del mento
S ardentemente supplicavi ai numi.
  Per zelo che di me l'alma ti scaldi,
Replicava Penelope, di bagni,
Eurinome, o di lisci, or non parlarmi.
Il d che Ulisse s'imbarc per Troia,
Tolsermi ogni belt dal volto i numi,
Bens Autone mi chiama e Ippodama,
Che da lato mi stieno. Ai proci sola
Non offrirommi: ch pudor mel vieta.
Tacque; e la vecchia Eurinome le donne
A chiamar tosto e ad affrettarle, usco.
  Ma l'occhiazzurra dea, nuovo pensiero
Formando nella mente, alla pudica
Figlia d'Icario un molle sonno infuse.
Mentre giacea sovra il suo seggio, e tutte
Il molle sonno le sciogliea le membra,
Palla Minerva di celesti doni
La riforna, perch di lei pi sempre
Invaghisser gli Achei. Pria su le guance
Quella, che tien dalla bellezza il nome,
Sparse divina essenza, onde si lustra
La inghirlandata d'r Vener, se mai
Va delle Grazie al dilettoso ballo:
Poi di corpo la crebbe, e ricolmolla
Nel volto, e tal su lei candor distese,
Che l'avorio tagliato allora allora
Ceder dovesse al paragon. La diva
Risal dell'Olimpo in su le cime.
  Venner le ancelle strepitando, e ratto
Si riscosse Penelope dal sonno;
E con man gli occhi stropicciossi e disse:
Qual dolce sonno della sua fosc'ombra
Me infelice copr! Deh cos dolce
Morte subitamente in me la casta
Artemide scoccasse; ed io l'etade
Pi non avessi a consumar nel pianto,
Sospirando il valor sommo, infinito,
D'un eroe, cui non sorse in Grecia il pari.
  Cos detto, scendea dalle superne
Lucide stanze al basso, e non gi sola:
Ma con Autonoe e Ippodamia da tergo.
Sul limitar della dedlea sala,
Ove i proci sedean, trovasi appena,
Che arresta il pi tra l'una e l'altra ancella
L'ottima delle donne, e co' sottili
Veli del capo ambo le guance adombra.
Senza forza restaro e senza moto:
L'alma pi intenera, si raddoppiava
Delle nozze il desire in ogni petto.
Ella queste a Telemaco parole:
Figlio, io te pi non riconosco. Sensi
Nutrivi in mente pi maturi e scorti
Nella tua fanciullezza; ed or che grande
Ti veggio, e in un'et pi ferma entrato,
Or, che stranier, che a riguardar si fesse
La tua statura e la belt, te prole
D'uom beato dira, pi non dimostri
Giustizia o senno. Tollerar s indegno
Trattamento d'un ospite in tua reggia?
Oltraggio s crudel, che vendicato
Non siagli, puote a un forestier qui usarsi,
Che su te non ne cada eterno scorno?
  Il prudente Telemaco rispose:
Madre, perch ti crucci, io non mi sdegno.
Meglio, che pria ch'io di fanciullo uscissi,
Le umane cose, il pur mi credi, intendo,
E tra lor non confondo il torto e il dritto.
Ma tutto operare o antiveder non valgo,
Circondato qual sono e insidato
Da fiera gente, e d'assistenti solo.
Quanto alla lotta tra l'estranio ed Iro,
Parte i proci non v'ebbero, e del primo
Fu la vittoria. Ed oh! piacesse al padre
Giove e alla diva Pallade e ad Apollo,
Che tentennasse a cotestor gi domi
La testa e si sfasciassero le membra,
Nel vestibolo agli uni, e agli altri in sala
Come a quell'Iro, che alle porte or siede
Dell'atrio, il capo qua e l piegando,
D'un ebbro in guisa e che su i piedi starsi
Non pu, n a casa ricondursi: tanto
Le membra riportonne afflitte e peste.
  Cos la madre e il figlio. Indi tai voci
Eurimaco a Penelope drizzava:
Figlia d'Icario, se te vista tutti
Avesser per l'Iasio Argo gli Achivi,
Turba qui di rivali assai pi folta
Banchettera dallo spuntar dell'alba:
Ch non v'ha donna che per gran sembiante
Per bellezza e per senno a te s'agguagli.
  E la nobile a lui d'Icario figlia:
Eurimaco, virt, sembianza tutto
Mi rapiro gli di, quando gli Argivi
Sciolser per Troia, e con gli Argivi Ulisse.
S'egli, riposto in sua magione il piede,
A reggere il mio stato ancor prendesse,
Ci mia gloria sarebbe e belt mia.
Ora io m'angoscio: tanti a me sul capo
Mali piombaro. Ei, d'imbarcarsi in atto,
Prese la mia con la sua destra, e: "Donna",
Disse "non credo io gi che i forti Achei
Da Troia tutti riederanno illesi:
Poich sento pugnaci essere i Teucri,
Gran sagittari e cavalieri egregi.
Che pel campo agitar sanno i destrieri
Rapidamente: quel che in breve il fato
Delle guerre terribili decide.
Quindi, se me ricondurran gli eterni,
O Troia riterr morto o cattivo,
Sposa, io non so. Tu, sovra tutto, veglia.
Rispetta il padre mio, la madre onora,
Come oggi, od ancor pi, finch'io son lunge.
E allor che del suo pel vedrai vestito
Del figlio il mento, a qual ti fia pi in grado,
Lasciando la magion, vanne consorte."
Tal favellava; ed ecco giunto il tempo.
L'infausta notte apparir, che dee
Portare a me queste odose nozze,
A me, cui Giove ogni letizia spense.
Ma ci la mia tristezza oggi pi aggrava,
Che gli usi antichi non si guardan punto.
Color, che donna illustre e d'uom possente
Figlia un d ambano e contendean tra loro,
Belle conducean vittime, gli amici
Per convitar della bramata donna,
E doni a questa offran: non gi l'altrui
Struggeano impunemente a mensa assisi.
  Disse, e l'eroe gio ch'ella in tal modo
De' proci i doni procurasse, e loro
Molcesse il petto con parole blande,
Mentre in fondo del cor altro volgea.
  Ma cos Antnoo allor: Nobil d'Icario
Figlia, saggia Penelope, ricevi
I doni che gli Achei gi per offrirti
Sono, e cui fora il ricusar stoltezza;
Ma noi di qua non ci torrem, se un prima
De' pi illustri fra noi te non acquista.
  Piacquero i detti: e alla sua casa ognuno
Per li doni sped. L'araldo un grande
Rec ad Antnoo e vario e assai bel peplo,
Che avea dodici d'r fibbie lampanti
Con ardiglioni ben ricurvi attate.
Eurimaco un monile addur si fece
D'oro e intrecciato d'ambra, opra da insigne
Mastro sudata, che splendea qual sole.
Due serventi portaro a Euridamante
Finissimi orecchini a tre pupille,
Donde grazia infinita usca di raggi.
Fregio non fu men prezoso il vezzo,
Che re Pisandro, di Polittor figlio,
Dalle mani d'un servo ebbe; e non meno
Belli d'ogni altro Acheo parvero i doni.
La divina Penelope, seguita
Dall'ancelle, co' doni alle superne
Stanze montava; e i proci al ballo e al canto
Finch, a romper nel mezzo i lor diletti,
L'ombra notturna sovra lor cadesse.
  Caduta sovra lor l'ombra notturna,
Tre gran bracieri saettanti luce,
Cui legne secche e dure e fesse appena
Nodrano, i servi collocar nel mezzo;
E allumr qua e l pi faci ancora.
Cura di questi fuochi aveano alterna
Le donne del palagio. A queste feo
Tai detti il ricco di consigli Ulisse:
Schiave d'Ulisse, del re vostro assente
Per s lunga stagion, la veneranda
Regina vostra a ritrovar salite.
Fusi rotando o pettinando lane,
Sedetele vicino, e ne' suoi mali
La confortate. Mio pensier frattanto
Sar, che ai proci non fallisca il lume.
Quando attendere ancor volesser l'alba,
Me non istancheran: ch molto io sono
Da molto tempo a tollerare avvezzo.
  Questi detti lor feo. Riser le ancelle,
E a vicenda guardavansi, e schernirlo
Con villane parole una Melanto,
Bella guancia, s'arda. Dolio costei
Gener, ma Penelope nutrilla,
Siccome figlia, nulla mai di quanto
Lusinga le fanciulle, a lei negando:
N s'afflisse per ci con la Regina
Melanto mai, che anzi tradala, e s'era
A Eurimaco d'amor turpe congiunta.
Costei pungea villanamente Ulisse:
Ospite miserabile, tu sei
Un uomo, io credo, di cervello uscito,
Tu, che in vece d'andar nell'officina
D'un fabbro a coricarti o in vil taverna
Qui tra una schiera te ne stai di prenci,
Lungo cianciando, e intrepido. Alla mente
Ti sal senza forse il molto vino,
O d'uom braco hai tu la mente, e quindi
Senza construtto parli. O esulti tanto,
Perch il ramingo Iro vincesti? Bada,
Non alcun qui senza indugiare insorga,
Che, d'Iro assai miglior, te nella testa
Con le robuste man pesti, e t'insozzi
Tutto di sangue, e del palagio scacci.
  Bieco guatolla, e le rispose Ulisse:
Cagna, io ratto a Telemaco i tuoi sensi
Perch'ei ti tagli qui medesimo in pezzi,
A riportare andr. Cos dicendo,
Le femmine atterr, che per la casa
Mosser veloci, bench a tutte forte
Le ginocchia tremassero: s presso
Ci ch'ei lor detto avea, credeano al vero.
Ei si ferm presso i bracieri ardenti,
La luce ravvivandone, e tenendo
Gli occhi ne' proci ognor, mentre nemiche
Cose agitava, e non indarno, in petto.
  Minerva intanto non lasciava i proci
Rimanersi dall'onte, acci in Ulisse
Crescer dovesse col dolor lo sdegno.
Eurimaco di Plibo parlava
Primo, l'eroe mordendo e a nuovo riso
Provocando i compagni: Udite, amanti
Dell'inclita regina, un mio pensiero,
Che tacer non poss'io. Non senza un nume
Venne costui nella magion d'Ulisse.
Splender gli veggo, come face, il capo,
Sovra cui non ispunta un sol capello.
Quindi, al rovesciator delle munite
Citt, converso: Forestier, soggiunse,
Vorrstu a me servir, s'io ti pigliassi
Per assestar nel mio poder le siepi,
E gli alberi piantar? Buona mercede
Tu ne otterresti: cotidiano vitto
E vestimenti al dosso e ai pi calzari.
Ma perch sol fosti di viz a scuola,
Anzi che faticar, pitoccar vuoi,
Onde, se t' possibile, sfamarti.
  Eurimaco, rispose il saggio Ulisse,
Se tra noi gara di lavor sorgesse
A primavera, quando il giorno allunga,
E con adunche in man falci taglienti
Ci ritenesse un prato ambo digiuni
Sino alla notte, e non mancasse l'erba;
O fosser da guidare ad ambo dati
Grandi rossi, gagliardi e d'erba saz
Tauri d'etade e di virtude eguali,
E date quattro da spezzar sul campo
Sode bubulce col pesante aratro:
Vedresti il mio vigor, vedresti, come
Aprir saprei dritto e profondo il solco!
Poni ancor, che il Saturnio un'aspra guerra
Da qualche parte ci volgesse addosso,
Ed io scudo e due lance, ed alle tempie
Salda celata di metallo avessi,
Misto ai primi guerrier mi scorgeresti
Nella battaglia, e l'importuna fame
Gittare a me non oseresti in faccia.
Or protervo  il tuo labbro e duro il core,
E forte in certa guisa e grande sembri,
Perch con poca gente usi e non brava:
Ma Ulisse giunga, o appressi almeno, e queste
Porte, bench assai larghe, a te gi vlto
Negli amari, cred'io, passi di fuga
Deh come a un tratto sembreriano anguste!
  Eurimaco in maggior collera salse,
E, guardandolo bieco: Ah! Doloroso,
Disse, vuoi tu ch'io ti diserti? Ardisci
Cos gracchiar fra tanti, e nulla temi?
O il vin t'ingombra, o tu nascesti pazzo,
O quel vinto Iro ti cav di senno.
  Ci detto, prese lo sgabel: ma Ulisse
S'abbassava d'Anfinomo ai ginocchi
Per cansarsi da Eurimaco, che in vece
Nella man destra del coppier percosse.
Cascata rimbomb la coppa in terra,
E il pincerna ululando and riverso.
Strepitavano i proci entro la sala
Dall'ombre cinta della notte, e alcuno
Mirando il suo vicin: Morto, dicea,
Prima che giunto qua, l'ospite fosse!
Portato non ci avra questo s grave
Tumulto. Or si battaglia, e per chi dunque?
Per un mendco, e gi svan de' nostri
Prand il diletto ed il pi vil trionfa.
  E Telemaco allor: Che insania  questa,
Miseri, a cui non cal pi della mensa?
Certo vi turba e vi commuove un dio.
Su via, poich de' cibi e de' licori
Tacer il desiderio in tutti voi,
Ite a corcarvi, se vel detta il core,
Ne' vostri alberghi: ch nessuno io scaccio.
  Tutti, mordendo il labbro, alle sicure
Parole di Telemaco stupro.
Ma tra lor sorse Anfinomo, l'illustre
Figliuol di Niso: Amici, a chi ben parla
Sinistro pi non si risponda o acerbo,
N l'ospite s'oltraggi, o alcun de' servi,
Che in corte son del rinomato Ulisse.
Muova il coppiere in giro; e poscia, fatti
I libamenti, nelle nostre case,
Le membra al sonno per offrir, si vada,
E si lasci a Telemaco la cura
Dello stranier, quando al suo tetto ei venne.
  Disse, e non fu cui non piacesse il detto.
L'inclito Mulio, il Dulichiense araldo
D'Anfinomo, vers dall'urna il vino,
E a tutti in giro nelle tazze il porse;
Ed i proci libaro, e del licore
Dolce, qual mele, s'innondaro il petto.
Ma com ebber libato, e piena voglia
Bevuto, ognun, per dar le membra al sonno,
Affrett di ritrarsi al proprio albergo.



LIBRO DECIMONONO


  Nell'ampia sala rimanea l'eroe,
Strage con Palla macchinando ai proci.
Subito al figlio si converse, e disse:
Telemaco, levar di questi luoghi
L'armi conviene, e trasportarle in alto.
Se le bell'armi chiederanno i proci,
Con parolette a lusingarli vlto:
"Io", lor dirai, "dal fumo atro le tolsi,
Perch non eran pi quali lasciolle
Ulisse il giorno che per Troia sciolse:
Ma deturpate, scolorate, ovunque
Il bruno le tocc vapor del foco.
Sovra tutto io temei, n senza un nume
Destossi in me questo timor, non forse
Dopo molto vtar di dolci tazze
Tra voi sorgesse un'improvvisa lite,
E l'un l'altro ferisse, ed il convito
Contaminaste e gli sponsali. Grande
Allettamento  all'uom lo stesso ferro".
  Telemaco segu del suo diletto
Padre il comando, e alla nutrice, cui
Tosto a s dimand: Mamma, dicea,
Su via, ritieni nelle stanze loro
Le femmine rinchiuse, in sin ch'io l'armi,
Che qui nella mia infanzia, e nell'assenza
Del padre, mi guast neglette il fumo,
Trasporti in alto. Collocarle io voglio,
Dove del foco non le attinga il vampo.
  Ed Euricla: Figlio, rispose, in petto
Deh ti s'annidi al fin senno cotanto,
Che regger possa la tua casa, e intatti
Serbar gli averi tuoi! Ma chi la strada
Ti schiarer? Quando non vuoi che innanzi
Con le fiaccole in man vadan le ancelle.
  Il forestier, Telemaco riprese;
Chi si nutre del mio, bench venuto
Di lunge, io mai non patirollo inerte.
Tanto bast a colei, perch ogni porta
Del ben construtto gineco fermasse.
  Ulisse incontanente e il caro figlio
Correano ad allogar gli elmi chiomati,
Gli umbilicati scudi e l'aste acute;
E avanti ad ambo l'Atena Minerva,
Tenendo in mano una lucerna d'oro,
Chiarissimo spargea lume d'intorno.
E Telemaco al padre: O padre, quale
Portento! Le pareti ed i bei palchi,
E le travi d'abete e le sublimi
Colonne a me rifolgorare io veggio.
Scese, io credo, qua dentro alcun de' numi.
  Taci, rispose Ulisse: i tuoi pensieri
Rinserra in te, n cercare oltre. Usanza
Degli abitanti dell'Olimpo  questa.
Or tu vanne a corcarti: io qui rimango
Le ancelle a spar meglio, e della saggia
Madre le inchieste a provocar, che molte
Certo, ed al pianto miste, udire avviso.
  Disse; e il figliuolo indi spiccossi, e al vivo
Delle faci splendor nella remota
Cella si ritir de' suoi riposi,
L'Aurora ad aspettar. Ma nella sala,
Strage con Palla agli orgogliosi proci
Architettando, rimanea l'eroe.
  La prudente Reina intanto usca
Pari a Dana, e all'aurea Vener pari,
Della stanza secreta. Al foco appresso
L'usato seggio di gran pelle steso,
E cui d'Icmalio l'ingegnosa mano
Tutto d'avor e argenti avea commesso,
Le collocaro: sostenea le piante
Un polito sgabello. In questa sede
La madre di Telemaco posava.
Venner le ancelle dalle bianche braccia
A tor via dalle mense il pan rimasto,
E i vti nappi, onde bevean gli amanti.
Poi dai bracieri il mezzospento foco
Scossero a terra, e nuove legna e molte
Sopra vi accatastr, perch schiarata
La sala fosse e riscaldata a un tempo.
Melanto allor per la seconda volta
Ulisse rampognava: Ospite, adunque
La notte ancor t'avvolgerai molesto
Per questa casa, e adocchierai le donne?
Fuori, sciagurato, esci, e del convito,
Che ingoiasti, t'appaga; o ver, percosso
Da questo tizzo, salterai la soglia.
  Con torvo sguardo le rispose Ulisse:
Malvagia, perch a me guerra s atroce?
Perch la faccia mia forse non lustra?
Perch'io mal vesto, e, dal bisogno astretto,
Qual tapino uomo e vandante, accatto?
Felice un giorno anch'io splendidi ostelli
Tra le genti abitava, e ad un ramingo,
Qual fosse, o in quale stato a me s'offrisse,
Del mio larga; molti avea servi, e nulla
Di ci mi vena meno, ond' chiamato
Ricco, e beata l'uom vita conduce.
Ma Giove, il figlio di Saturno, e nota
La cagione n' a lui, disfar mi volle.
Guarda per, non tutta un giorno cada,
Donna, dal viso tuo quella beltade,
Di cui fra l'altre ancelle or vai superba:
Guarda, non monti in ira o ti punisca
La tua padrona, o non ritorni Ulisse,
Come speme ne' petti ancor ne vive.
E s'ei per, tal per favor d'Apollo
Fuor venne il figlio dell'acerba etade,
Che femmina, di cui sien turpi i fatti,
Mal potra nel palagio a lui celarsi.
  Ud tutto Penelope, e l'ancella
Sgrid repente: O temerario petto,
Cagna sfacciata, io pur nelle tue colpe,
Che in testa ricadrannoti, ti colgo.
Sapevi ben, poich da me l'udisti,
Ch'io lo straniero interrogar volea,
Un conforto cercando in tanta doglia.
  Dopo questo, ad Eurnome si volse
Con tali accenti: Eurnome, uno scanno
Reca, e una pelle, ove, sedendo, m'oda
L'ospite favellargli e mi risponda.
  Disse; e la dispensiera un liscio scanno
Rec in fretta, e gi pose, e d'una densa
Pelle il copr. Vi s'adagiava il molto
Dai casi afflitto, e non mai domo, Ulisse,
Cui Penelope a dir cos prendea:
Ospite, io questo chiederotti in prima.
Chi? di che loco? e di che stirpe sei?
  E Ulisse, che pi l d'ogni uomo seppe:
Donna, esser pu giammai pel mondo tutto
Chi la lingua snodare osi in tuo biasmo?
La gloria tua sino alle stelle sale,
Qual di re sommo, che sembiante a un nume,
E su molti imperando uomini e forti,
Sostiene il dritto: la ferace terra
Di folti gli biondeggia orzi e frumenti,
Gli arbor di frutti aggravansi: robuste
Figlian le pecorelle, il mar d pesci
Sotto il prudente reggimento; e giorni
L'intera nazon mena felici.
Ma pria che della patria e del lignaggio,
Di tutt'altro mi chiedi, acci non cresca
Di tai memorie il dolor mio pi ancora.
Un infelice io son, n mi conviene
Seder, piagnendo, nella tua magione;
Che i suoi confini ha il pianto, e ai luoghi vuolsi
Mirare e ai tempi. Se non tu, sdegnarsi
Ben potra contro a me delle serventi
Tue donne alcuna, e dire ancor che quello,
Che fuor m'esce degli occhi,  il molto vino.
  E la saggia Penelope a rincontro:
Ospite, a me virt, sembianza, tutto
Rapito fu dagl'immortali, quando
Co' Greci ad Ilio navigava Ulisse:
S'ei, rentrando negli alberghi avti,
A reggere il mio stato ancor togliesse,
Ci mia gloria sarebbe, e belt mia.
Or le cure m'opprimono, che molte
Mandro a me gli abitator d'Olimpo.
Quanti ha Dulichio e Same e la selvosa
Zacinto, e la serena Itaca prenci,
Mi ambiscon ripugnante; e sottosopra
Volgon cos la reggia mia, che poco
Agli ospiti omai fommi e ai supplicanti
Veder, n troppo degli araldi io curo.
Io mi consumo, sospirando Ulisse.
Quei m'affrettano intanto all'abborrito
Passo, ed io contra lor d'inganni m'armo.
Pria grande a oprar tela sottile, immensa,
Nelle mie stanze, come un dio spirommi,
Mi diedi, e ai proci incontanente io dissi:
"Giovani, amanti miei, tanto vi piaccia,
Quando gi Ulisse tra i defunti scese,
Le mie nozze indugiar, ch'io questo possa
Lugubre ammanto per l'eroe Laerte,
Acciocch a me non pra il vano stame,
Prima fornir, che l'inclemente Parca
Di lunghi sonni apportatrice il colga.
Non vo' che alcuna delle Achee mi morda,
Se ad uom, che tanto avea d'arredi vivo,
Fallisse un drappo, in cui giacersi estinto".
A questi detti s'acchetro. Intanto
Io, finch il d splendea, l'insigne tela
Tesseva, e poi la distessea la notte,
Di mute faci alla propizia fiamma.
Un trennio cos l'accorgimento
Sfuggii degli Achei tutti, e fede ottenni.
Ma, giuntomi il quarto anno, e le stagioni
Tornate in s con lo scader de' mesi,
E de' celeri d compiuto il giro,
Clta da proci, per vilt di donne
Nulla di me curanti, alla sprovvista,
E gravemente improverata, il drappo
Condurre al termin suo dovei per forza.
Ora io n declinar le odiate nozze
So, n trovare altro compenso. A quelle
M'esortano i parenti, e non comporta
Che la sua casa gli si strugga il figlio,
Che ormai tutto conosce, e al suo retaggio
Intender pu, qual cui d gloria Giove.
Ad ogni modo la tua patria dimmi,
Dimmi la stirpe; d'una pietra certo
Tu non uscisti o d'una quercia, come
Suona d'altri nel mondo antica fama.
  O veneranda, le rispose Ulisse,
Donna del Laerzade, il mio lignaggio
Saper vuoi dunque? Io te l'insegno.  vero
Che augumento ne avran gli affanni miei,
Natural senso di chunque visse
Misero pellegrin molt'anni e molti
Dalla patria lontan: ma tu non cessi
D'interrogarmi, e satisfarti io voglio.
Bella e feconda sovra il negro mare
Giace una terra che s'appella Creta,
Dalle salse onde d'ogni parte attinta.
Gli abitanti v'abbondano, e novanta
Contien cittadi, e la favella  mista;
Poich vi son gli Achei, sonvi i nati
Magnanimi Cretesi ed i Cidon,
E i Dor in tre divisi, e i buon Pelasgi.
Gnosso vi sorge, citt vasta, in cui
Quel Minosse regn, che del Tonante
Ogni nono anno era agli arcani ammesso.
Ei gener Deucalone, ond'io,
Cui nascendo d'Etn fu posto il nome,
Nacqui, e nacque il mio frate Idomeno,
Di popoli pastor, che di virtute
Primo, non che d'et, co' degni Atridi
Ad Ilio and su le rostrate navi.
L vidi Ulisse, ed ospitali doni
Gli feci. A Creta spinto avealo un forte
Vento, che, mentr'ei pur vr la superba
Troia tendea, dalle Male lo svolse,
E il ferm nell'Amniso, ove lo speco
D'Ilitia s'apre in disastrosa piaggia,
S che scamp dalle burrasche appena.
Entrato alla citt, d'Idomeno,
Che venerando e caro egli chiamava
Ospite suo, cerc: se non che il giorno
Correa decimo o undecimo, che a Troia
Passato il mio fratello era sul mare.
Ma io l'addussi nel palagio, a cui
Nulla d'agi mancava, e dove io stesso
Quell'onor gli rendei ch'io seppi meglio.
E fu per opra mia che la cittade
Bianco pan, dolce vino e buoi da mazza,
I suoi compagni a rallegrar, gli diede.
Dodici d nell'isola restro,
Perch levato da un avverso nume
Imperversava un Aquilon s fiero,
Che a stento si reggea l'uomo sui piedi.
Quello il d terzodecimo al fin cadde;
E solcavan gli Achei l'onde tranquille.
  Cos fingea, menzogne molte al vero
Simili proferendo: ella, in udirle,
Pianto versava e distruggeasi tutta.
E come neve che su gli alti monti
Sbito vento d'occidente sparse,
Sciogliesi d'Euro all'improvviso fiato,
S che gonfiati al mar corrono i fiumi:
Tal si stemprava in lagrime, piangendo
L'uom suo diletto, che sedeale al fianco.
Della consorte lagrimosa Ulisse
Piet nell'alma risenta: ma gli occhi
Stvangli, quasi corno o ferro fosse,
Nelle palpebre immoti, e gli stagnava
Nel petto ad arte il ritenuto pianto.
  Ella, poich di lagrime fu sazia,
Cos ripigli i detti: Ospite io voglio
Far prova ora di te, se, qual racconti
Ulisse e i suoi tu ricettasti in Creta.
Dimmi: quai panni rivestanlo? e quale
Di lui, de' suoi compagni era l'aspetto?
  Rispose il ricco di consigli Ulisse:
Vigesim'anno  omai ch'egli da Creta
Si drizz a Troia, e il favellare, o donna,
Di s antica stagion duro mi sembra.
Io tutta volta ubbidir, per quanto
Potr sovra di s tornar la mente.
Un folto Ulisse avea manto velloso
Di porpora, cui doppio una sul petto
Fermaglio d'oro, e nel dinanzi ornava
Mirabile ricamo: un can da caccia
Tenea co' piedi anterori stretto
Vaio cerbiatto, e con aperta bocca
Sovra lui, che tremavane, pendea;
E stupa il mondo a rimirarli in oro
Effigati ambo cos, che l'uno
Soffoca l'altro e gi l'addenta, e l'altro
Fuggir si sforza e palpita ne' piedi.
In dosso ancora io gli osservai s molle
Tunica e fina s, qual di cipolla
Vidi talor l'inaridita spoglia,
E splendea, come il Sol; tal che di molte
Donne, che l'addocchir, fu maraviglia.
Ma io non so, se in Itaca gli stessi
Vestiti usasse, o alcun di quei che seco
Partiro su la nave, o in lor magioni
Viaggiante l'accolsero, donati
Gli avesse a lui: che ben voluto egli era,
E pochi l'agguagliro in Grecia eroi.
So che una spada del pi fino rame
E un bel manto purpureo, e una talare
Veste in dono io gli porsi, e all'impalcata
Nave il guidai, di riverenza in segno.
Araldo, che d'et poco il vincea,
L'accompagnava, alto di spalle e grosso,
Dov'io rappresentarlo a te dovessi,
Nero la cute ed i capelli crespo,
E chiamavasi Eurbate. Fra tutti
I suoi compagni l'apprezzava Ulisse,
Come pi di pensieri a s conforme.
  A queste voci maggior voglia in lei
Surse di pianto, conosciuti i segni
Che s chiari e distinti esporsi udiva.
Fermato il lagrimare: Ospite, disse,
Di piet mi sembrasti, e d'ora innanzi
Di grazia mi parrai degno e d'onore.
Io stessa gli recai dalla secreta
Stanza piegate le da te descritte
Vesti leggiadre, io nel purpureo manto
La sfavillante d'r fibbia gli affissi.
Or n vederlo pi, n accrlo in questa
Sua dolce terra sperar posso. Ahi crudo
Destin ben fu, che alla malvagia Troia,
Nome abborrito, su per l'onda il trasse!
  D'Ulisse, egli riprese, inclita donna,
Al bel corpo, che struggi, omai perdona,
N pi volerti macerar nell'alma,
L'uom tuo piangendo. Non gi ch'io ten biasmi
Ch ognuna spento quell'uom piange, a cui
Vergine si congiunse e diede infanti,
Bench diverso nel valor da Ulisse,
Che agli di somigliar canta la fama.
Ma resta dalle lagrime, e l'orecchio
Porgi al mio dir, che sar vero e intgro.
Io de' Tesprti tra la ricca gente
Ch'ei vive, intesi, e gi ritorna, e molti
Tesor, che qua e l raccolse, adduce.
 ver che perd il legno e i suoi compagni
Della Trinacria abbandonando i lidi,
Per la giusta di Giove ira e del Sole
Di cui morto que' folli avean l'armento.
Il mar, che tutti gl'inghiott, sospinse
Lui su gli avanzi della nave infranta
Al caro degli di popol Feace.
Costor di cuore il riverian qual nume,
Colmvanlo di doni, e in patria salvo
Ricondurre il volean: se non che nuove
Terre veder pellegrinando e molti
Tesori radunar, pi saggio avviso
Parve all'eroe d'accorgimenti mastro,
E cui non v'ha chi di saver non ceda.
Cos a me de' Tesprti il re Fidone
Disse e giurava, in sua magion libando,
Che varata la barca era, e parati
Quei che dovean ripatrarlo. Quindi
Mi conged: ch per Dulichio a sorte
Le vele alzava una Tesprozia nave.
Ma ei mostrommi in pria quanto avea Ulisse
Raccolto errando, e che una casa intera
Per dieci etadi a sostener bastava.
Poi soggiungeami, che a Dodona ir volle,
Giove per consultare, e udir dall'alta
Quercia indovina, se ridursi ai dolci
Campi d'Itaca sua dopo s lunga
Stagion dovesse alla scoperta, o ignoto.
Salvo  dunque e vicin; n dagli amici
Disgiunto e schiuso dalle avite mura
Gran tempo rimarr. Vuoi tu ch'io giuri?
Prima il Saturnio in testimonio io chiamo,
Sommo tra i numi ed ottimo, e d'Ulisse
Poscia il sacrato focolar, cui venni:
Tutto, qual dico, seguir dee. Quest'anno,
L'uno uscendo de' mesi o entrando l'altro,
Varcher Ulisse le paterne soglie.
  Oh s'avveri! Penelope rispose.
Tai dell'affetto mio pegni tu avresti,
Che quale, o forestiero, in te con gli occhi
Dsse, dira: "Vedi mortal beato!"
Ma altro io penso, e quel ch'io penso, fia:
N riedere il consorte, n tu scorta
Impetrerai; ch non v'ha pi un Ulisse
Qui, se pur v'era un giorno e non fu sogno,
Un Ulisse non v'ha, che i venerandi
Ospiti accr nel suo real palagio
Sappia ed accommiatarli. Or voi mie donne
Lavate i piedi allo straniero, e un denso
Di coltri e vesti e splendidi mantelli
Letto gli apparecchiate, ov'ei corcato
Tutta notte si scaldi in sino all'alba.
L'alba comparsa in orente appena,
Voi tergetelo e ungetelo; ed ei mangi
Seduto in casa col mio figlio, e guai
De' servi a quel che ingiurarlo ardisse!
Ufficio pi non gli sar commesso,
Per cruccio ch'ei mostrassene. Deh come
Sapresti, o forastier, ch'io l'altre donne
Vinco, se vinco, di bontate e senno,
Mentre di cenci e di squallor coverto
Pasteggiar ti lasciassi entro l'albergo?
Cose brevi son gli uomini. Chi nacque
Con alma dura e duri sensi nutre,
Le sventure a lui vivo il mondo prega,
E il maledice morto. Ma se alcuno
Ci che v'ha di pi bello ama ed in alto
Poggia con l'intelletto, in ogni dove
Gli ospiti portan la sua gloria, e vola
Eterno il nome suo di bocca in bocca.
  Saggia del figlio di Laerte donna,
Ripigli Ulisse, le vellose vesti
Cadeanmi in odio ed i superbi manti,
Da quel d che su nave a lunghi remi
Lasciai di Creta i nevicosi monti.
Io giacer, qual pur solea, passando
Le intere notti insonne. Oh quante notti
Giacqui in sordido letto, e dell'Aurora
Mal corcato affrettai la sacra luce!
N a me de' piedi la lavanda piace:
N delle donne, che ne' tuoi servigi
Spendonsi, alcuna toccher il mio piede,
Se non  qualche annosa e onesta vecchia,
Che al par di me sofferto abbia a' suoi giorni
A questa il piede non disdirei toccarmi.
  E l'egregia Penelope di nuovo:
Ospite caro, pellegrin di senno
Non capit qua mai ch di te al core
Mi s'accostasse pi, di te, che in modo
Leggiadro esprimi ogni prudente senso.
Una vecchia ho, molto avvisata e scorta,
Che nelle braccia sue quell'infelice
Raccolse uscito del materno grembo,
E buon latte gli dava ed il crescea.
Ella, bench di vita un soffio in lei
Rimanga sol, ti laver le piante.
Via, fedele Euricla, sorgi e a chi d'anni
Pareggia il tuo signor, le piante lava.
Tal ne' piedi vederlo e nelle mani
Parmi in qualche da noi lontana parte:
Ch ratto l'uom tra le sciagure invecchia.
  Euricla con le man coperse il volto
E vers calde lagrime, e dolenti
Parole articol: Me sventurata,
Figlio, per amor tuo! Pi che altri al mondo,
Te, che nol merti, odia il Saturnio padre.
Tanti non gli arse alcun floridi lombi,
Tante ecatombe non gli offerse, come
Tu, di giunger pregandolo a tranquilla
Vecchiezza, e un prode allevar figlio; ed ecco
Che del ritorno il d Giove ti spense.
O buon vegliardo, allor che a un alto albergo
D'alcun signor lontano ei pellegrino
S'appresser, l'insulteran le donne,
Qual te insultro tutte queste serpi,
Da cui, l'onte schivandone e gli oltraggi,
Venir tocco ricusi; ed a me quindi
La figlia saggia del possente Icario
Tal ministero impon, che non mi grava.
Io dunque il compier, s per amore
Della reina, e s per tuo: ch forte
Commossa dentro il sen l'alma io mi sento.
Ma tu ricevi un de' miei detti ancora:
Fra molti grami forestier, che a questa
Magion s'avvicinro, un sol, che Ulisse
Nella voce, ne' piedi, in tutto il corpo,
Somigliasse cotanto io mai nol vidi.
  Vecchia, rispose lo scaltrito eroe,
Cos chunque ambo ci scrse, afferma:
Correr tra Ulisse e me, qual tu ben dici,
Somiglianza cotal, che l'un par l'altro.
  L'ottima vecchia una lucente conca
Prese, e molta fredd'acqua entro versovvi
E su vi sparse la bollente. Ulisse,
Che al focolar sedea, vr l'ombra tutto
Si gir per timor, non Euricla
Scorgesse, brancicandolo, l'antica
Margine ch'ei portava in su la coscia,
E alla sua fraude si togliesse il velo.
Euricla nondimen, che gi da presso
Fatta gli s'era ed il suo re lavava,
Il segno ravvis della ferita
Dal bianco dente d'un cinghiale impressa
Sul monte di Parnaso; e ci fu, quando
Della sua madre al genitor famoso
Garzone and ad Autolico, che tutti
Del rapir vinse e del giurar nell'arti,
Per favor di Mercurio, a cui s grate
Cosce d'agnelli ardeva e di capretti,
Che ogni suo passo accompagnava il nume.
  Autolico un d venne all'Itacese
Popolo in mezzo e alla citt, che nato
Era di poco alla sua figlia un figlio.
Questo Euricla su le ginocchia all'avo
Dopo il convito pose, e feo tai detti:
Autolico, tu stesso il nome or trova
Da imporre in fronte al grazoso parto,
Per cui stancasti co' tuoi voti i numi.
E prontamente Autolico in risposta:
Genero e figlia mia, quel gl'imporrete
Nome, ch'io vi dir. D'uomini e donne
Su l'altrce di molti immensa terra
Spavento io fui: dunque si chiami Ulisse.
Io poi, se, di bambin fatto garzone,
Nel superbo verr materno albergo
Sovra il Parnaso, ove ho le mie ricchezze,
Doni gli porger, per cui pi lieto
Discender da me che a me non salse.
A ricevere Ulisse and tai doni,
E Autolico l'accolse ed i suoi figli,
Con amiche parole e aperte braccia;
E l'avola Anfita, strettolo al petto,
Il capo ed ambi gli baci i begli occhi.
Ai figli il padre comand, n indarno,
La mensa: un bue di cinque anni menaro,
Lo scoir, l'acconcir, tutto il partiro;
E i brani, che ne fur con arte fatti,
Negli schidoni infissero, e ugualmente
Li dispensr, domi che gli ebbe il foco.
Cos tutto quel d d'ugual per tutti
Prandio godean sino all'occaso. Il sole
Caduto e apparsa della notte l'ombra,
La dolcezza provr, cui reca il sonno.
Ma come figlia del mattin l'Aurora
Si mostr in ciel ditirosata e bella,
I figliuoli d'Autolico ed Ulisse
Con molti cani a una gran caccia usciro.
La vestita di boschi alta montagna
Salgono, e in breve tra i ventosi gioghi
Veggonsi di Parnaso. Il sol recente,
Dalle placide sorto acque profonde
Dell'Ocen, su i rugiadosi campi
Saettava i suoi raggi, e i cacciatori
Scendeano in una valle: innanzi i cani
Ivan, fiutando le salvatic'orme,
E co' figli d'Autolico, pallando
Una lancia, che lunga ombra gittava,
Tra i cani e i cacciatori andava Ulisse.
Smisurato cinghiale in cos folta
Macchia giacea, ch di venti acquosi
Forza, n raggio mai d'acuto sole
La percoteva, n le piogge affatto
V'entravano: copra di secche foglie
Gran dovizia la terra. Il cinghial fiero,
Che al calpesto, che gli sonava intorno,
Appressare ognor pi senta la caccia,
Sbuc del suo ricetto, e orribilmente
Rizzando i peli della sua cervice,
E con pregni di foco occhi guatando,
Stette di contra. Ulisse il primo, l'asta
Tenendo soprammano, impeto fece
In lui, ch'ei d'impiagare ardea di voglia:
Ma la fera prevennelo, ed il colse
Sovra il ginocchio con un colpo obliquo
Della gran sanna e ne rap assai carne;
N per della coscia all'osso aggiunse.
Ferilla Ulisse allor nell'omer destro,
Dove il colpo assest: scese profonda
L'aguzza punta della fulgid'asta;
E il mostro su la polvere cad,
Mettendo un grido e ne vol via l'alma.
Ma d'Autolico i figli a Ulisse tutti
Travagliavansi intorno: acconciamente
Fascir la piaga, e con possente incanto
Il sangue ne arrestro, e dell'amato
Padre all'albergo il trasportaro in fretta.
Sanato appieno e di bei doni carco,
Contenti alla cara Itaca contento
Lo rimandaro. Il padre suo Laerte
E la madre Anticla gioan pur troppo
Del suo ritorno; e il richiedean di tutto,
E pi della ferita; ed ei narrava,
Come, invitato a una silvestre guerra
Da' figliuoli dell'avo, il bianco dente
Piagollo d'un cinghial sovra il Parnaso.
  Tal cicatrice l'amorosa vecchia
Conobbe, brancicandola, ed il piede
Lasci andar gi: la gamba nella conca
Cadde, ne rimbomb il concavo rame,
E pieg tutto da una banda; e in terra
L'acqua si sparse. Gaudio a un'ora e duolo
La prese, e gli occhi le s'empir di pianto,
E in uscir le torn la voce indietro.
Proruppe al fin, prendendolo pel mento:
Caro figlio, tu sei per certo Ulisse,
N io, n io ti ravvisai, che tutto
Pria non avessi il mio signor tastato.
  Tacque; e guard Penelope, volendo
Mostrar che l'amor suo lungi non era.
Ma la reina n veder di contra
Poteo, n mente por: che Palla il core
Le torse altrove. Ulisse intanto strinse
Con la man destra ad Euricla la gola,
E a s tirolla con la manca, e disse:
Nutrice, vuoi tu perdermi? Tu stessa,
S, mi tenesti alla tua poppa un giorno,
E nell'anno ventesimo, sofferte
Pene infinite, alla mia patria io venni.
Ma, poich mi scopristi, e un dio s volle,
Taci, e di me qui dentro altri non sappia:
Per ch'io giuro, e non invan, che s'io
Con l'aiuto de' numi i proci spegno,
N da te pur, bench mia balia, il braccio,
Che l'altre donne uccider, ritengo.
  Figlio, qual mai dal core os parola
Salirti in su le labbra? ella riprese.
Non mi conosci tu nel petto un'alma
Ferma ed inespugnabile? Il segreto
Io serber, qual dura selce o bronzo.
Ci senti ancora, e tel rammenta: dove
Spengan gli di per la tua mano i proci
Delle donne in palagio ad una ad una
Qual t'ingiuria io dirotti, e qual t'onora.
  Nutrice, del tuo indizio uopo non havvi,
Ripigli Ulisse, io per me stesso tutte
Le osserver, conoscerolle: solo
Tu a tacer pensa, e lascia il resto ai numi.
  La vecchia tosto per nuov'acqua usco,
Sparsa tutta la prima. Asterso ch'ebbe
Ulisse ed unto, ei nuovamente al foco,
Calde aure a trarne, s'accost col seggio,
E co' panni la margine coverse.
E Penelope allor: Brevi parole,
Ospite, ancora. Gi de' dolci sonni
Il tempo  giunto per color, cui lieve
Doglia consente il ricettarli in petto.
Ma doglia a me non lieve i numi diero.
Finch riluce il d, solo ne' pianti
Piacere io trovo e ne' sospiri, mentre
Guardo ai lavori dell'ancelle e a' miei.
La notte poi, quando ciascun s'addorme,
Che val corcarmi, se le molte cure
Crudele intorno al cor muovonmi guerra?
Come allor che di Pndaro la figlia,
Ne' giorni primi del rosato aprile,
La fioriscente Filomela, assisa
Degli arbor suoi tra le pi dense fronde,
Canta soavemente, e in cento spezza
Suoni diversi la instancabil voce;
Iti, che a Zeto partor, piangendo,
Iti caro, che poi barbara uccise
Per insania, onde pi s non conobbe:
Non altrimenti io piango, e l'alma incerta
In questa or piega ed ora in quella parte,
S'io stia col figlio, e intgro serbi il tutto,
Le sostanze, le serve e gli alti tetti,
Del mio consorte rispettando il letto,
E del popol le voci; o quello io siegua
Degli Achei tra i miglior, che alle mie nozze,
Doni infiniti presentando, aspira.
Sino a tanto che il figlio era di senno,
Come d'et, fanciullo ancor, lasciata
Questa io mai non avrei per altra casa:
Ma or ch'ei crebbe, e della pubertade
Gi la soglia tocc, men priega ei stesso
Non potendo mirar lo strazio indegno
Che di lui fan gli Achivi. Or tu, su via,
Spiegami un sogno, ch'io narrarti intendo.
Venti nella mia corte oche nutrisco,
E di qualche diletto emmi il vederle
Coglier da limpid'acqua il biondo grano.
Mentr'io le osservo, ecco dall'alto monte
Grande aquila calar curvorostrata,
Frangere a tutte la cervice, tutte
L'una su l'altra riversarle spente.
E risalir vr l'etere divino.
Io mettea lai, bench nel sogno, e strida,
E le nobili Achee dal crin ricciuto
Venano a me, che miserabilmente
L'oche plorava dall'aguglia morte,
E a me intorno affollavansi. Ma quella,
Rivolando dal ciel, su lo sporgente
Tetto sedeasi, e con umana voce:
"Ti accheta", diceami, "e spera, o figlia
Del gloroso Icario: un vano sogno
Questo non , ma vison verace
Di ci che seguir. Nell'oche i proci"
Ravvisa, e in queste d'aquila sembianze
Il tuo consorte, che al fin venne, e tutti
Stender nel lor sangue a terra i proci.
Tcquesi: ed il sonno abbandonommi, ed io,
Gittando gli occhi per la corte, vidi
Le oche mie, che nel trugolo, qual prima,
I graditi frumenti ivan beccando.
  Donna, rispose di Laerte il figlio,
Altramente da quel che Ulisse feo
Non lice il sonno interpretar: l'eccidio
Di tutti i proci manifesto appare.
  E la saggia Penelope: Non tutti,
Ospite, i sogni investigar si ponno.
Scuro parlano e ambiguo, e non risponde
L'effetto sempre. Degli aerei sogni
Son due le porte, una di corno, e l'altra
D'avorio. Dall'avorio escono i falsi,
E fantasmi con s fallaci e vani
Portano: i veri dal polito corno,
E questi mai l'uom non iscorge indarno.
Ah! creder non poss'io che quinci uscisse
L'immagin fiera d'un evento, donde
Tanta verrebbe a me gioia e al mio figlio.
Ma odi attento i detti miei. Gi l'Alba,
Che rimuover mi dee da questi alberghi,
Ad apparir non tarder. Che farmi?
Un giuoco io propor vo'. Dodici pali,
Quai puntelli di nave, intorno a cui
Va del fabbro la man, piantava Ulisse
L'un dietro all'altro con anelli in cima;
Ed ei, lunge tenendosi, spingea
Per ogni anello la pennuta freccia.
Io tal cimento proporr. Chi meglio
Tender l'arco sapr fra tutti i proci,
E d'anello in anello andar col dardo,
Lui seguir non ricuso, abbandonando
Questa s bella e ben fornita e ricca
Magion de' miei verd'anni, ond'anche in sogno
Dovermi spesso ricordare io penso.
  O veneranda, ripigliava Ulisse,
Donna del Laerzade, una tal prova
Punto non differir: pria che un de' proci
Questo maneggi arco lucente, e il nervo
Ne tenda e passi pe' ritondi ferri,
Ti s'offrir davante il tuo consorte.
  E Penelope al fine: Ospite, quando,
Vicino a me sedendoti, il diletto
Protrar della tua voce a me volessi,
Non mi cadrebbe su le ciglia il sonno.
Ma non pu sempre l'uom vivere insonne:
Ch legge a tutto stabilro e meta
Su la terra fruttifera gli eterni.
Io, nelle stanze alte salita, un letto
Premer, che divenne a me lugubre
Dal d che Ulisse il canape funesto
Per la nemica sciolse infanda Troia.
Tu nel palagio ti riposa, e a terra
Sdriati, o, se ti piace, a te le mie
Donne apparecchieran, dove corcarti.
  La Regina, ci detto, alle superne
Mont sue stanze, e non gi sola; ed ivi
Sino a tanto piangea l'amato Ulisse,
Che un dolce sonno sovra lei spargesse
La cilestra negli occhi augusta diva.



LIBRO VENTESIMO


  Il magnanimo figlio di Laerte
Giacea nell'atrio. Una recente pelle
Steso aveasi di bue con altre molte
Di pingui agnelle, dagl'ingordi Achei
Sacrificate; e d'un velloso manto
Lui gi corcato Eurnome coverse.
Qui co' pensieri suoi l'eroe vegliava,
Sventure ai proci divisando. Intanto
Le ancelle, che soleano ai proci darsi,
Usciro di lor camere, in gran riso
Prorompendo tra loro e in turpe gioia.
Ei forte l'alma si senta commossa,
E bilanciava, se avventarsi, e tutte
Porle a morte dovesse in un istante,
O consentir che per l'estrema volta
Delinquesser le tristi; e in s fremea.
E come allor che ai cagnolini intorno
Gira la madre, e, se un ignoto spunta,
Latra e brama pugnar: non altrimenti
Egli, che mal pata l'opre nefande,
Alto fremea nel generoso petto.
Pur, battendosi l'anca e rampognando
Egli stesso il suo cor: Soffri, gli disse,
Tu che assai peggior male allor soffristi
Che il Ciclope fortissimo gli amici
Mi divorava. Tollerar sapesti,
Finch me fuor dell'antro il senno trasse
Quand'io gi della vita era sull'orlo.
  Ei cos i moti reprimea del core
Che ne' recinti suoi cheto si stette.
Non lasciava per su l'un de' fianchi
Di voltarsi o sull'altro, a quella guisa
Che pien di sangue e d'dipe ventriglio
Uom, che si strugge di vederlo incotto,
D'un gran foco all'ardor volge e rivolge.
Su questo ei si voltava o su quel fianco,
Meditando fra s, come potesse
Scagliarsi al fin contra i malnati prenci,
Contra molti egli solo; ed ecco, scesa
Di cielo, a lui manifestarsi, in forma
D'una mortale, l'Atena Minerva.
Stettegli sovra il capo, e tai parole
Gli volse: O degli umani il pi infelice,
Perch i conforti rifiutar del sonno?
Sei pur nel tuo palagio, appo la fida
Tua donna, e al fianco d'un figliuolo, a cui
Vorrano aver l'uguale i padri tutti.
  Il ver parlasti, o dea, rispose Ulisse:
Se non che meco io mi consiglio, come
Scagliarmi ai proci svergognati incontro,
Mentre in folla ognor son quelli, ed io solo.
In oltre io penso, e ci pi ancor mi turba,
Che, quando col favore anco m'avvenga
Del Tonante e col tuo, cacciarli a Dite;
Non so dove sottrarmi a quella turba
Che vengiarli vorr. Tu questo libra.
  Tristo! riprese la negli occhi Azzurra,
L'uomo a un compagno suo crede, a un mortale
Peggior di s talvolta e meno esperto,
E tu non a me diva, e a me, che in ogni
Travaglio tuo sempre ti guardo? Sappi,
Che se cinquanta d'uomini parlanti
Fosserci intorno pugnatrici schiere,
Sparsi per la campagna i greggi loro
Tua preda diverrano e i loro armenti.
Chtati, e il sonno nel tuo sen ricevi:
Ch vegliando passar la notte in guardia
Troppo  molesto. Uscirai fuor tra poco
Da tutti senza dubbio i mali tuoi.
Disse, e un sopor dolcissimo gl'infuse:
N pria le membra tutte quante sciolte
Gli vide, e sgombra d'ogni affanno l'alma
Che all'Olimpo torn l'inclita diva.
  Ma il sonno sen fugg dagli occhi a un tratto
Della reina, che gi sovra il molle
Letto sedeasi e ricadea nel pianto.
Come sazia ne fu, calde a Dana
Preghiere alz la sconsolata donna:
O del Saturnio figlia, augusta dea.
Deh! nel mio seno un de' tuoi dardi scocca,
E ratto poni in libert quest'alma,
O mi rapisca il turbine, e trasporti
Per l'aria, e nelle rapide correnti
Dell'Ocen retrogrado mi getti.
Cos gi le Pandridi spariro,
Che per voler de' numi, alla lor madre
Crucciati e al padre, nella mesta casa
Orfanelle rimaste erano e sole;
Venere le nutr di dolce mele,
Di vin soave e di rappreso latte:
Senno e beltade sovra ogni altra donna
Giuno compart loro, Artemi un'alta
Statura, ed ai lavori i pi leggiadri
Mano e intelletto la gran dea d'Atene.
Gi Venere d'Olimpo i gioghi eccelsi
Montato avea, per dimandar le nozze
Delle fanciulle al fulminante Giove,
Che nulla ignora e i tristi eventi e i lieti
Conosce de' mortali, e quelle intanto
Dalle veloci Arpie fro rapite,
E in bala date alle odose Erinni.
Cosi d'Itaca me tolgano i numi,
O d'un de' dardi suoi l'orocrinita
Dana mi ferisca; ond'io ritrovi,
Bench ne' regni della morte, Ulisse,
E del mio maritaggio uom non rallegri,
Che di lui fia tanto minore. Ahi lassa!
Ben regger puossi la pi ria sventura,
Quando, passati lagrimando i giorni,
Le notti almen ci riconforta il sonno,
Che su i beni l'obblo sparge e su i mali.
Ma sogni a me fallaci un nume inva:
E questa notte ancor mi si corcava
Da presso il mio consorte in quel sembiante
Che avea nel d che su la nave ascese.
Tacque; e sul trono d'r l'Aurora apparve.
  Ulisse ud le lagrimose voci,
Ed in sospetto entr, che fatta accorta
Di lui si fosse, e gi pareagli al capo
Vedersela vicina. Alzossi, e il manto
E i cuoi, tra cui giacea, raccolse e pose
Sovra una sedia, e la bovina pelle
Fuor port del palagio. Indi, levate
Le mani, a Giove supplicava: O Giove
Padre e di tutti, che per terra e mare
Me dopo tanti affanni al patrio nido
Riconduceste, un lieto augurio in bocca
Mettete ad un di quei che nell'interno
Vgghiano; e all'aria aperta un tuo prodigio
Giove, mi mostra. Cos orando, disse.
  Udillo il sommo Giove, e incontanente
Dal sublime ton lucido Olimpo
E l'eroe giubilonne. Al tempo istesso
Donna, che il grano macinava, detti
Presghi gli mand, donde non lungi
Del pastor delle genti eran le mole,
Dodici donne con assidua cura
Giravan ciascun d dodici mole
E in bianca polve que' frumenti ed orzi
Riducean, che dell'uom son forza e vita.
Le altre dorman dopo il travaglio grave:
Ma quella, cui reggean manco le braccia,
Compiuto non l'avea. Costei la mola
Ferm di botto, e feo volar tai voci,
Che segnale al re fro: O padre Giove,
Degli uomini signore e degli di,
Forte tonasti dall'eterea volta,
E non v'ha nube. Tal portento  al certo
Per alcun de' mortali. Ah! le preghiere
Anco di me infelice adempi, o padre;
Cessi quest'oggi nella bella sala
Il disonesto pasteggiar de' proci,
Che di fatica m'hanno e di tristezza
Presso un grave macigno omai consunta.
L'ultimo sia de' lor banchetti questo!
  Della voce allegravasi e del tuono
L'illustre figlio di Laerte, e l'alta
Gi in pugno si tenea giusta vendetta.
  L'altre fantesche raccoglieansi intanto,
E un foco raccendean vivo e perenne.
Ma il deiforme Telemaco di letto
Surse, vest le giovanili membra,
L'acuto brando all'mero sospese,
Leg sotto i pi molli i bei calzari,
E una valida strinse asta nodosa
Con fino rame luminoso in punta.
Giunto alla soglia, s'arrest col piede
E ad Euricla parl: Cara nutrice,
Il trattaste voi ben di cibo e letto
L'ospite? O forse non curato giacque?
Anco la madre mia, bench s saggia,
Sfallisce in questo: chi  men degno, onora,
E non cura onorar chi pi sel merta.
  Ed Euricla: Figliuol, non incolparmi
La innocente tua madre. A suo piacere
Bevea l'ospite assiso; e quanto all'esca,
Domandato da lei, disse, mestieri
Non ne aver pi. Come appressava l'ora
Del riposo e del sonno, apparecchiargli
C'impose un letto: ma i tappeti molli
Rifiut, qual chi vive ai mali in grembo.
Corcossi nel vestibolo su fresca
Pelle di tauro e cuoi d'agnelli: noi
D'una vellosa clamide il coprimmo.
  Telemaco, ci udito, usca dell'alte
Stanze, al foro per ir, con l'asta in mano;
E due seguanlo pieveloci cani.
Col gli Achei dagli schinieri egregi
Raccolti l'attendean: mentre l'antica
D'Opi di Pisenr figlia, le ancelle
Stimolando: Affrettatevi, dicea,
Parte a nettar la sala e ad inaffiarla,
E le purpuree su i ben fatti seggi
Coverte a dispiegar; parte le mense
Con le umide a lavar forate spugne
E i vasi a ripolire e i lavorati
Nappi ritondi; ed al profondo fonte
Parte andate per l'acqua, e nel palagio
Recatela di fretta. I proci molto
Non tarderan: sollecitar li dee
Questo d, che festivo a tutti splende.
  Tutti ascoltro ed ubbidro. Venti
Al fonte s'avvr dalle nere acque:
L'altre gli altri compieano interni uffici.
Vennero i servi degli Achivi, e secche
Legna con arte dividean; le donne
Venner dal fonte; venne Eumo, guidando
Tre, della mandra fior, nitidi verri,
Che nel vasto cortil pascer lasciava.
Quindi, fermate nel suo re le ciglia:
Vecchio, imparro a rispettarti forse,
O, disse, a t'oltraggiar seguon gli Achei?
  Eumo, rispose il re, piacesse ai numi
Questa gente punir, che nell'altrui
Magion rei fatti, ingiurando, pensa,
E dramma di pudor non serba in petto!
  Cos tra lor dicean, quando il capraio
Co' pi bei della greggia eletti corpi,
L'avido ventre a rempir de' proci,
Giunse, Melanzio; e seco due pastori.
Ei le capre leg sotto il sonante
Portico, e morse nuovamente Ulisse:
Stranier, molesto ci sarai tu ancora,
Mendicando da ognun? Fuori una volta
Non uscirai? Difficilmente, io credo,
Noi ci dividerem, che l'un dell'altro
Assaggiate le man non abbia in prima:
Per che tu villanamente accatti.
Altra mensa in citt dunque non fuma?
  Nulla l'offeso eroe: ma sol crollava
Tacitamente il capo, e la risposta,
Che far con la man, tra s volgea.
  Filezio in quella sopraggiunse terzo,
Grassa vacca menando e pingui capre,
Cui traghett su passeggiera barca
Gente di mar, che a questa cura intende.
Le avvinse sotto il portico, e, vicino
Fattosi a Eumo, l'interrogava: Eumo,
Chi  quello stranier che ai nostri alberghi
Test arriv? Quali esser dice, e dove
La sua terra nativa e i padri suoi?
Lasso! un monarca egli mi sembra in vista.
Certo piace agli di metter nel fondo
Delle sventure i vandanti, quando
Si destina da loro ai re tal sorte.
Disse, e appressando il forestiero e a lui
La man porgendo: Ospite padre, salve!
Soggiunse: almen, se nella doglia or vivi,
Sorganti pi sereni i giorni estremi!
Giove, qual mai di te nume pi crudo,
Che alla fatica e all'infortunio in preda
Lasci i mortali, cui la vita desti?
Freddo sudor bagnommi e mi s'empiro
Gli occhi di pianto, immaginando Ulisse,
Cui veder parmi con tai panni in dosso
Tra gli uomini vagar, se qualche terra
Sostienlo ancora, e gli risplende il Sole.
Sventurato di me! L'inclito Ulisse
A me fanciullo delle sue giovenche
La cura di ne' Cefalleni campi;
Ed io s le guardai, che in infinito
L'armento crebbe dalle larghe fronti.
Questo sul mare trasportar per esca
Deggio a una turba di signori estrani,
Che n guarda al figliuol, n gli di teme:
Mentre de' beni del mio sir lontano
La parte, cui finor perdon il dente,
Con gli occhi ella divora e col deso.
Ora io stommi fra due: perch rea cosa
Certo sara, vivo il figliuolo, a un'altra
Gente con l'armento ir; ma d'altra parte
Pesami fieramente appo una mandra
Restar, che a me divenne omai straniera.
E se non fosse la non morta speme
Che quel misero rieda e sperda i proci,
Io di qualche magnanimo padrone
Gi nella corte riparato avrei:
Ch tai cose durar pi non si ponno.
  E l'eroe s gli rispondea: Pastore,
Poich malvagio non mi sembri e stolto,
E senno anche dimostri, odi i miei detti,
E il giuramento che su questi siede.
Io pria tra i numi in testimonio Giove,
E la mensa ospital chiamo, e d'Ulisse
Il venerando focolar, cui venni:
Giunger il figlio di Laerte, e all'Orco
Precipitar gli usurpatori proci
Vedranlo, se tu vuoi, gli occhi tuoi stessi.
  Ospite, questo il Saturnde adempia,
Replic il guardan: vedresti, come
Intrepido seguir del mio signore
La giusta ira io saprei. Tacque; ed Eumo
S'una con esso, e agl'immortali tutti
Pel ritorno del re preghiere fea.
  Morte intanto a Telemaco s'orda
Dai proci.  ver che alla sinistra loro
Un'aquila comparve altovolante,
Che avea colomba trepida tra l'ugne.
Tosto Anfinomo sorse, e: Amici, disse,
Lasciam da un lato la cruenta trama,
Cui pi che invan, si pensa; ed il convito
Ci sovvenga pi presto. E il detto piacque.
I proci entraro nel palagio, e i manti
Sovra i seggi deposero: le pingui
Capre e i montoni s'immolaro, corse
De' verri il sangue, e la buessa, onore
Dell'armento, cad. Fro spartite
Le abbrustolate viscere, e mesciuto
Nell'urne il rosso vino. Eumo le tazze,
Filezio i pani dispens ne' vaghi
Canestri: ma dall'urne il buon licore
Melanzio nelle citole versava.
E gi i prenci volgeano all'apprestate
Mense il pensier, quando d'Ulisse il figlio,
Non senza un suo perch, seder fe' il padre
Presso il marmoreo limitar, su rozzo
Scanno ed a picciol desco; e qui una parte
Gl'imband delle viscere, e gl'infuse
Vermiglio vino in tazza d'oro, e tale
Parl: Tu pur siedi co' prenci, e bevi.
Io dalle lingue audaci e dalle mani
Ti schermir: ch non  questo albergo
Pubblico, ma d'Ulisse, ed a me solo
Egli acquistollo. E voi frenate, o proci,
Le man, non che le lingue, onde contesa
Qui non s'accenda e subitana rissa.
  Strinser le labbra, ed inarcr le ciglia.
Ed Antnoo cos: La minacciosa,
Compagni, di Telemaco favella,
Per molesta che sia, durarla vuolsi.
Giove il protegge: ch altramente imposto,
Bench canoro arringator, gli avremmo
Silenzio eterno da gran tempo. Disse;
E il dispregi Telemaco, e si tenne.
  Gi i banditori l'ecatombe sacra
Degli di conducean per la cittade,
E raccoglieansi i capelluti Achivi
Sotto il bosco frondifero d'Apollo,
Di cui per cotanto aere il dardo vola.
E al tempo stesso, incotte omai le carni,
Nel palagio d'Ulisse, e dagli acuti
Schidoni tratte, e poi divise in brani,
L'alto vi si tenea prandio solenne.
Parte uguale con gli altri anco ad Ulisse
Fu posta innanzi dai ministri, come
Volle il caro figliuol: n degli oltraggi
Per Minerva consenta che i proci
Rimettessero un punto, acciocch al Rege
L'ira pi addentro penetrasse in petto.
V'era tra loro un malvagio uom, che avea
Nome Ctesippo, e dimorava in Same.
Costui, fidando ne' tesor paterni,
La consorte del re con gli altri ambiva.
Surse, e tal favell: Proci, ascoltate.
Il forestier, qual convenasi, ottenne
Parte uguale con noi. Chi mai vorra
Di Telemaco un ospite fraudarne,
Chunque fosse? Ora io di fargli intendo
Un nobil don, ch'egli potr in mercede
Dar poscia o al bagnaiuolo, o a qual tra i servi
Gli piacer dell'immortale Ulisse.
  Cos dicendo, una bovina zampa
Lev su da un canestro, e con gagliarda
Mano avventolla. L'inconcusso eroe
Sfuggilla, il capo declinando alquanto,
Ed in quell'atto d'un cotal suo riso
Sardonico ridendo; e il pi del bue
A percuotere and nella parete.
Meglio d'assai per te, che nol cogliesti,
S Telemaco allora il tracotante
Ctesippo rabbuff: meglio, che il colpo
L'oste schivasse; per ch'io nel mezzo
Del cor senz'alcun dubbio un'asta acuta
T'avrei piantata, e delle nozze in vece
Celebrate t'avra l'esequie il padre.
Fine dunque agl'insulti. Io pi fanciullo
Non son, tutto m' noto, ed i confini
Segnar del retto e del non retto, io valgo
Credete voi ch'io soffrirei tal piaga
Nelle sostanze mie, se forte troppo
Non fosse impresa il frenar molti a un solo?
Su via, cessate dall'offese, o, dove
Sete del sangue mio l'alme vi pugna,
Prendetevi il mio sangue. Io ci pria voglio.
Che veder ciascun giorno opre s indegne:
I forestieri dileggiati e spesso
Battuti, e nello splendido palagio
Contaminate, oh reit! le ancelle.
  Tutti ammutiro, e sol, ma tardi molto,
Favell il Damastride Agelao:
Nobili amici, a chi parl con senno,
Nessun risponda ingiurioso e avverso;
N forestier pi si percuota, o altr'uomo
Che in corte serva del divino Ulisse.
Io poi dar a Telemaco e alla madre
Util consiglio con parole blande,
Se in cor loro entrer. Finch speranza
Del ritorno d'Ulisse a voi fioriva,
Gl'indugi perdonare ed i pretesti
Vi si poteano, e il trarre in lungo i proci:
Ch, quando apparsa la sua faccia fosse,
Di prudenza lodati avravi il mondo.
Ma chiaro parmi che pi in man d'Ulisse
Il ritorno non . Trova la madre
Dunque e la pressa tu, che a quel de' proci,
Che ha pi virtude e pi doni offre, vada:
Onde tu rentrar ne' beni tutti
Del padre possa, e alla tua mensa in gioia,
Non che in pace, seder, mentre la madre
Del nuovo sposo allegrer le mura.
  E il prudente Telemaco: Per Giove,
Rispose e per li guai del padre mio,
Ch'erra o per, dalla sua patria lunge,
Ti protesto, Agelao, ch'io della madre
Non indugio le nozze, anzi la esorto
Quello a seguir che pi le aggrada, ed offre
Doni in copia maggior: ma i Dii beati
Tolgan che involontaria io la sbandisca
Da queste soglie con severi accenti.
  Disse, e Minerva inestinguibil riso
Dest ne' proci e ne travolse il senno.
Ma il riso era stranier su quelle guance:
Ma sanguigne inghiottan delle sgozzate
Bestie le carni, e poi dagli occhi a un tratto
Sgorgava loro un improvviso pianto,
E di prevista disventura il duolo
Ne' lor petti regnava. E qui levossi
Teoclimno, il gran profeta, e disse:
Ah miseri, che veggio? E qual v'incontra
Caso funesto? Al corpo intorno, intorno
D'atra notte vi gira al capo un nembo.
Urlo fiero scoppi; bagnansi i volti
D'involontarie lagrime; di sangue
Tingonsi le pareti ed i bei palchi;
L'atrio s'empie e il cortil d'ombre, che in fretta
Gi discendon nell'Erebo; disparve
Dal cielo il sole, e degli aerei campi
Una densa caligine indonnossi.
  Tutti beffarsi del profeta, e queste
Voci Eurimaco sciolse: Il forestiero,
Che qua venne test non so da dove,
Vaneggia, io penso. Giovani, su via,
Mettetel fuori, acciocch in piazza ei vada,
Poscia che qui per notte il giorno prende.
  E l'indovino: Eurimaco, rispose,
Coteste guide, che vuoi darmi, tienti.
Occhi ho in testa ed orecchi, e due pi sotto,
E di tempra non vile un'alma in petto.
Con tai soccorsi io sgombrer, scorgendo
Il mal che sopra voi pende, e a cui torsi
Non potr un sol di voi, che gli stranieri
Oltraggiate, e studiate iniquitadi
Nella magion del pari ai numi Ulisse.
Ci detto, usc da loro, ed a Piro,
Che di buon grado il ricev, s'addusse.
  Ma i proci, riguardandosi a vicenda,
E beffe d'ambo i forestier facendo,
Provocavan Telemaco. Non havvi,
Talun dicea, chi ad ospiti stia peggio,
Telemaco, di te. L'uno  un mendco
Errante, omai di fame e sete morto,
Senza prodezza, senza industria, peso
Disutil della terra; e l'altro un pazzo,
Che, per far del profeta, in pi si leva.
Vuoi tu questo seguir, ch'io ti propongo,
Sano partito? Ambo gittiamli in nave,
E li mandiam della Sicilia ai lidi.
Pi gioveranno a te, se tu li vendi.
  Telemaco di lui nulla curava,
Ma levati tenea tacito gli occhi
Nel genitor, sempre aspettando il punto
Ch'ei fatto contra i proci impeto avrebbe.
  In faccia della sala, e in su la porta
Del gineco, da un suo lucente seggio
Tutti i lor detti la regina uda.
E quei, ridendo, il pi soave e lauto,
Per che molte avean vittime uccise,
Convito celebrr: ma pi ingioconda
Cena di quella non fu mai, che ai proci,
Degna merc della nequizia loro.
Stavan per imbandir Palla ed Ulisse.



LIBRO VENTUNESIMO


  Ma Palla, occhio azzurrino, alla prudente
Figlia d'Icario entro lo spirto mise
Di propor l'arco ai proci e i ferrei anelli,
Nella casa d'Ulisse: acerbo gioco,
E di strage principio e di vendetta.
La donna salse alla magion pi alta,
E dell'abil sua man la bella e ad arte
Curvata chiave di metallo prese
Pel manubrio di candido elefante.
Ci fatto, and con le fedeli ancelle
Nella stanza pi interna, ove i tesori
Serbavansi del re: rame, oro e ferro
Ben travagliato. E qui giacea pur l'arco
Ritorto e il sagittifero turcasso,
Che molte dentro a s frecce chiudea
Dolorifere: doni, che ad Ulisse,
Cui s'abbatt nella Laconia un giorno,
Feo l'Eurtide Ifto, ai numi eguale.
  S'incontrro gli eroi nella magione
D'Ortloco in Messenia. Di Messene
Una masnada pecore trecento
Co' lor custodi su le lunghe navi,
Rapito avea dagl'Itacesi paschi;
E a richiederle il padre e gli altri vecchi,
Giovane ambasciator per lunga strada,
Mandro Ulisse. D'altra parte Ifto
In traccia sen vena delle perdute
Sue dodici cavalle, e delle forti
Alla lor mamma pazenti mule,
Donde ruina derivgli e morte:
Per che Alcide, il gran figliuol di Giove,
D'opere grandi fabbro, a lui, che accolto
Nel suo palagio avea, non paventando
N la giustizia degli di, n quella
Mensa ospital che gli avea posta innanzi,
Tolse iniquo la vita, e le giumente
Dalla forte unghia in sua bala ritenne.
Queste cercando, s'abbatt ad Ulisse,
E l'arco gli don, che il chiaro Eurto
Portava, e in man del suo diletto figlio
Pose morendo negli eccelsi alberghi.
E il Laerzade un'affilata spada
Diede e una lancia noderosa a Ifto,
D'un'amist non lunga unico pegno:
Ch di mensa conoscersi a vicenda
Lor non fu dato, e il figliuol di Giove
L'Euritde divino innanzi uccise.
Quest'arco Ulisse, allorch in negra nave
Alle dure traea belliche prove,
Nol togliea mai; ma per memoria eterna
Del caro amico alla parete appeso
Lasciar solealo, e sol gravarne il dosso
Nell'isola nata gli era diletto.
  Come pervenne alla secreta stanza
L'egregia donna, e il limitar di quercia
Sal construtto a squadra e ripolito
Da fabbro industre, che adattvvi ancora
Le imposte ferme e le lucenti porte,
Tosto la fune dell'anello sciolse,
E introdusse la chiave, ed i serrami
Respinse: un rimugghiar come di tauro,
Che di rauco boato empie la valle
S'ud, quando le porte a lei s'aprro.
Ella mont su l'elevato palco,
Dove giaceano alle bell'arche in grembo
Le profumate vesti, e, distendendo
Quindi la man, dalla cavicchia l'arco
Con tutta distacc la luminosa
Vagina, entro cui stava. Indi s'assise;
E quel posato su le sue ginocchia,
Ne' pianti dava e ne' lamenti: al fine
Dalla custodia sua l'arco fuor trasse.
Ma poich fu di lai sazia e di pianti,
Scese, e de' proci nel cospetto venne,
Quello in man sostenendo, e la faretra
Gravida di mortifere saette:
Mentre le ancelle la seguan con cesta
Del ferro piena, che leggiadro a Ulisse
Di forza esercizio era e di destrezza.
Giunta ove quei sedean, fermava il piede
Della sala dedalea in su la soglia
Tra l'una e l'altra ancella, e co' sottili
Veli del crine ambo le guance ombrava,
Poi sciogliea tali accenti: O voi, che in questa
Casa, lontano Ulisse, a forza entraste,
Gl'interi giorni a consumar tra i nappi,
N di tal reit miglior difesa
Sapeste addur che le mie nozze, udite:
Quando sorse il gran d, che la mia mano
Ritener pi non deggio, ecco d'Ulisse
L'arco, che per certame io vi propongo.
Chi tenderallo, e passer per tutti
Con la freccia volante i ferrei cerchi,
Lui seguir non ricuso, abbandonata
Questa s bella, e di ricchezza colma
Magion de' miei verd'anni, ond'anche in sogno
Dovermi spesso ricordare io penso.
  Disse; e, chiamato Eumo, recare ai proci
L'arco gl'ingiunse, e degli anelli il ferro.
Ei lagrimando il prese, e nella sala
Depselo; e Filezio in altra parte,
Vista l'arma del re, pianto versava.
Ma sgridavali Antnoo in tai parole:
Sciocchi villani, la cui mente inferma
Oltre il presente d mai non si stende,
Perch tal piagnisteo? Perch alla donna
L'alma nel petto commovete, quasi
Per se stessa non dolgasi abbastanza
Del perduto consorte? O qui sedete
Taciti a bere, o a singhiozzare uscite,
E lasciate a noi l'arco, impresa molto,
Vaglia il ver, forte per noi tutti, e a gabbo
Da non pigliar: ch non havvi uom tra noi
Pari ad Ulisse per curvarlo. Il vidi
Negli anni miei pi teneri, ed impressa
Me ne sta in mente da quel d l'imago.
Cos d'Eupite il figlio; e non pertanto
Il nervo confidavasi piegarne,
E d'anello in anel mandar lo strale.
Ma dovea prima l'infallibl freccia
Gustare in vece dall'eroe scoccata,
Cui poc'anzi oltraggiava, e incontro a cui
Aizzava i compagni a mensa assiso.
  Qui tra i proci parl la sacra forza
Di Telemaco: Oh di! Me Giove al certo
Cav di senno. La diletta madre
Dice un altro consorte, abbandonando
Queste mura, seguir, bench s saggia,
E folle io rido e a sollazzarmi attendo.
Su via, poich a voi donna in premio s'offre,
Cui non l'Acaica terra e non la sacra
Pilo ed Argo, Micene, Itaca stessa
Vanta l'eguale, o la feconda Epiro;
E il sapete voi ben, n ch'io vi lodi
La genitrice, oggi  mestier; su via,
Con vane scuse non tirate in lungo
Questo certame, e non rifugga indietro
Dalla tesa dell'arco il vostro braccio.
Cimenterommi anch'io. S'io tenderollo,
E ne' ferri entrer con la mia freccia,
Me qui lasciar per nuove nozze in duolo
La genitrice non vorr, fuggire
Non vorr da un figliuol, che ne' paterni
Giochi la palma riportar gi vale.
  Surse, ci detto, ed il purpureo manto
Dagli omeri deposto e il brando acuto,
Scav, la prima cosa, un lungo fosso;
Le colonnette con gli anelli in cima
Piantovvi, a squadra dirizzolle, e intorno
La terra vi calc. Stupano i proci,
Vedendole piantare a lui s bene,
Bench'egli a nessun pria viste le avesse.
Ci fatto, delle porte and alla soglia,
E, fermatovi il pi, l'arco tentava.
Tre fiate trar volle il nervo al petto,
Tre dalla man gli scapp il nervo. Pure
Non disperava che la quarta prova
Pi felice non fosse. E gi, la corda
Traendo al petto per la quarta volta,
Teso avra l'arco: ma il vietava Ulisse
D'un cenno, e lui, che tutto ardea, frenava.
E Telemaco allor: Numi! soggiunse,
O debile io vivr dunque e dappoco
Tutto il mio tempo, o almen la poca etade
Forze da ributtar chi ad oltraggiarmi
Si scagliasse primier, non dammi ancora.
Ma voi, che siete pi gagliardi, l'arma
Tastate adunque, e si compisca il gioco.
  Detto cos, l'arco ei depose a terra,
E all'incollate tavole polite
L'appoggi della porta, e pos il dardo
Sul cerchio, che dell'arco il sommo ornava.
Poi s'assise di nuovo.E Antnoo, il figlio
D'Eupte, favell: Tutti, o compagni,
Dalla destra per ordine v'alzate,
Cominciando ciascun, donde il vermiglio
Licor si versa. Il detto piacque, e primo
L'Enpide Lede alzossi, ch'era
Loro indovino, e alla bell'urna sempre
Sedea pi presso. Odio alla colpa ei solo
Portava, e gli altri riprendea. Costui
L'arco lunato ed il pennuto strale
Si rec in mano, e alla soglia ito e fermo
Su i piedi, tent il grave arco e nol tese:
Ch sent intorno alla ribelle corda
Prima stancarsi la man liscia e molle:
Altri, disse, sel prenda; io certo, amici,
Nol tender: ma credo ben, che a molti
Sar morte quest'arco.  ver che meglio
Torna il morire, che il gi trsi vivi
Da quella speme altissima, che in queste
Mura raccolti sino a qui ci tenne.
Spera oggi alcun, non che in suo core il brami,
La regina impalmar; ma, come visto
Questo arnese abbia e maneggiato, un'altra
Chieder dell'Achee peplo-addobbate,
Nuzali presenti a lei porgendo,
E a Penelope il fato uom, che di doni
Ricolmeralla, condurr d'altronde.
  Cos parlato, ei mise l'arco a terra,
E all'incollate tavole polite
L'appoggi della porta, e pos il dardo
Sul cerchio che dell'arco il sommo ornava.
Quindi torn al suo seggio. E Antnoo in tali
Voci proruppe: Qual molesto, acerbo
Dalla chiostra de' denti a te, Leode,
Detto sfugg, che di furor m'infiamma?
A noi dunque sar morte quest'arco?
Se tu curvar nol puoi, la madre incolpa,
Che d'archi uom non ti fece e di saette:
Ma gli altri proci il curveranno, io penso.
  Disse, e al custode del caprino gregge
Questo precetto di: Melanzio, accendi
Possente foco nella sala, e appresso
Vi poni seggio che una pelle cuopra.
Poi di bianco e indurato adipe reca
Grande, ritonda massa, acciocch s'unga
Per noi l'arco e si scaldi, ed in tal guisa
Questo certame si conduca a fine.
  Melanzio accese un instancabil foco,
E con pelle di sopra un seggio pose.
Poi di bianco e indurato adipe massa
Grande e tonda rec. L'arco unto e caldo
Piegar tentaro i giovani. Che valse,
Se lor non rispondean le braccia imbelli?
Ma dalla prova s'astenean finora
Eurmaco ed Antinoo, che de' proci
Eran di grado e di valore i primi.
  Usciro intanto del palagio a un tempo
Il pastor de' maiali, e quel de' buoi,
E Ulisse dopo. Delle porte appena
Fuor si trovro e del cortil, ch'ei, dolci
Parole ad ambi rivolgendo: Eumo,
 Disse, e Filezio, favellar degg'io,
O i detti ritener? Di ritenerli
L'animo non mi d. Quali sareste
D'Ulisse a pro, se d'improvviso al vostro
Cospetto innanzi il presentasse un nume?
Ai proci, o a lui, soccorrereste voi?
Ci che nel cor vi sta venga sul labbro.
  O Giove padre, sclam allor Filezio,
Adempi il voto mio! L'eroe qua giunga,
E un nume il guidi. Tu vedresti, o vecchio,
Quale in me l'ardir fora e quale il braccio.
Ed Eumo nulla meno agli di tutti
Pel ritorno del re preghiere alzava.
  Ei, come certo a pien fu della mente
Sincera e fida d'ambiduo, soggiunse:
In casa eccomi io stesso, io, che, sofferte
Sventure senza numero, alla terra
Nativa giunsi nel vigesim'anno.
So che a voi soli desato io spunto
Tra i servi miei: poich degli altri tutti
Non udii che un bramasse il mio ritorno.
Quel ch'io far per voi, dunque ascoltate.
Voi da me donna e robe, ove dai numi
D'esterminar mi si conceda i proci,
Voi case, dalla mia non lunge estrutte,
Riceverete: ed io terrovvi in conto
Di compagni a Telemaco e fratelli.
Ma perch in forse non restiate punto,
Eccovi a segno manifesto il colpo,
Che d'un fiero cinghial la bianca sanna
M'impresse il d ch'io sul Parnaso salsi
Co' figliuoli d'Autolico. Ci detto,
Dalla gran cicatrice i panni tolse.
  Quei, tutto visto attentamente e tocco,
Piagnean, gittate di Laerte al figlio
Le mani intorno e gli omeri, e la testa,
Stringendol, gli baciavano; ed Ulisse
Lor baci similmente e mani e capo.
E gi lasciati il tramontato sole
Lagrimosi gli avra, se cos Ulisse
Non correggeali: Fine ai pianti! Alcuno
Potra vederli, uscendo, e riportarli
Di dentro. Udite. Nella sala il piede
Riponiam tutti, io prima, e poscia voi,
E d'un segnale ci accordiamo. I proci,
Che a me si porga la faretra e l'arco,
Non patiran: ma tu, divino Eumo,
L'uno e l'altra mi reca, e di' alle donne,
Che gli usci chiudan delle stanze loro;
E per romor nessuna, o per lamento,
Che l'orecchio a ferir le andasse a un tratto,
Mostrisi fuori, ma quell'opra siegua,
Che avr tra mano allor, n se ne smaghi.
Raccomando a te poi, Filezio illustre,
Serrar la porta del cortile a chiave,
E con ritorte rafforzarla in fretta.
Entr, ci detto, e donde pria sorto era,
S'assise; ed ivi a poco entraro i servi.
  Gi per le mani Eurimaco il grand'arco
Si rivolgeva, ed a' rai quinci e quindi
Della fiamma il vibrava. Inutil cura!
Meglio che gli altri non per questo il tese;
Gem nel cor superbo, e queste voci
Tra i sospiri mand: Lasso! un gran duolo
Di me stesso e di voi sento ad un'ora.
N gi sol piango le perdute nozze:
Ch nell'ondicerchiata Itaca e altrove,
Sul capo a molte Achee s'increspa il crine.
Piango, che, se di forze al grande Ulisse
Tanto cediam da non curvar quest'arco,
Si rideran di noi l'et future.
  No, l'Eupitde Antnoo a lui rispose,
Ci, Eurimaco, non fia: tu stesso il vedi.
Sacro ad Apollo  questo d. Chi l'arco
Tender potrebbe? Deponiamlo, e tutti
Lasciamo star gli anelli, e non temiamo
Che alcun da dove son rapirli ardisca.
Su via, l'abil coppier vada co' nappi
Ricolmi in giro, e, poich avrem libato,
Mettiam l'arco da parte. Al d novello
Melanzio a noi le pi fiorenti capre
Guidi da tutti i branchi, onde, bruciati
I pingui lombi al gloroso Arciero,
Si riprenda il cimento, e a fin s'adduca.
  Piacque il suo detto. I banditori tosto
L'acqua diero alle man, l'urne i donzelli
Di vino incoronaro, e il dispensaro
Con le tazze augurando a tutti in giro.
Come libato e a piena voglia tutti
Bevuto ebber gli amanti, il saggio Ulisse,
Che stratagemmi in cor sempre agitava,
Cos lor favell: Competitori
Dell'inclita Regina, udir v'aggradi
Ci che il cor dirvi mi consiglia e sforza.
Eurimaco fra tutti e il pari a un nume
Antinoo, che parl s acconciamente,
L'orecchio aprire alle mie voci io priego.
Perdonate oggi all'arco, e degli eterni
Non ostate al voler: forza domane
A cui lor piacer, daranno i numi.
Ma intanto a me, proci, quell'arma: io prova
Voglio far del mio braccio, e veder s'io
Nelle membra pieghevoli l'antico
Vigor mantengo, o se i miei lunghi errori
Disperso l'hanno e i molti miei disagi.
  Rinfocolrsi a ci, forte temendo,
Non il polito arco ei piegasse. E Antinoo
Lo sgridava in tal guisa: O miserando
Degli ospiti, sei tu fuor di te stesso?
Non ti contenti, che tranquillo siedi
Con noi principi a mensa, e, che a null'altro
Stranier mendico si concede, vieni
Delle vivande e de' sermoni a parte?
Certo te offende il saporoso vino,
Che tracannato avidamente, e senza
Modo e termine alcuno, a molti nocque.
Nocque al famoso Eurizon Centauro,
Quando venne tra i Lpiti, e nell'alta
Casa ospitale di Piritoo immensi,
Compreso di furor, mali commise.
Molto ne dolse a quegli eroi, che incontro
Se gli avventaro, e del vestibol fuori
Trasserlo, e orecchie gli mozzaro e nari
Con affilato brando; ed ei, cui spento
Dell'intelletto il lume avean le tazze,
Sen ga manco nel corpo e nella mente.
Quindi s'accese una cruenta pugna
Tra gli sdegnati Lpiti e i Centauri:
Ma, gravato dal vin, primo il disastro
Eurizon port sovra se stesso.
Cos te pur grave infortunio aspetta,
Se l'arco tenderai. Del popol tutto
Non fia chi s'alzi in tua difesa, e noi
Ad Echeto, degli uomini flagello,
Dalle cui man n tu salvo uscirai,
Ti manderem su rapido naviglio.
Chetati adunque, ed il pensiero impronto
Di contender co' giovani ti spoglia.
  Qui Penelope disse: Antnoo, quali
Di Telemaco mio gli ospiti sieno,
Turpe ed ingiusto  il tempestarli tanto.
Pensi tu forse, che ove lo straniero,
Fidandosi di s, l'arco tendesse,
Me quinci condurra moglie al suo tetto?
N lo spera egli, n turbato a mensa
Dee per questo sedere alcun di voi.
Cosa io veder non so, che men s'addica.
  Ed Eurimaco a lei: D'Icario figlia,
Non v'ha fra noi, cui nella mente cada,
Che te pigli a consorte uom che s poco
Degno  di te. Ma degli Achei le lingue
Temiamo e delle Achee. La pi vil bocca:
"Ve'" gridera, "quai d'un eroe la donna
Chiedono a gara giovinotti imbelli,
Che n valgon piegare il suo bell'arco,
Mentre un tapino, un vagabondo, un giunto
Test, curvollo agevolmente, e il dardo
Per gli anelli mand". Tal griderebbe;
E tinto andra d'infamia il nostro nome.
  E cos a lui Penelope rispose:
Eurimaco, non lice un nome illustre
Tra i popoli agognare a chi d'egregio
Signor la casa dal suo fondo schianta.
Perch tinger voi stessi il nome vostro
D'infamia?  lo stranier di gran sembiante,
Ben complesso di membra, e generosa
La stirpe vanta, e non vulgare il padre;
Dategli il risplendente arco, e veggiamo.
Se il tende, e gloria gli concede Apollo,
Prometto, e non invan, tunica bella
Vestirgli e bella clamide, ed in oltre
Un brando a doppio taglio, e un dardo acuto
Mettergli in mano, e sotto ai pi calzari;
E l invarlo, dove il suo cor mira.
  Madre, disse Telemaco, a me solo
Sta in mano il dare, o no, quell'arco, io credo:
N ha in lui ragione degli Achivi alcuno,
Che son nell'alpestra Itaca signori,
O nell'isole prossime alla verde
Elide, chiara di cavalli altrice.
E quando farne ancor dono io volessi
Al forestier, chi 'nvidar mel puote?
Ma tu rentra; ed al telaio e al fuso,
Come pur suoli, con le ancelle attendi.
Cura sar degli uomini quell'arma,
E pi che d'altri, mia: ch del palagio
Il governo in me sol, madre risiede.
  Attonita rimase, e del figliuolo
Con la parola, che nell'alma entrolle,
Risal in alto tra le fide ancelle.
Quivi, aprendo alle lagrime le porte:
Ulisse Ulisse a nome iva chiamando:
Finch un dolce di tanti e tanti affanni
Sopitor sonno le mand Minerva.
  L'arco Eumo tolse intanto; e gi il portava,
E i proci tutti nel garrano, e alcuno
Cos dicea de' giovani orgogliosi:
Dove il grand'arco porti, o dissennato
Porcaio sozzo? Appo le troie in breve
Te mangeran fuor d'ogni umano aiuto
Gli stessi cani di tua man nutriti,
Se Apollo  a noi propizio e gli altri numi.
  Impaurito delle lor rampogne,
L'arco ei depose. Ma dall'altra parte
Con minacce Telemaco gridava:
Ors, va innanzi con quell'arco. Credi
Che l'obbedire a tutti in pro ti torni?
Pon cura ch'io con iscagliati sassi
Dalla cittade non ti cacci al campo,
Io, minor d'anni, ma di te pi forte.
Oh cos, qual di te, pi forte io fossi
De' proci tutti che qui sono! Alcuno
Tosto io ne sbalzerei fuor del palagio,
Dove il tesser malanni  lor bell'arte.
  Tutti scoppiro in un giocondo riso
Sul custode de' verri, e della grave
Contra il garzone ira allentro. Eumo,
Traversata la sala, innanzi a Ulisse
Fermossi, ed il grande arco in man gli mise.
Poi, chiamata Euricla, parl in tal forma:
Saggia Euricla, Telemaco le stanze
Chiuder t'ingiunge, e dell'ancelle vuole,
Che per rumor nessuna, o per lamento,
Che l'orecchio a ferir le andasse a un tratto,
Mostrisi fuori, ma quell'opra siegua,
Che avr tra mano allor, n se ne smaghi.
  Non parl al vento. La nutrice annosa
Tutte imped le uscite; e al tempo istesso
Filezio si gitt tacitamente
Fuor del palagio, e rinserr le porte
Del cortil ben munito. Una gran fune
D'Egizio giunco per navigli intesta
Giacea sotto la loggia; ed ei con quella
Pi ancor le porte rafforz. Ci fatto,
Rentrava, e la sedia, ond'era sorto,
Premea di nuovo, riguardando Ulisse.
Ulisse l'arco maneggiava, e attento
Per ogni parte rivoltando il giva,
Qua tastandolo e l, se i muti tarli
Ne avesser mai rse le corna, mentre
N'era il signor lontano. E alcun, rivolti
Gli sguardi al suo vicino: Uom, gli dicea,
Che si conosce a maraviglia d'archi,
 certo, o un arco somigliante pende
A lui dalla domestica parete,
O fabbricante un d tal fatta ei pensa:
Cos questo infelice vagabondo
L'arco tra le sua man volta e rivolta!
E un altro ancor de' giovani protervi:
Deh cos in bene gli resca tutto,
Come teso da lui sar quell'arco!
  Ma il Laerzade, come tutto l'ebbe
Ponderato e osservato a parte a parte,
Qual perito cantor, che, le ben torte
Minuge avvinte d'una sua novella
Cetera ad ambo i lati, agevolmente
Tira, volgendo il bschero, la corda:
Tale il grande arco senza sforzo tese.
Poi saggio far volle del nervo: aperse
La mano, e il nervo mand un suono acuto,
Qual di garrula irondine  la voce.
Gran duolo i proci ne sentiro, e in volto
Trascoloraro; e con aperti segni
Fortemente ton Giove dall'alto.
Gio l'eroe, che di Saturno il figlio,
Di Saturno, che obliqui ha pensamenti,
Gli dimostrasse il suo favor dal cielo;
E un aligero stral, che su la mensa
Risplendea, tolse: tutte l'altre frecce,
Che gli Achivi assaggiar dovean tra poco,
In s chiudeale il concavo turcasso.
Posto su l'arco ed incoccato il dardo,
Traeva seduto, siccom'era, al petto
Con la man destra il nervo: indi la mira
Tra i ferrei cerchi prese, e spinse il telo,
Che, senza quinci devare o quindi,
Pass tutti gli anelli alto ronzando.
Subitamente si rivolse al figlio,
E: Telemaco, disse, il forestiero
Non ti svergogna, parmi. Io punto lunge
Dal segno non andai, n a tender l'arco
Faticai molto; le mie forze intere
Serbo, e non merto villane dai proci.
Ma tempo  omai che alla cadente luce
Lor s'appresti la cena; e poi si tocchi
La cetra molticorde, e s'alzi il canto,
In che pi di piacer la mensa acquista.
  Disse, e accenn co' sopraccigli. Allora
Telemaco, d'Ulisse il pegno caro,
La spada cinse, impugn l'asta, e, tutto
Risplendendo nell'armi, accanto al padre,
Che pur seduto rimanea, locossi.



LIBRO VENTIDUESIMO


  Surse e spogliossi de' suoi cenci Ulisse,
E sul gran limitare and d'un salto,
L'arco tenendo e la faretra. I ratti
Strali, onde gravida era, ivi gittossi
Davante ai piedi, e ai proci disse: A fine
Questa difficil prova  gi condotta.
Ora io vedr, se altro bersaglio, in cui
Nessun diede sin qui, toccar m'avviene,
E se me tanto privilegia Apollo.
  Cos dicendo, ei dirigea l'amaro
Strale in Antinoo. Antinoo una leggiadra
Stava per innalzar coppa di vino
Colma a due orecchie, e d'oro: ed alle labbra
Gi l'appressava: n pensier di morte
Nel cor gli si volgea. Chi avra creduto
Che fra cotanti a lieta mensa assisi
Un sol, quantunque di gran forze, il nero
Fabbricar gli dovesse ultimo fato?
Nella gola il trov col dardo Ulisse,
E s colpillo, che dall'altra banda
Pel collo delicato usc la punta.
Ei pieg da una parte e dalle mani
La coppa gli cad: tosto una grossa
Vena di sangue mand fuor pel naso;
Percosse colle piante, e da s il desco
Respinse; sparse le vivande a terra;
Ed i pani imbrattavansi e le carni.
Visto Antnoo cader, tumulto i proci
Fr nella sala, e dai lor seggi alzro,
Turbati raggirandosi, e guardando
Alle pareti qua e l: ma lancia
Dalle pareti non pendea, n scudo.
Allor con voci di grand'ira Ulisse
Metteansi a improverare: Ospite, il dardo
Ne' petti umani malamante scocchi;
Parte non avrai pi ne' giuochi nostri:
Anzi grave ruina a te sovrasta.
Sai tu che un uomo trafiggesti ch'era
Dell'Itacense gioventude il fiore?
Per degli avoltoi sarai qui pasto.
  Cos, pensando involontario il colpo,
Dicean: n s'avvedean folli, che posto
Ne' confini di morte avean gi il piede.
Ma torvo riguardolli, e in questa guisa
Favell Ulisse: Credevate, o cani,
Che d'Ilio io pi non ritornassi, e intanto
La casa disertar, stuprar le ancelle,
E la consorte mia, me vivo, ambire
Costumavate, non temendo punto
N degli di la grave ira, n il biasmo
Permanente degli uomini. Ma venne
La fatale per voi tutti ultima sera.
  Tutti inverdiro del timore, e gli occhi,
Uno scampo a cercar, volsero intorno.
Solo, e in tal forma, Eurimaco rispose:
Quando il vero tu sii d'Itaca Ulisse
Fra noi rinato, di molt'opre ingiuste,
Che s nel tuo palagio e s ne' campi
Commesse fro, ti quereli a dritto.
Ma costui, che di tutto era cagione,
Eccolo in terra, Antnoo. Ei dell'ingiuste
Opre fu l'autor primo: e non gi tanto
Pel desiderio delle altere nozze,
Quanto per quel del regno, a cui tendea,
Insidando il tuo figliuolo: occulte
Macchine, che il Saturnio in man gli ruppe.
Poich morto egli giace, alla tua gente
Perdona tu. Pubblica emenda farti
Noi promettiamo: promettiam con venti
Tauri ciascun e con oro e con bronzo,
Quel vto rempir, che ne' tuoi beni
Gozzovigliando aprimmo; in sin che il core
Alla letizia ti si schiuda, e sgombri
L'ira, onde a gran ragione arse da prima.
  Bieco mirollo, e replicgli Ulisse:
Dove, Eurimaco, tutte ancor mi deste
L'eredit vostre paterne, e molti
Beni stranieri vi poneste accanto,
Io questa man non riterrei dal sangue,
Che la vendetta mia piena non fosse.
Or, qual de' due vi piacer, scegliete,
Combattere o fuggir, se pur v'ha fuga
Per un solo di voi: ci ch'io non credo.
  Ciascuno de' proci il cor dentro mancarsi
Sent, e piegarsi le ginocchia sotto.
Ed Eurimaco ad essi: Amici, indarno
Sperate che le braccia egli non muova.
L'arco una volta ed il turcasso assunti,
Disfrener dal limitare i dardi,
Finch tutti ci atterri. Alla battaglia
Dunque si pensi: distringiam le spade,
E, delle mense alle letali frecce
Scudo facendo a noi, piombiamgli sopra
Tutti in un groppo. Se da quella porta
Scacciarlo ne resce, e la cittade
Scorrere, alzando al ciel subite voci,
Dal saettar si rimarr per sempre.
  Disse, e l'acuto di temprato rame
Brando a due tagli strinse, e su lui corse
Con terribili grida. In quella Ulisse,
Vtato l'arco, al petto il colse, e il pronto
Nel fegato gl'infisse acerbo strale.
Lasci Eurimaco il brando, e dopo alquanti
Giri, curvato su la mensa cadde,
E i cibi riversaronsi e la coppa.
Ma ei batt sopra la terra il capo,
Nell'alma tapinandosi, ed il seggio,
Che gi premer solea, con ambo i piedi
Forte springando, scosse: al fine un'atra
Tutto il coverse sempiterna notte.
  Ma d'altra parte Anfinomo avventossi
Col brando in man contra l'eroe, se mai
Dalla soglia disvellerlo potesse.
Il prevenne Telemaco, e da tergo
Tra le spalle il fer con la pungente
Lancia, che fuor gli rusc del petto.
Quell'infelice rimbomb caduto,
E con tutta la fronte il suol percosse.
Ma il garzon sottraeasi, abbandonando
La lancia entro d'Anfinomo: temea,
Non alcun degli Achei, mentr'egli chino
Starasi l'asta a sconficcare intento,
Di furto il martellasse, o con la spada
Sopra mano il ferisse alla scoperta.
Quindi ricovr ratto, e in un baleno
Al caro padre fu vicino e a lui:
Padre, disse, uno scudo e lance due,
E un adatto alle tempie elmo lucente
Ti recher, m'armer io stesso, ed armi
A Filezio dar, dar ad Eumo:
De' consigli il miglior sembrami questo.
  S, corri, Ulisse gli rispose, e riedi,
Finch restano a me dardi a difesa:
Ma riedi prestamente, onde gli Achei
Me, che son solo, non ismuovan quinci.
  Ubbid il figlio, e alla superna stanza,
Dove l'armi giaceano, and di passo
Lanciato, e targhe quattro ed otto lance
Prese, e quattro lucenti elmi di chioma
Equina folti, e in brevi istanti al caro
Genitor si rend. Qui del metallo
Mun egli primo la persona, e i servi
Parimente le belle armi vestro,
Ed all'accorto eroe stettero intorno.
Questi, finch le frecce a lui bastro,
Togliea la mira ed imbroccava ognora,
E cadean l'un su l'altro i suoi nemici.
Ma poich le infallibili saette
Gli fr venute men, l'arco ei depose,
E l'appoggi del ben fondato albergo
Al nitido parete. Indi le spalle
Si carc d'uno scudo a quattro doppi,
L'elmo dedleo con l'equina chioma
Piantossi in capo, e due possenti lance
Nella man si rec: sovra la testa
Gli ondeggiava il cimier terribilmente.
  Era in capo alla sala, e nel parete
Del ben fondato albergo una seconda
Di congiunte assi rinforzata porta,
Che in pubblico mettea non largo calle.
Di questa, per cui sol s'apriva un passo,
Ulisse volle il fido Eumo per guardia.
Agelao v'ebbe l'occhio, e disse: Amici,
Non ci sar chi quella porta sforzi,
E sparga voce, o il popolo a romore
Levi, perch costui cessi dai colpi?
  Ci, rispose Melanzio, ad alcun patto
Non possiamo, Agelao di Giove alunno.
Le porte del cortil troppo vicine
Sono, ed angusta  quell'uscita, e un solo
Cui non manchi valor, cento respinge.
Pur non temete. Io porter a voi l'armi
Dalla stanza superna, in cui riposte
Da Ulisse e dal figliuol senz'altro fro.
  Detto, andar su e gi per l'alta scala,
Entrar, pigliar dodici targhe e lance
Tante e tanti criniti elmi, ed il tutto
Mettere in man de' palpitanti proci,
Fu di pochi momenti opra felice.
  Turbar l'animo Ulisse e le ginocchia
Languir sent, ratto che ai proci vide
Prender gli elmi e gli scudi, e le lunghe aste
Ir con la destra palleggiando; e allora
L'arduo conobbe dell'assunta impresa.
Si converse al figliuol tosto, e: Telemaco,
Con dolenti gli disse alate voci,
Certo il capraio, o delle donne alcuna
Raccende contro noi quest'aspra guerra.
  E Telemaco a lui: Padre, rispose,
Io sol peccai, non altri, io, che la salda
Porta lasciai mezzo tra chiusa e aperta;
Ed un esplorator di me pi astuto
Si giov intanto del mio fallo. Or vanne
Tu, prode Eumo, chiudi la porta, e sappi,
Se ci vien da un'ancella, o dalla trista,
Come parmi pi ver, di Dolio prole.
  Mentre tali correan voci tra loro,
Melanzio per le belle armi di nuovo
Salse. Adocchiollo Eumo, n a dir tardava
Cos ad Ulisse, che lontan non gli era:
Laerzade divin, quella rea peste,
Di cui noi sospettiam, sale di nuovo.
Parlami chiaro: deggio porlo a morte,
Se rimngogli sopra, o qua condurlo,
Perch a te innanzi d'ogni suo delitto
Meritamente il fio paghi una volta?
  E il saggio Ulisse: A sostenere i proci,
Come che ardenti, io col mio figlio basto.
Filezio dunque, e tu, poich l'avrete
Entro la stanza rovesciato a terra,
Ambo i piedi stringetegli, e le mani
Sul tergo, chiusa dietro a voi la porta;
E lui, d'una insolubile catena
Cinto, tirate sino all'alte travi
Lungo una gran colonna, acciocch il tutto
Sconti con morte dolorosa e lunga.
  Pronti i servi ubbidro. Alla sublime
Camera s'affrettr, da lui, che dentro
Era e cercava nel pi interno l'arme,
Non visti e non sentiti; e si piantro
Quinci e quindi alla porta. Ei per la soglia
Passava ratto in una man portando
Luminosa celata, ed un vetusto
Nell'altra e largo e arrugginito scudo,
Che gli omeri grav del buon Laerte
Sul primo fior dell'et sua, deposto
Poscia e dimenticato, e da cui rotte
Le corregge pendevano. Veloci
L'assaltr, l'abbraccir, lo strascinro
Dentro pel ciuffo, e l'atterrr dolente,
Indi ambo i piedi gli legro, ed ambo
Sovra il tergo le man, qual di Laerte
Comand il figlio; e lui d'una catena
Insolubile cinto in sino all'alte
Travi tirar lungo una gran colonna.
E cos allor tu il deridesti, Eumo:
Melanzio, or certo veglierai la notte
Su letto molle, come a te s'addice,
Corcato; n uscir dalle correnti
Dell'Ocean, che tu non la vagheggi,
L'Aurora in trono d'r, quando le pingui
Capre alla mensa condurrai de' proci.
  Tal fu Melanzio fra legami acerbi
Sospeso e abbandonato; e quei con l'arme
Sceser, la porta risplendente chiusa;
E presso al ricco di consigli Ulisse,
Forza spiranti e ardire, il pi fermro.
Cos quattro guerrier in su la soglia
Erano e nella sala un numeroso
Drappello e non ignobile. Ma Palla
L'armipotente del Saturnio figlia,
Con la faccia di Mentore e la voce,
Tra le due parti d'improvviso apparve.
Gio a vederla il Laerzade, e disse:
Mentore, mi seconda, e ti rammenta
Del tuo dolce compagno, onde a lodarti
Non raro avesti, e a cui sei d'anni eguale.
Cos l'eroe: ma non gli tace il core,
Che la sua diva in Mentore s'asconde.
  Dall'altra parte la garrano i proci,
E primo il Damastride Agelao
A minacciarla fu: Mentore, bada,
Che a pugnare in suo pro contra gli Achivi
Non ti seduca favellando Ulisse.
Per che quando per man nostra uccisi
Giaceran, come ho fede, il padre e il figlio,
Morrai tu ancora, e il sangue tuo darai
Per ci che oprar nella magione or pensi.
Che pi? Te fatto cenere, co' beni
D'Ulisse in monte andr quant'or possiedi
Nel tuo palagio e fuor, n a figli o a figlie
Menare i d sotto il nato lor tetto
Consentirem, n alla tua casta donna
D'Itaca soggiornar nella cittade.
  Vie pi s'accende a cos fatte voci
L'ira di Palla, ed in rimbrotti scoppia
Contra Ulisse lanciti: Io nulla, Ulisse,
Di quel fermo vigor, nulla pi veggio
Di quell'ardire in te, che allor mostrasti,
Che innanzi a Troia per le bianche braccia
Della nata di Giove inclita Elna
Combattesti un decennio. Entro il lor sangue
Molti stendesti de' nemici, e prima
S'ascrive a te, se la dall'ampie strade
Citt di Priamo in cenere fu vlta.
Ed or che giunto alle paterne case
La tua donna difendi e i beni tuoi,
Mollemente t'adopri? Ors, vicino
Stammi, ed osserva, quale il figlio d'Alcmo,
Mentore, fra una gente a te nemica
De' benefici tuoi merto ti rende.
  Tal favellava: ma perch l'innata
Virt del padre e del figliuol volea
Provare ancor, per alcun tempo incerta
La vittoria lasci tra loro e i proci.
Quindi, montando rapida, su trave
Lucido ed alto, a rimirar la pugna,
Di rondine in sembianza, ella s'assise.
  Frattanto il Damastride Agelao,
Anfimedonte, Eurinomo, e il prudente
Plibo, e Demoptlemo, e Pisandro,
Di Polittore il figlio, alla coorte
Spirti aggiungean, come color che i primi
Eran di forza tra i rimasti in piedi,
E l'alma difendean; gli altri avean domi
L'arco famoso e le frequenti frecce.
  Parl a tutti Agelao: Compagni, io penso
Che le indomite man frenare un tratto
Costui dovr. Gi Mentore disparve
Dopo il bravar suo vano, e su la soglia
Quattro sono, e non pi. Voi non lanciate
Tutti, io ven priego, unitamente: sei
Aste volino in prima; e il vanto Giove
Di colpire in Ulisse a noi conceda.
Caduto lui, nulla del resto io curo.
  Sei, com'egli bramava, aste volro,
E tutte andar le feo Pallade a vto.
L'un de' pungenti frassini la porta
Percosse, un altro su la soglia cadde,
Ed un terzo invest nella parete.
Scansti i colpi, di Laerte il figlio:
Amici, disse, nello stuol de' proci,
Che, non contenti alle passate offese,
Della vita spogliar voglionci ancora,
Io crederei che saettar si debba.
  Ciascun la mira di rincontro tolse,
E trasse d'una lancia. Il divo Ulisse
Demoptlemo uccise, e scagli morte
Telemaco ad Eurade, a Elato Eumo,
Ed a Pisandro il buon Filezio: tutti
Del pavimento morsero la polve.
Gli altri nel fondo della sala il piede
Tiraro indietro: Ulisse e i tre compagni
Corsero, e svelser dagli estinti l'aste.
Allor lanciaro novamente i proci
Di tutta forza, e tutti quasi i colpi
Nuovamente sv Pallade amica.
La gran soglia, la porta e la parete
Li ricevette o li respinse: solo
Anfimedonte tanto o quanto lese
La destra di Telemaco nel polso,
E appena ne graffi la somma cute;
E la lung'asta di Ctesippo, a Eumo
Lo scudo rasentando, e lievemente
Solcandogli la spalla, il suo tenore
Segu, e ricadde sovra il palco morta.
  Ma non cos dall'altra parte spinte
Fr contra i proci le pungenti travi.
Quella del distruttor de' muri Ulisse
Fulmin Euridamante; Anfimedonte
Per quella giacque del suo figlio: Eumo
Scontr con la sua Plibo, e Filezio
Ctesippo colse con la sua nel petto,
E su lui stette alteramente, e disse:
Politersde, degli oltraggi amante,
Cessa dal secondar la tua stoltezza,
Con vana pompa favellando, e ai numi
Cedi, che di te son molto pi forti.
Questo  il dono ospital di quello in merto,
Che al nostro re, che mendicava festi:
Alla zampa del bue l'asta rispose.
Cos d'Ulisse l'armentario illustre.
  In questo mezzo di Laerte il figlio
Conquise il Damastoride da presso
Di profonda ferita; e a Leocrito
Telemaco piant nel ventre il telo,
Che delle reni fuor gli ricomparve.
L'Evenorde stramazz boccone,
E la terra batt con tutto il fronte.
Pallade allor, che rivest la diva,
Alto lev dalla soffitta eccelsa
La funesta ai mortali egida, e infuse
Ne' superstiti proci immensa tema.
Saltavan qua e l, come le agresti
Madri talvolta del cornuto armento,
Se allo scaldarsi ed allungar de' giorni
Le punge il fiero assillo e le scompiglia.
Ma in quella guisa che avoltori, il rostro
Ricurvi e l'unghia, piombano, calando
Dalla montagna, su i minori augelli,
Che trepidi vorrano ir vr le nubi:
E quei su lor ripiombano e ne fanno,
Quando difesa non rimane o scampo,
Strazio e rapina del villano agli occhi,
Che di tale spettacolo si pasce:
Non altrimenti Ulisse e i tre compagni
Si scagliavan su i proci, e tale strage
Ne menavan, che fronte omai non v'era
Che non s'aprisse sotto i gran fendenti;
E un gemer tetro alzavasi, e di nero
Sangue ondeggiava il pavimento tutto.
  Leode le ginocchia a prender corse
Del figliuol di Laerte, e in supplice atto
Gli drizz tali accenti: Eccomi, Ulisse,
Alle ginocchia tue, che di te imploro
Gli sguardi e la pietade. Io delle donne
In fatto o in detto non offesi alcuna:
Anzi gli altri alle sozze opre rivolti
Di ritenere io fea. Non m'obbedro:
Per una morte subitana e acerba
Delle sozze opre lor fu la mercede.
Ma io, io, che indovin tra i proci vissi
Io, che nulla commisi unqua di male,
Qui spento giacer degli altri al paro?
 questo il pregio che a virt si serba?
  E Ulisse, torvi in lui gli occhi fissando:
Poich tra i proci indovinar ti piacque,
Spesso chiedesti nel palagio ai numi,
Che del ritorno il d non mi splendesse;
Che te seguisse, e procreasse figli
La mia consorte a te: quindi e tu al grave
Sonno perpetuo chiuderai le ciglia.
Cos dicendo, con la man gagliarda
Dal suol raccolse la tagliente spada,
Che Agelao su la morte avea perduto;
E di percossa tal diede al profeta
Pel collo, che di lui, che ancor parlava,
Rotol nella polvere la testa.
  Ma di Terpio il figliuol, l'inclito Femio,
Che tra i proci sciogliea per forza il canto,
Morte schiv. Della seconda porta
Con la sonante in man cetra d'argento
Vicino erasi fatto, e in due pensieri
Dividea la sua mente: o fuori uscito
Sedersi all'ara del gran Giove Erco,
Dove Laerte e il suo diletto figlio
Molte solean bruciar cosce taurine;
O ad Ulisse prostrarsi, e le ginocchia
Stringergli e supplicarlo; e delle due
Questa gli parve la miglior sentenza.
Prima tra una capace urna e un distinto
D'argentei chiovi travagliato seggio
Depose a terra l'incavata cetra:
Poi vr l'eroe si mosse, e le ginocchia
Stringeagli, e gli dicea con voci alate:
Ulisse, ascolta queste mie preghiere,
E di Femio piet l'alma ti punga.
Doglia tu stesso indi ne avrai, se uccidi
Uom che agli uomini canta ed agli di.
Dotto io son da me solo, e non gi l'arte,
Ma un dio mi semin canti infiniti
Nell'intelletto. Gioirai, qual nume,
Della mia voce al suono. E tu la mano
Insanguinar ti vuoi nel corpo mio?
Ne domanda Telemaco, il tuo dolce
Figlio, ed ei ti dir, che n vaghezza
Di plauso mai, n scarsit di vitto,
Tra i proci alteri a musicar m'indusse.
Ma co' molti, co' giovani, co' forti,
Uom che potea debile, vecchio e solo?
  Tal favellava: e la sacrata possa
Di Telemaco udillo, e ratto al padre,
Che non gli era lontan: T'arresta, disse,
E di questo innocente i d rispetta.
Medonte ancor, che de' miei giorni primi
Cura prendea, noi serberemo in vita:
Sol ch'ei non sia per man d'un de' pastori
Caduto, e in te dato non abbia, mentre
Per la sala menavi in furia i colpi.
  L'ud Medonte, il banditor solerte,
Che sdraiato giacea sotto un sedile,
E, l'atro fato declinando, s'era
D'una fresca di bue pelle coverto.
Surse da sotto il seggio, e il bovin cuoio
Svestissi, e and a Telemaco, e, gittate
A' suoi ginocchi ambe le braccia: Caro,
Gridava, eccomi qua: salvami, e al padre
Di', che irato co' proci, onde scemati
Gli erano i beni, e vilipeso il figlio,
Non s'inaspri in me ancora e non m'uccida.
  Sorrise Ulisse, e a lui: Sta' di buon core.
Gi di rischio Telemaco ti trasse,
E in salvo pose, acciocch sappi, e il narri,
Quanto pi del far male il ben far torna.
Tu, araldo, intanto, e tu, vate immortale,
Fuor del palagio e della strage usciti,
Sedete nel cortil, finch'io di dentro
Tutta l'impresa mia conduco a riva.
Tacque; ed uscro, e appo l'altar del sommo
Giove sedean, guardandosi all'intorno,
Qual se ad ogni momento, e in ogni loco,
Dovesse lor sopravvenir la Parca.
  Lo sguardo allora per la casa in giro
L'eroe mand, se mai de' proci alcuno
Fuggito avesse della morte il fato.
Non rimanea di tanti un che nel sangue
Steso non fosse e nella polve. Come
Gli abitatori del canuto mare,
Che il pescator con rete a molti vani
Su dall'onda tir nel curvo lido,
Giaccion, bramando le native spume,
Per l'arena odata, e loro il sole
Con gl'infiammati rai le anime fura:
Cos giacean l'un presso l'altro i proci.
  Subitamente Ulisse in questa forma
Si converse a Telemaco: Telemaco,
La nutrice Euricla, su via, mi chiama,
Ci per udir, che a me di dirle  in grado.
  Ubbid egli e incamminossi, e, dato
D'urto alla porta: O d'anni carca, disse,
Sorgi, Euricla, che nella nostra casa
Vegli sovra le ancelle. Il padre mio,
Che desa favellarti, a s ti vuole.
  Non sen portava le parole il vento.
Apr Euricla le porte, e in via con lui,
Che precedeala, entr veloce, e brutto
Di polve tra i cadaveri e di sangue
Ulisse ritrov. Qual par leone,
Che vien da divorar nel campo un toro,
E il vasto petto e l'una guancia e l'altra
Ne riporta cruenta, e dalle ciglia
Spira terror: tale insozzati Ulisse
Mostrava i piedi e delle mani i dossi.
  Quella, come i cadaveri ed il molto
Sangue mir, volle gridar di gioia
A spettacolo tal: ma ei frenolla,
Bench anelante, e con parole alate:
Godi dentro di te, disse, ma in voci,
Vecchia, non dar di giubilo: ch vampo
Menar non lice sovra gente uccisa.
Questi dom il destino, e morte a loro
Le stesse lor malvagitadi fro:
Quando non rispettro alcun giammai,
Buon fosse o reo, che in Itaca giungesse,
Dunque a dritto periro. Or tu, nutrice,
Di' delle donne a me, quai nel palagio
Son macchiate di colpa, e quali intatte.
  E la diletta a lui vecchia Euricla:
Figliuol, da me tu non avrai che il vero.
Cinquanta chiude il tuo palagio, a cui
Le lane pettinar, tesser le tele,
E sostener con animo tranquillo
La servitute, io stessa un giorno appresi.
Dodici tra costor tutta spogliro
La verecondia, e, non che me, la stessa
Dispregiro Penelope. Non era
Troppo innanzi venuto ancor negli anni
Il figlio tuo, n su le donne alcuno
Gli consenta la saggia madre impero.
Ma che fo io, che alle lucenti stanze
Non salgo di Penelope, che giace
Da un dio sepolta in un profondo sonno?
  Non la destare ancor, rispose Ulisse,
Bens alle donne, il cui peccar t' noto,
Che a me si rappresentino, dirai.
  La balia senza indugio a invitar mosse
Le peccatrici e ad esortarle tutte,
Che si rappresentassero all'eroe.
E intanto egli, Telemaco a s avuto,
E il custode de' verri, e quel de' tori,
Tai parole lor feo: Le morte salme
Pi non si tardi a trasportare altrove,
E dell'infde ancelle opra sia questa.
Poi con l'acqua e le spugne a molte bocche,
I bei sedili tergeransi e i deschi.
Tutta rimessa la magione in punto,
Le ancelle ne trarrete, e, poste in mezzo
Tra la picciola torre ed il superbo
Recinto del cortil, tanto co' lunghi
Le cercherete feritori brandi,
Che si disciolga dai lor corpi l'alma,
E dalle menti lor fugga l'immonda
Venere, onde s'unan di furto ai proci.
  Ci detto appena, ecco venire a un corpo
Le grame, sollevando alti lamenti,
E una pioggia di lagrime versando,
Pria trasportr gl'inanimati corpi,
Che del cortile, aitandosi a vicenda,
Sotto alla loggia collocro. Instava
Co' suoi comandi Ulisse; e quelle il tristo
Ministero compiean, bench a mal cuore.
Poi con l'acqua e le spugne a molte bocche,
I bei sedili si tergeano e i deschi.
Ma Telemaco, e seco i due pastori,
Con rigide scorrean pungenti scope
Sul pavimento del ben fatto albergo;
E la bruttura raccogliean le afflitte
Donne, e fuori recavanla. N prima
Rimessa fu la magion tutta in un punto,
Che fra la torre ed il recinto poste
Le malvage si videro, e in tal guisa
Serrate l, che del fuggir nulla era.
  E Telemaco: Io, no, con morte onesta
Non torr l'alma da coteste donne,
Che a me sul capo od alla madre, scherni
Versaro; e che s'unan d'amor co' proci.
  Disse; e di nave alla cerulea prora
Canape, che parta da un gran pilastro,
Gitt alla torre a tale altezza intorno,
Che le ancelle, per cui gittarlo piacque,
Non potesser del pi toccar la terra.
E come incontra che o colombe o torde
Che al verde chiuso d'una selva entraro,
Van con ali spiegate a dar di petto
Nelle pndule reti, ove ciascuna
Trova un letto feral: tali a mirarle
Eran le donne con le teste in fila,
E con avvinto ad ogni collo un laccio,
Di morte infelicissima strumento.
Guizzan co'piedi alquanto e pi non sono.
  Telemaco indi, e i due pastori seco,
Nella corte per l'atrio il mal capraio
Conducean: recideangli orecchie e nari,
E i genitali, da buttarsi crudi
Ai can voraci, gli svelleano, i piedi
Mozzavangli e le man; tanta fu l'ira.
Punito al fine ogni misfatto, e mani
Con pura onda di fonte e pi lavati,
Ritorno fr nella magione a Ulisse.
  Questi allor tai parole alla diletta
Nutrice rivolgea: Portami, o vecchia,
Il zolfo salutifero ed il fuoco,
Perch l'albergo vaporare io possa,
E Penelope a me con le fedeli
Sue donne venga; e tu l'altre per casa
Femmine tutte a qua venir conforta.
  Ed ella: Figlio mio, quanto dicesti
Io lodo assai. Ma non vuoi tu che prima
Manto a coprirti e tunica io ti rechi?
Indegno fora con tai cenci indosso
Nel tuo palagio rimaner pi a lungo.
  Prima il zolfo ed il fuoco, ad Euricla
Rispose il pien d'accorgimenti eroe.
  La nutrice, ubbidendo, il sacro zolfo
Portgli e il fuoco prestamente; e Ulisse
La sala ed il vestibolo e il cortile
Pi volte vapor. Sal frattanto
Colei le ancelle a confortar, che franche
Vedere omai si fessero. Le ancelle
Delle camere usciro, in man tenendo
Lucide faci: poscia intorno a lui
Si spargeano e abbracciavanlo, ed il capo
Baciavangli, stringendolo e le spalle,
E l'afferravan nelle mani. Ulisse
Tutte le riconobbe ad una ad una
Nel consapevol petto, e un dolce il prese
Di sospiri e di lagrime deso.



LIBRO VENTITREESIMO


  La buona vecchia gongolando ascese
Nelle stanze superne, alla padrona
Per nunzar, ch'era il marito in casa.
Non le tremavan pi gl'invigoriti
Ginocchi sotto; ed ella a salti giva.
Quindi le stette sovra il capo, e: Sorgi,
Disse, Penelopa, figlia diletta,
Se il deso rimirar de' giorni tutti
Vuoi co' propri occhi. Ulisse venne, Ulisse
Nel suo palagio entr dopo anni tanti,
E i proci temerari, onde turbata
La casa t'era, consumati i beni,
Molestato il figliuol, ruppe e disperse.
  E Penelope a lei: Cara nutrice,
Gl'Iddii, che fanno, come lor talenta,
Del folle un saggio e del pi saggio un folle,
La ragion ti travolsero. Guastro
Cotesta mente, che fu sempre intgra,
Senza dubbio gl'Iddii. Perch ti prendi
Gioco di me, cui s gran doglia preme,
Favole raccontandomi, e mi scuoti
Da un sonno dolce, che, abbracciate e strette
Le mie tenea care palpebre? Io mai,
Dacch Ulisse lev nel mar le vele
Per la malvagia innominanda Troia,
Cos, no, non dormi. Su via, discendi,
Balia, e ritorna onde movesti, e sappi,
Che se tali novelle altra mi fosse
Delle mie donne ad arrecar venuta,
E me dal sonno scossa, io rimandata
Tostamente l'avrei con modi acerbi:
Ma giovi a te, che quel tuo crin sia bianco.
  Diletta figlia, ripigli la vecchia,
Io di te gioco non mi prendo. Ulisse
Capit veramente, ed il suo tetto
Rivide al fin: quel forestier da tutti
Svillaneggiato nella sala  Ulisse.
Telemaco il sapea: ma scortamente
I paterni consigli in s celava,
Delle vendette a preparar lo scoppio.
  Giubbil allor Penelope, e, di letto
Sbalzata, al seno s'accost la vecchia,
Lasciando ir gi le lagrime dagli occhi,
E con parole alate: Ah! non volermi,
Balia cara, deludere, rispose.
S'ei, come narri, in sua magione alberga,
Di qual guisa pot solo agli audaci
Drudi, che in folla rimaneanvi sempre,
Le ultrici far sentir mani omicide?
  Io nol vidi, n il so, colei riprese:
Solo il gemer di quei, ch'eran trafitti,
L'orecchio mi fera. Noi delle belle
Stanze, onde aprir non potevam le porte,
Nel fondo sedevam, turbate il core;
Ed ecco a me Telemaco mandato
Dal genitor, che mi volea. Trovai
Ulisse in pi tra i debellati proci,
Che giacean l'un su l'altro, il pavimento
Tutto ingombrando. Oh come ratto in gioia
La tua lunga tristezza avresti vlta:
Se di polve e di sangue asperso e brutto,
Qual feroce leon, visto l'avessi!
Or, del palagio fuor tutti in un monte
Stannosi; ed ei con solforati fuochi,
Ei, che a te m'invi nunzia fedele,
La nobile magion purga e risana.
Seguimi adunque; e dopo tanti mali
Ambo schiudete alla letizia il core.
Gi questo lungo desiderio antico,
Che distruggeati, cessa: Ulisse vivo
Venne al suo focolare, e nel palagio
Trov la sposa e il figlio, e di coloro,
Che gli noceano, vendicossi a pieno.
  Tanto non esultar, non tronfare,
Nutrice mia, Penelope soggiunse,
Perch t' noto, quanto caro a tutti,
E sovra tutti a me caro, e al cresciuto
Suo figlio e mio, capiterebbe Ulisse.
Ma tu il ver non parlasti. Un nume, un nume
Fu, che dell'opre ingiuste e de' superbi
Scherni indegnato, mand all'Orco i proci,
Che dispregiavan sempre ogni novello
Stranier, buon fosse, o reo: quindi perro.
Ma Ulisse lungi dall'Acaica terra
Il ritorno perd, perd la vita.
  Deh quale, o figlia, ti sfugg parola
Dalla chiostra de' denti? a lei la vecchia.
Il ritorno perd, perd la vita,
Mentre in sua casa e al focolar suo sacro
Dimora? Il veggio: chiuderai nel petto
Un incredulo cor, finch vivrai.
Se non che un segno manifesto in prova
Ti recher; la cicatrice onesta
Della piaga, che in lui di guerreggiato
Cinghial feroce il bianco dente impresse;
Quella, i piedi lavandogli, io conobbi
E volea palesartela: ma egli,
Con le mani afferrandomi alla bocca,
D'accortezza maestro, il mi vietava.
Sguimi, io dico. Ecco me stessa io metto
Nelle tue forze: s'io t'avr delusa,
La morte pi crudel fammi morire.
  E di nuovo Penelope: Nutrice,
Chi le vie degli di conoscer puote?
N tu col guardo a penetrarle basti.
Ogni modo a Telemaco si vada,
E la morte de' proci e il nostro io vegga
Liberatore, un uomo ei siasi o un nume.
  Detto cos, dalla superna stanza
Scese con mente in due pensier divisa:
Se di lontano a interrogar l'amato
Consorte avesse o ad appressarlo in vece,
E nelle man baciarlo e nella testa.
Varcata, entrando, la marmorea soglia,
Da quella parte, contra lui s'assise,
Dinanzi al foco, che su lei raggiava;
Ed ei, poggiato a una colonna lunga,
Sedea con gli occhi a terra, e le parole
Sempre attendea della preclara donna,
Poich giunti su lui n'eran gli sguardi.
Tacita stette e attonita gran tempo:
Il riguardava con immote ciglia,
E in quel che ravvisarlo ella credea,
Traeanla fuor della notizia antica
Gli abiti vili, onde scorgealo avvolto.
Non si tenne Telemaco, che lei
Forte non rampognasse: O madre mia,
Madre infelice e barbara consorte,
Perch cos dal genitor lontana?
Ch non siedi appo lui? ch non gli parli?
Null'altra fra cos fredda e schiva
Con marito alla patria, ed a lei giunto
Dopo guai molti nel ventesim'anno.
Ma una pietra per cuore a te sta in petto.
  E a rincontro Penelope: Sospesa,
Figlio, di stupor sono, ed un sol detto
Formar non valgo, una dimanda sola,
E n, quant'io vorrei, mirarlo in faccia.
Ma s'egli  Ulisse e la sua casa il tiene,
Nulla pi resta che il mio stato inforsi.
Per che segni v'han dal nuzale
Ricetto nostro impenetrabil tratti,
Ch'esser noti sappiamo a noi due solo.
  Sorrise il saggio e pazente Ulisse,
E converso a Telemaco: La madre
Lascia, diceagli, a suo piacer tentarmi:
Svanir, figlio, ogni suo dubbio in breve.
Perch in vesti mi vede umili e abbiette,
Spregiami, e penetrar non san per queste
Sino ad Ulisse i timidi suoi sguardi,
Noi quel partito consultiamo intanto
Che abbracciar sar meglio. Uom, che di vita
Spogli un uom solo e oscuro, e di cui pochi
Sono i vendicator, pur fugge, e il dolce
Nido abbandona ed i congiunti cari.
Or noi della citt tolto il sostegno,
E il fior dell'Itacese gioventude
Mietuto abbiamo. Qual  il tuo consiglio?
  E il prudente Telemaco: A te spetta,
Diletto padre, il consigliar, rispose:
A te, con cui non v'ha chi d'accortezza
Contendere osi. Io seguirotti pronto
In ogni tuo disegno, e men, cred'io,
Le forze mi verran pria, che il coraggio.
  Questo a me sembra, ripigliava Ulisse.
Bagnatevi, abbigliatevi, e novelle
Prenda ogni donna e pi leggiadre vesti.
Poi con l'arguta cetera il divino
Cantore inviti a una gioconda danza.
Acci chi di fuori ode, o passa, o alberga
Vicin, le nozze celebrarsi creda.
Cos pria non andr per la cittade
Della strage de' proci il sanguinoso
Grido, che noi non siam nell'ombreggiata
Campagna nostra giunti, in cui vedremo
Ci che inspirarci degner l'Olimpio.
  Scoltato ed ubbidito ei fu ad un'ora.
Si bagnr, s'abbiglir, vesti novelle
Prese ogni donna, e pi fregiata apparve.
Femio la cetra nelle man recossi,
E del canto soave e dell'egregia
Danza il deso svegli. Tutta sonava
Quella vasta magion del calpesto
Degli uomini trescanti e delle donne,
Cui bella fascia circondava i fianchi.
E tal che uda di fuor, tra s dicea:
Alcun per fermo la cotanto ambita
Regina ottenne. Trista! che gli eccelsi
Tetti di quel, cui vergine congiunta
S'era, non custod, finch'ei venisse.
Cos parlava; e di profonda notte
Lo strano caso rimanea tra l'ombre.
  In questo mezzo Eurnome cosperse
Di lucid'onda il generoso Ulisse,
E del biondo licor l'unse, ed il cinse
Di tunica e di clamide: ma il capo
D'alta beltade gl'illustr Minerva.
Ei de' lavacri usc pari ad un nume,
E di nuovo s'assise, ond'era sorto,
Alla sua moglie di rincontro, e disse:
Mirabile! a te pi che all'altre donne,
Gli abitatori dell'Olimpie case
Un cuore impenetrabile formro.
Quale altra accogliera con tanto gelo
L'uom suo, che dopo venti anni di duolo
Alla sua patria ritornasse e a lei?
Su via, nutrice, per me stendi un letto,
Dov'io mi corchi, e mi riposi anch'io:
Quando di costei l'alma  tutta ferro.
  Mirabil, rispondea la saggia donna,
Io n orgoglio di me, n di te nutro
Nel cor disprezzo, n stupor soverchio
M'ingombra: ma guardinga i di mi fero.
Ben mi ricorda, quale allor ti vidi,
Che dalle spiagge d'Itaca naviglio
Ti allontan di remi lungo armato.
Or che badi, Euricla, che non gli stendi
Fuor della stanza maritale il denso
Letto, ch'ei di sua mano un d costrusse,
E pelli e manti e sontuose coltri
Su non vi getti? Ella cos dicea,
Far volendo di lui l'ultima prova.
  Crucciato ei replic: Donna, parola
T'usci da' labbri fieramente amara.
Chi altrove il letto collocommi? Dura
Al pi saputo tornera l'impresa.
Solo un nume potrebbe agevolmente
Scollocarlo: ma vivo uomo nessuno,
Bench degli anni in sul fiorir, di loco
Mutar potra senza i maggiori sforzi
Letto cos ingegnoso, ond'io gi fui,
N compagni ebbi all'opra, il dotto fabbro.
Bella d'olivo rigogliosa pianta
Sorgea nel mio cortile, i rami larga,
E grossa molto, di colonna in guisa.
Io di commesse pietre ad essa intorno
Mi architettai la maritale stanza,
E d'un bel tetto la coversi, e salde
Porte v'imposi e fermamente attate.
Poi, vedovata del suo crin l'oliva,
Alquanto su dalla radice il tronco
Ne tagliai netto, e con le pialle sopra
Vi andai leggiadramente, v'adoprai
La infallibile squadra e il succhio acuto.
Cos il sostegno mi fec'io del letto;
E il letto a molta cura io ripoli,
L'intarsai d'oro, d'avorio e argento
Con arte varia, e di taurine pelli,
Tinte in lucida porpora, il ricinsi.
Se a me riman, qual fabbricailo, intatto,
O alcun, succiso dell'olivo il fondo,
Portollo in altra parte, io, donna, ignoro.
  Questo fu il colpo che i suoi dubbi tutti
Vincitore abbatt. Pallida, fredda,
Manc, perd gli spiriti e disvenne.
Poscia corse vr lui dirittamente,
Disciogliendosi in lagrime; ed al collo
Ambe le braccia gli gettava intorno,
E baciavagli il capo e gli dicea:
Ah! tu con me non t'adirare, Ulisse,
Che in ogni evento ti mostrasti sempre
Degli uomini il pi saggio. Alla sventura
Condannavanci i numi, a cui non piacque
Che de' verdi godesse anni fioriti
L'uno appo l'altro, e quindi a poco a poco
L'un vedesse imbiancar dell'altro il crine.
Ma, se il mirarti e l'abbracciarti un punto
Per me non fu, tu non montarne in ira.
Sempre nel caro petto il cor tremavami,
Non venisse a ingannarmi altri con fole:
Ch astuzie ree covansi a molti in seno.
N la nata di Giove Elena Argiva
D'amor sarasi e sonno a uno straniero
Congiunta mai, dove previsto avesse
Che degli Achei la bellicosa prole
Nuovamente l'avrebbe alla diletta
Sua casa in Argo ricondotta un giorno.
Un dio la spinse a una indegna opra; ed ella
Pria che di dentro ne sentisse il danno,
Non conobbe il velen, velen da cui
Tanto cordoglio a tutti noi discorse.
Ma tu mi desti della tua venuta
Certissimo segnale: il nostro letto,
Che nessun vide mai, salvo noi due,
E Attoride la fante, a me gi data
Dal padre mio, quand'io qua venni, e a cui
Dell'inconcussa nuzale stanza
Le porte in guardia son, tu quello affatto
Mi descrivesti; e al fin pieghi il mio core,
Ch'esser potra, nol vo' negar, pi molle.
  A questi detti s'eccit in Ulisse
Deso maggior di lagrime. Piagnea,
S valorosa donna e s diletta
Stringendo al petto. E il cor di lei qual era?
Come ai naufraghi appar grata la terra
Se Nettuno fracass nobile nave,
Che i vasti flutti combatteano e i venti,
Tanto che pochi dal canuto mare
Scampr ntando a terra e con le membra
Di schiuma e sal tutte incrostate, e lieti
Su la terra montr, vinto il periglio:
Cos gioa Penelope, il consorte
Mirando attenta, n staccar sapea
Le braccia d'alabastro a lui dal collo.
E gi risorta lagrimosi il ciglio
Visti gli avra la ditirosea Aurora,
Se l'occhio azzurro di Minerva un pronto
Non trovava compenso. Egli la Notte
Nel fin ritenne della sua carriera,
Ed entro all'Ocean ferm l'Aurora,
Giunger non consentendole i veloci
Dell'alma luce portator destrieri,
Lampo e Fetonte, ond' guidata in cielo
La figlia del mattin su trono d'oro.
  Ulisse allor queste parole volse
Non liete alla donna: O donna, giunto
Non creder gi de' miei travagli il fine.
Opra grande rimane, immensa, e cui
Fornir, bench a fatica, io tutta deggio.
Tanto mi disse di Tiresia l'ombra
Il d ch'io per saver del mio ritorno,
E di quel de' compagni, al fosco albergo
Scesi di Dite. Or basta. Il nostro letto
Ci chiama e il sonno, di cui tutta in noi
Entrer l'ineffabile dolcezza.
  E Penelope a lui cos rispose:
Quello a te sempre apparecchiato giace,
Poich di ritornar ti diro i numi.
Ma tu quest'opra, di cui qualche dio
Risvegli in te la rimembranza, dimmi.
Tu non vorrai da me, penso, celarla
Poscia; e il tosto saperla a me par meglio.
  Sventurata, perch, l'altro riprese,
Tal nel tuo petto e s fervente brama?
Nulla io t'asconder: bench goderne
Certo pi che il mio core, il tuo non deggia.
L'ombra ir m'impose a citt molte, un remo
Ben fabbricato nelle man tenendo,
N prima il pi fermar, che ad una nuova
Gente io non sia, che non conosce il mare,
N cosperse di sal vivande gusta,
N delle navi dalle rosse guance
O de' remi, che sono ale alle navi,
Notizia vanta. E mi di un segno il vate.
Quel d, che un altro pellegrino, a cui
M'abbatter per via, me un ventilabro
Portar dir su la gagliarda spalla,
Allora, infitto nella terra il remo,
E vittime perfette a re Nettuno
Svenate, un toro, un arete, un verro,
Riedere io debbo alle paterne case,
E per ordine offrir sacre ecatombi
Agli di tutti che in Olimpo han seggio.
Quindi a me fuor del mare, e mollemente
Consunto al fin da una lenta vecchiezza,
Morte sopravver placida e dolce,
E beate vivran le genti intorno.
Ecco il destin che il tuo consorte aspetta.
  Ed ella ripigli: Se una vecchiezza
Migliore i di promttonti, che tutta
L'altra etade non fu, t'allegra dunque,
O d'ogni angoscia vincitor felice.
  Eurnome frattanto ed Euricla
Di molli coltri e di tappeti il casto
Letto adornavan delle faci al lume.
Ci in brev'ora compiuto, a' suoi riposi
Euricla si ritrasse, ed Eurinme
In vr la stanza maritale Ulisse
Precedeva, e Penelope, tenendo
Fiaccola in man: poi ritirossi anch'ella;
E con pari vaghezza i due consorti
Del prisco letto rinnovaro i patti.
Telemaco non meno ed i pastori,
Fatti i lor pi cessar dalla gioconda
Danza, e quei delle donne, al sonno in preda
S'abbandonaro nell'oscura sala.
  Ma Penelope e Ulisse un sovrumano
De' mutui lor ragionamenti vari,
Che la notte copra, prendean diletto.
Ella narrava, quanto a lei di doglia
Di la vista de' proci, ed il trambusto
In ch'era la magion, mentre, velando
La loro audacia dell'amor del manto,
Sempre a terra stendean pecora o bue,
E dai capaci dogli il delicato
Vino attigneano. D'altra parte Ulisse
Que' mali, che in se stesso o a gente avversa
Sofferti avea pellegrinando, o inflitti,
Le raccontava: un non so che di dolce
L'anima ricercavale ed a lei,
Finch'ei per tutte and le sue vicende,
Non abbassava le palpbre il sonno.
  Tolse a dir, come i Cconi da prima
Vinse, e poi de' Lotfagi alla pingue
Terra sen venne; e ramment gli eccessi
Del barbaro Ciclope, e la sagace
Vendetta fatta di color tra i suoi,
Ch'ei metteasi a vorar senza pietade.
Come ad Eolo approd, da cui gentile
Accoglienza e licenza ebbe del pari:
Ma non ancor gli concedeano i fati
La contrada nata, donde rapillo
Subitana procella, e sospirante
Molto e gemente, il ricacci nell'alto.
Quindi l'amaro descriveale arrivo
Alla funesta dalle larghe porte
Cittade de' Lestrgoni, e gli ancisi
Compagni tanti, e i fracassati legni,
Fuor che uno, sovra cui salvossi appena.
Gli scaltrimenti descrivea di Circe
E il vaggio impensato in salda nave,
Per consultar del Teban vate l'alma,
Alla casa inamabile di Pluto,
Dove s'offrro a lui gli antichi amici,
Ombre guerriere, ed Anticla, che in luce
Poselo, e intese alla sua infanzia cara.
Aggiunse le Sirene, innanzi a cui
Passare ard con disarmati orecchi;
E gl'instabili scogli, e la tremenda
Cariddi e Scilla, cui non vider mai
I pi destri nocchieri impunemente.
N l'estinto tacea del Sole armento,
E la vermiglia folgore di Giove
Altitonante, che percosse il legno,
E i compagni sperd. Camp egli a terra
Solo, e afferr all'Ogigia isola; ed ivi
Calipso, che bramava essergli sposa,
Il ritenea nelle sue cave grotte,
L'adagiava di tutto, e giorni eterni
Senza canizie prometteagli: pure
Nel seno il cor mai non pieggli. Al fine
Dopo infiniti guai giunse ai Feaci,
Che al par d'un nume l'onorro, e in nave
Di rame carca e d'oro e di vestiti,
All'aere dolce de' natii suoi monti
Rimandrlo. Quest'ultima parola
Delle labbra gli usca, quando soave
Scioglitor delle membra e d'ogni cura
Disgombrator, sovra lui cadde il sonno.
  Ma in questo mezzo la Pupilleazzurra
Di Laerte il figliuol non obblava.
Come le parve ch'ei goduto avesse
Di notturna quete appo la fida
Moglie abbastanza, incontanente mosse
E a levarsi eccit dall'Oceno
Sul trono d'r la ditirosea Aurora,
Perch la terra illuminasse e il cielo.
Sorse allora l'eroe dal molle letto,
E questi accenti alla consorte volse:
Consorte, sino al fondo ambi la coppa
Bevemmo del dolor; tu, che piangevi
Il mio ritorno disastroso, ed io,
Cui Giove e gli altri di, dalla bramata
Patria volean tra mille affanni in bando.
Or, che agli Eterni runirci piacque,
Cura tu prenderai di quanto in casa
Rstami; ed io di ci, che gli orgogliosi
Proci usurpro a me, parte co' doni
Del popol mio, parte co' miei conquisti,
Ristorerommi a pieno, in sin che tutte
Si rempian di nuovo a me le stalle.
Io nella folta di diverse piante
Campagna sua corro a veder l'antico
Genitor, che per me tanto dolora.
Tu, bench saggia, il mio precetto ascolta.
Sorto il novello sol, per la cittade
Della morte de' proci andr la fama.
Sali nell'alto con le ancelle e siedi,
Ed in guisa ivi sta, che non t'accada
N voce ad alcun volgere, n sguardo.
  Detto, vestissi le bell'armi, e il prode
Figlio animava e i due pastori, e a tutti
Prendere ingiunse i marzali arnesi.
Quelli, obbedendo, armavansi, e, dischiuse
Le porte, uscano: precedeali Ulisse.
Gi si spargea su per la terra il lume;
Ma fuor della citt tosto li trasse
Di nube cinti l'Atena Minerva.



LIBRO VENTIQUATTRESIMO


  Mercurio intanto, di Cillene il dio
L'alme de' proci estinti a s chiamava.
Tenea la bella in man verga dell'oro,
Onde i mortali dolcemente assonna,
Sempre che il vuole, e li dissonna ancora.
Con questa conducea l'alme chiamate,
Che stridendo il seguano. E come appunto
Vipistrelli nottIvaghi nel cupo
Fondo talor d'una solenne grotta,
Se avvien che alcun dal sasso ove congiunti
L'uno appo l'altro s'atteneano, caschi,
Tutti stridendo allor volano in folla:
Cos movean gli spirti, e per la fosca
Via precedeali il mansueto ErmEte.
L'Ocen trapassavano, e la bianca
Pietra e del sole le lucenti porte,
Ed il popol de' sogni: indi ai vestiti
D'asfodlo immortale inferni prati
Giunser, dove soggiorno han degli estinti
Le aeree forme e i simulacri ignudi.
  L'alma trovro del Pelade Achille,
Di Ptroclo, d'Antiloco e d'Aiace,
Che i Danai tutti, salvo il gran Pelde,
Di corpo superava e di sembiante,
Corona fean di Pleo al figlio: ed ecco
Dolente presentarsegli lo spirto
Dell'Atride Agamennone, cui tutti
Seguan coloro che d'Egisto un giorno
Nella casa infedel con lui periro.
Primo gli volse le parole Achille:
Noi credevamti sovra tutti, Atride
Della Grecia gli eroi diletto al vago
Del fulmin Giove, poich a molta e forte
Gente imperavi sotto l'alte mura
Di Troia, lungo degli Achivi affanno.
Pur te assalir dovea, primo tra quelli
Che ritornro, la severa Parca,
Da cui scampar non lice ad uom che nacque.
Ch non moristi almeno in quell'eccelso
Grado, di cui godevi, ad Ilio innanzi?
Qual tomba i Greci, che al tuo figlio ancora
Somma gloria sara ne' d futuri,
Non t'avrano innalzata? Oh miseranda
Fine che in vece ti prescrisse il fato!
  Felice te, gli rispondea l'Atride,
Figlio di Pleo, Achille ai numi eguale,
Tu che a Troia cadesti, e lunge d'Argo,
E a cui de' Greci e de' Troiani i primi,
Che pugnavan per te, cadeano intorno!
Tu de' cavalli immemore e de' cocchi,
Cadaver grande sovra un grande spazio,
Giacevi in mezzo a un vortice di polve;
E noi combattevam da mane a sera,
N cessava col d, credo, l'atroce
Pugna ostinata, se da Giove mosso
Gli uni non dividea dagli altri un turbo.
Tosto che fuor della battaglia tratto,
E alle navi per noi condotto fosti,
Asperso prima il tuo formoso corpo
Con tepid'acque e con fragranti essenze,
Ti deponemmo in su funbre letto;
E molte sovra te lagrime calde
Spargeano i Danai e recideansi il crine.
Ma la tua madre, il grave annunzio udito,
Del mare usc con le Nereidi eterne,
E un immenso clamor corse per l'onde,
Tal che tremarsi le ginocchia sotto
Gli Achei tutti sentiro. E gi salite
Precipitosi avran le ratte navi,
S'uom non li ritenea, la lingua e il petto
Pien d'antico saver, Nestor, di cui
Ottimo sempre il consigliar tornava:
"Arrestatevi, Argivi, non fuggite",
Disse il profondo del Nelde senno,
"O figli degli Achei: questa  la madre,
Ch'esce dall'onda con l'equree Dive
E al figliuol morto viene". A tai parole
Ciascun rist. Ti circondaro allora
Del vecchio Nereo le cerulee figlie,
Lugubri lai mettendo, e a te divine
Vesti vestiro. Il coro anche plorava
Delle nove sorelle, alternamente
Sciogliendo il canto or l'una, or l' altra; e tale
Il poter fu delle canore Muse,
Che un sol Greco le lagrime non tenne.
Dieci d e sette ed altrettante notti,
Uomini e di ti piangevam del pari:
Ma il giorno che segu, ti demmo al foco,
E agnelle di pinguedine fiorite
Sgozzammo e buoi dalla lunata fronte.
Tu nelle vesti degli di, nel dolce
Mele fosti arso e nel soave unguento;
E mentre ardevi, degli Acaici eroi
Molti corser con l'arme intorno al rogo,
Chi sul cocchio, chi a piedi; ed un rimbombo
Destossi che sal fino alle stelle.
Come consunto la vulcania fiamma,
Achille, t'ebbe, noi le candide ossa,
Del pi puro tra i vini e del pi molle
Tra gli unguenti irrigandole, su l'Alba
Raccoglievamo; e la tua madre intanto
Port lucida d'oro urna, che dono
Dicea di Bacco e di Vulcan fattura.
Entro quest'urna le tue candide ossa
Con quelle di Patrclo, illustre Achille,
Giaccion: ed ivi pur, bench disgiunte,
L'ossa posan d'Antloco, cui tanto
Sovra tutti i compagni onor rendevi,
Spento di vita il Menezade. Quindi
Massima ergemmo e sontuosa tomba
Noi de' pugnaci Achivi oste temuta,
Su l'Ellesponto, ove pi sporge il lido:
Perch chi vive e chi non nacque ancora,
Solcando il mar la dimostrasse a dito.
La madre tua, che interrogonne i numi,
Splendidi in mezzo il campo al fior dell'oste
Giuochi propose. Io molte esequie illustri
Dove all'urna d'un re la gioventude
Si cinge i fianchi, e a lotteggiar s'appresta,
Vidi al mio tempo: ma pi assai, che gli altri
Certami tutti, con le ciglia in arco
Quelle giostre io mirai, che per te diede
S belle allor la piediargentea Teti.
Cos caro vivevi agl'immortali!
Per il tuo nome non si spense teco:
Anzi la gloria tua pel mondo tutto
Rifiorir, Pelde, ognor pi bella.
Ma io qual pro di cos lunga guerra
Da me finita, se cotal ruina
Per man d'Egisto e d'una moglie infame,
Pronta mi tenea Giove al mio ritorno?
  Cotesti avean ragionamenti, quando
Lor s'accost l'interprete Argicida,
Che de' proci test da Ulisse vinti
L'alme guidava. Agamennne e Achille
Non prima li sguardr che ad incontrarli
Maravigliando mossero. L'Atride
Ratto conobbe Anfimedonte, il caro
Figlio di quel Melanio, onde ospizio ebbe
In Itaca, e cos primo gli disse:
  Anfimedonte, per qual caso indegno
Scendeste voi sotterra, eletta gente,
E tutti d'una et? Scrre i migliori
Meglio non si potra nella cittade.
Nettuno forse vi annoi sul mare,
Fieri venti eccitando e immani flutti?
O v'offesero in terra uomini ostili,
Mentre buoi predavate e pingui agnelle?
O per la patria e per le care donne
Combattendo cadeste? A un tuo paterno
Ospite, che tel chiede, manifesta.
Non ti ricorda di quel tempo, ch'io
Col divin Menelao venni al tuo tetto,
Ulisse a persuader, che su le armate
Di saldi banchi e ben velate navi
Ci accompagnasse a Troia? Un mese intero
Dur il passaggio per l'immenso mare,
Poich svelto da noi fu a stento il prode
Rovesciator delle cittadi Ulisse.
  E di rincontro Anfimedonte: O figlio
Gloroso d'Atro, re delle genti,
Serbo in mente ci tutto; e qual reo modo
Ci toccasse di morte, ora io ti narro.
D'Ulisse, ch'era di molt'anni assente,
La consorte ambivamo. Ella nel core
Morte a noi macchinava, e non volendo
N rifiutar, n trarre a fin le nozze,
Un compenso invent. Mettea la trama
In sottile ampia, immensa tela ordita
Da lei nel suo palagio; e, noi chiamati:
"Giovinetti", dicea, "miei proci, Ulisse
Sensa dubbio mor. Tanto a voi dunque
Piaccia indugiar le nozze mie ch'io questo
Lugubre ammanto per l'eroe Laerte,
Onde a mal non mi vada il vano stame,
Pria fornir possa, che la negra il colga
D'eterno sonno apportatrice Parca.
Volete voi che mrdanmi le Achee,
Se ad uom, che tanto avea d'arredi vivo,
Fallisse un drappo, in cui giacersi estinto?"
Con siffatte parole il core in petto
Ci tranquill. Tessea di giorno intanto
L'insigne tela e la stessea di notte,
Di mute faci al consapevol raggio.
Un trennio cos nella sua frode
Celavasi e tenea gli Achivi a bada.
Ma sorgiunto il quart'anno, e le stagioni,
Uscendo i mesi, nuovamente apparse,
E compiuta de' giorni ogni rivolta,
Noi, da un ancella non ignara instrutti,
Penelope trovammo al suo notturno
Retrogrado lavoro, e ripugnante
Pur di condurlo la sforzammo a riva.
Quando ci mostr alfin l'inclito ammanto,
Che risplendea, come fu asterso tutto,
Del sole al pari o di Selene, allora
Ulisse, non so d'onde, un genio avverso
Men al confin del campo, ove abitava
Il custode de' verri, ed ove giunse
D'Ulisse il figlio, che ritorno fea
Dall'arenosa Pilo in negra nave.
Morte a noi divisando, alla cittade
Vennero; innanzi il figlio e il padre dopo.
Questi in lacero arnese e somigliante
A un infelice paltoniere annoso,
Che sul bastone incurvasi, condotto
Fu dal pastor de' verri; i pi meschini
Vestiti appena il ricopran, n alcuno
Tra i pi attempati ancor, seppe di noi,
Com'ei s'offerse, ravvisarlo. Quindi
Motteggi e colpi le accoglienze fro.
Colpi egli pazente in sua magione
Per un tempo soffra, non che motteggi;
Ma, come spinto dall'Egoco Giove
Sentissi, l'armi dalla sala tolse,
E con l'ata del figliuol nell'alto
Le serr del palagio. Indi con molto
Prevedimento alla reina ingiunse
Che l'arco proponesse e il ferro ai proci:
Funesto gioco, che fin col sangue.
Nessun di noi del valid'arco il nervo
Tender potea: ch opra da noi non era.
Ma dell'eroe va in man l'arma. Il pastore
Noi tutti sgridavam, perch all'eroe
Non la recasse. Indarno fu. Telemaco
Comandgli recarla, e Ulisse l'ebbe.
Ei, prese in man l'arco famoso, il tese
Cos e il tir, che ambo le corna estreme
Si vennero ad unir: poi la saetta
Per fra tutti gli anei sospinse a volo.
Ci fatto, stette in su la soglia, e i ratti
Strali versossi ai piedi, orrendamente
Guardando intorno. Antnoo colse il primo,
E dopo lui, sempre di contra or l'uno
Tolto e or l'altro di mira, i sospirosi
Dardi scoccava, e cadea l'un su l'altro.
Certo un nume l'aitava. I suoi compagni,
Seguendo qua e l l'impeto suo,
A gara trucidavanci: lugbri
Sorgean lamenti, rimbombar s'uda
Delle teste percosse ogni parete;
E correa sangue il pavimento tutto.
Cos, Atride, perimmo e i nostri corpi
Giaccion negletti nel cortil d'Ulisse:
Poich nulla ne san gli amici ancora,
Che dalla tabe a tergerci e dal sangue
Non tarderano e a piangerci deposti,
De' morti onor, sovra un funbre letto.
  O fortunato, grid allor l'Atride
Di Laerte figliuol, con qual valore
La donna tua riconquistasti! E quanto
Saggia o memore ognor dell'uomo, a cui
Nel pudico suo fiore unita s'era
Visse d'Icario la figliuola illustre!
La rimembranza della sua virtude
Durer sempre, e amabile ne' canti
Ne soner per l'universo il nome.
Non cos la Tindaride, che, osando
Scellerata opra, con la man, che data
Vergine aveagli, il suo marito uccise.
Costei fia tra le genti un odoso
Canto perenne: ch di macchia tale
Le donne tutte col suo fallo impresse,
Che le pi oneste ancor tinte n'andranno.
  Tal nell'oscure, dove alberga Pluto,
Della terra caverne, ivan quell'alme
Di lor vicende ragionando insieme.
  Ulisse e il figlio intanto e i due pastori
Giunser, dalla citt calando, in breve
Del buon Laerte al poder culto e bello,
De' suoi molti pensier frutto, e de' molti
Studi e travagli suoi. Comoda casa
Gli sorgea quivi di capanne cinta,
Ove cibo e riposo ai corpi, e sonno
Davan famigli, che, richiesti all'uopo
Delle sue terre, per amor pi ancora,
Che per dover, servanlo; ed una buona
Pur v'abitava Siciliana fante,
Che in quella muta solitudin verde
De' canuti anni suoi cura prendea.
Ulisse ai due pastori e al caro pegno:
Entrate, disse, nella ben construtta
Casa, e per cena un de' pi grassi porci
Subito apparecchiate. Io voglio il padre
Tentar, s'ei dopo una s lunga assenza
Mi ravvisa con gli occhi, o estinta in mente
Gli abbia di me la conoscenza il tempo.
  Detto, consegn lor l'armi; e Telemaco,
E i due pastor rapidi entrro. Ulisse
Del grande orto pomifero alla volta
Mosse, n Dolio, discendendo in quello,
Trov, n alcun de' figli o degli schiavi,
Che tutti a raccr pruni, onde il bell'orto
D'ispido circondar muro campestre,
S'eran rivolti; e precedeali Dolio.
Sol trov il genitor, che ad una pianta
Curvo zappava intorno. Il ricopra
Tunica sozza ricucita e turpe:
Dalle punture degli acuti rovi
Le gambe difendevan gli schinieri
Di rattoppato cuoio e le man guanti:
Ma berretton di capra in su la testa
Portava il vecchio; e cos ei la doglia
Nutriva ed accrescea nel caro petto.
Tosto che Ulisse l'avvis dagli anni
Suoi molti, siccom'era, e da' suoi molti
Mali pi ancor, che dall'et, consunto,
Lagrime, stando sotto un alto pero,
Dalle ciglia spandea. Poi nella mente
Volse e nel cor, qual de' due fosse il meglio,
Se con amplessi a lui farsi e con baci,
E narrar del ritorno il quando e il come,
O interrogarlo prima, e punzecchiarlo
Con detti forti risvegliando il duolo,
Per raddoppiar la gioia; e a ci s'attenne.
Si drizz dunque a lui, che basso il capo
Tenea zappando ad una pianta intorno,
E: Vecchio, disse, della cura ignaro,
Cui domanda il verzier, certo non sei,
Arbor non v'ha, non fico, vite, oliva
Che l'abil mano del cultor non mostri,
N sfugg all'occhio tuo di terra un palmo.
Altro, e non adirartene, io dirotti:
Nulla  negletto qui, fuorch tu stesso.
Coverto di squallor vggioti e avvolto
In panni rei, non che dagli anni infranto.
Se mal ti tratta il tuo signor, per colpa
Della pigrizia tua non  ci, penso:
Anzi tu nulla di servil nel corpo
Tieni o nel volto, chi ti guarda fisso.
Somigli ad un re nato; ad uom somigli,
Che, dopo il bagno e la gioconda mensa,
Mollemente dormir debba su i letti
Com' l'usanza de' vegliardi. Or dimmi
Preciso e netto chi tu servi, e a cui
L'orto governi, e fa' ch'io sappia in oltre,
Se questa  veramente Itaca, dove
Son giunto, qual test colui narrommi
Che in me scontrossi, uom di non molto senno,
Quando n il tutto raccontar, n volle
Me udir, che il richiedea, se in qualche parte
D'Itaca un certo vive ospite mio,
O morte il chiude la magion di Dite.
A te parler in vece, e tu l'orecchio
Non ricusar di darmi. Ospite un tale
Nella mia patria io ricevei, di cui
Non venne di lontano al tetto mio
Forestier mai, che pi nel cor m'entrasse.
Nato ei diceasi in Itaca, e Laerte,
D'Arcesio il figlio, a genitor vantava.
Il trattai, l'onorai, l'accarezzai
Nel mio di beni ridondante albergo,
E degni in sul partir doni io gli porsi:
Sette di lavorato oro talenti,
Urna d'argento tutta e a fiori sculta,
Dodici vesti tutte scempie, e tanto
Di tappeti, di tuniche e di manti;
E quattro belle, oneste, e di lavori
Femmine sperte ch'egli stesso elesse.
  Stranier, rispose lagrimando il padre,
Sei nella terra di cui chiedi, ed ove
Una pessima gente ed oltraggiosa
Regna oggid. Que' molti doni, a cui
Ei con misura eguale avra risposto,
Come degno era bene, or, che qui vivo
Nol trovi pi, tu gli spargesti al vento.
Ma schiettamente mi favella: quanti
Passro anni dal d che ricevesti
Questo nelle tue case ospite gramo,
Che s'ei vivesse ancor sara il mio figlio?
Misero! in qualche parte, e dalla patria
Lungi, o fu in mar pasto de' pesci, o in terra
De' volatori preda e delle fere:
N ricoperto la sua madre il pianse,
N il pianse il genitor; n la dotata
Di virt, come d'r, Penelopa
Con lagrime onor l'estinto sposo
Sopra fnebre letto, e gli occhi prima
Non gli compose con mal ferma destra.
Ci palesami ancor: chi sei tu? e donde?
Dove a te la citt? la madre? il padre?
A qual piaggia s'attiene il ratto legno
Che te condusse e i tuoi compagni illustri?
O passeggier venisti in nave altrui,
E, te sbarcato, i giovani partiro?
  Tutto, riprese lo scaltrito eroe,
Narrer acconciamente. Io figlio sono
Del re Polipemnide Afidante.
In Alibante nacqui, ove ho un eccelso
Tetto, e mi chiamo Eprito. Me svelse
Dalla Sicilia un Genio avverso, e a queste
Piagge sospinse; ed or vicino ai campi,
Lungi della citt, stassi il mio legno.
Volge il quint'anno omai che Ulisse sciolse
Dalla mia patria. Sventurato! a destra
Gli volavano allor gli augelli, ed io
Lui, che lieto part, congedai lieto:
Quando ambi speravam che rinnovato
L'ospizio avremmo e ricambiati i doni.
  Disse, e fosca di duol nube coverse
La fronte al padre, che la fulva polve
Prese ad ambo le mani, e il venerando
Capo canuto se ne sparse, mentre
Nel petto spesseggiavangli i sospiri.
Ulisse tutto commoveasi dentro,
E un acre si senta pungente spirto
Correre alle narici, il caro padre
Mirando attento: al fin su lui gittossi,
E stretto il si recava in fra le braccia,
E il baciava pi volte, e gli dicea:
Quell'io, padre, quell'io, che tu sospiri,
Ecco nel ventesmo anno in patria venni.
Cessa dai pianti, dai lamenti cessa,
E sappi in breve, perch il tempo stringe,
Ch'io tutti i proci uccisi, e vendicai
Tanti e s gravi torti in un d solo.
  Ulisse tu? cos Laerte tosto,
Tu il figlio mio? Dammene un segno, e tale,
Che in forse io non rimanga un solo istante.
  E Ulisse: Pria la cicatrice mira
Della ferita che cinghial sannuto
M'aperse un d sovra il Parnaso, quando
Ad Autolico io fui per quei che in Itaca
M'avea doni promessi, accompagnando
Col moto della testa i detti suoi.
Gli arbori inoltre io ti dir, di cui
Nell'ameno verzier dono mi festi.
Fanciullo io ti segua con ineguali
Passi per l'orto, e or questo rbore, or quello
Chiedeati; e tu, come andavam tra loro,
Mi dicevi di lor l'indole e il nome.
Tredici peri a me donasti e dieci
Meli e fichi quaranta, e promettesti
Ben cinquanta filari anco di viti,
Che di bella vendemmia eran gi carche:
Poich vi fan d'ogni sorta uve, e l'Ore,
Del gran Giove ministre, i lor tesori
Versano in copia su i fecondi tralci.
  Quali dar gli potea segni pi chiari?
Laerte, a cui si distemprava il core,
E vacillavan le ginocchia, avvolse
Subito ambe le mani al collo intorno
Del figlio; e il figlio lui, ch'era di spirti
Spento affatto, a s prese ed il sostenne.
Ma come il fiato in seno, e nella mente
I dispersi pensieri ebbe raccolti:
O Giove padre, sclam egli, e voi,
Numi, voi certo su l'Olimpo ancora
Siete e regnate ancor, se la dovuta
Pena portr de' lor misfatti i proci.
Ma un timore or m'assal, non gl'Itacesi
Vengan tra poco a queste parti in folla,
E messi qua e l mandino a un tempo
De' Cefalleni alle citt vicine.
  Sta di buon core, gli rispose Ulisse,
N ti prenda di ci cura o pensiero.
Alla magion, che non lontana siede,
Moviamo: io l Telemaco invai
Con Filezio ed Eumo, perch allestita
Prestamente da lor fosse la cena.
  In via, ci detto, entraro, e, come giunti
Fro al rural non disagiato albergo,
Telemaco trovr co' due pastori,
Che incidea molte carni, ed un possente
Vino mescea. La Siciliana fante
Lav Laerte e di biond'olio l'unse
E d'un bel manto il rivest: ma Palla,
Scesa per lui di ciel, le membra crebbe
De' popoli al pastore; e di persona
Pi alto il rese, e pi ritondo in faccia.
Maravigliava Ulisse, allor che il vide
Simile in tutto agl'Immortali, e: Padre,
Disse, opra fu, cred'io, d'un qualche nume
Cotesta tua statura, e la novella
Belt, che in te dopo i lavacri io scorgo.
  Oh, riprese Laerte, al padre Giove
Stato fosse e a Minerva e a Febo in grado,
Che quale allora io fui, che su la terra
Continental, de' Cefalleni duce,
La ben construtta Nerico espugnai,
Tal potuto avess'io con l'arme in dosso
Starmi al tuo fianco nella nostra casa,
E i proci ributtar, quando per loro
Splendea l'ultimo sol! Di loro a molti
Sciolte avrei le ginocchia, e a te sarebbe
Infinito piacer corso per l'alma.
  Cos Laerte e il figlio. E gi, cessata
Dell'apparecchio la fatica, a mensa
Tutti sedeansi. Non aveano ai cibi
Stese l'avide man, che Dolio apparve.
E seco i figli dal lavoro stanchi:
Poich uscita a chiamarli era la buona
Sicula madre, che nudrali sempre,
E il vecchio Dolio dall'etade oppresso
Con amor grande governava. Ulisse
Veduto e ravvisatolo, restro
Tutti in un pi di maraviglia colmi:
Ma ei con blande voci: O vecchio, disse,
Siedi alla mensa, e lo stupor deponi.
Buon tempo  gi che, desando ai cibi
Stender le nostre mani, e non volendo
Cominciar senza voi, cen rimanemmo.
  Dolio a tai detti con aperte braccia
Mosse dirittamente incontro a Ulisse,
E la man, che afferr, bacigli al polso.
Poi cos gli dicea: Signor mio dolce,
S' ver che a noi, che di vederti brama
Pi assai che speme, chiudevam nel petto,
Te rimenro alfin gli stessi numi,
Vivi, gioisci, d'ogni dolce cosa
Ti consolino i di. Ma dimmi il vero:
Sa la regina per indizio certo
Che ritornasti, o vuoi che a rallegrarla
Di s prospero evento un nunzio corra?
  Dolio, ripigli Ulisse, la regina
Gi il tutto sa. Perch t'affanni tanto?
Il vecchio allora sovra un polito scanno
Prontamente sed. N men di lui,
Festa feano ad Ulisse i suoi figliuoli,
E or l'un le mani gli afferrava, or l'altro:
Indi sedean di sotto al caro padre
Conforme all'et loro. Ed in tal guisa
Della mensa era quivi ogni pensiero.
  La fama intanto il reo destin de' proci
Per tutta la citt portava intorno.
Tutti, sentite le funeste morti,
Chi di qua chi di l, con urli e pianti
Venan d'Ulisse al tetto, e i corpi vani
Fuor ne traeano, e li ponean sotterra.
Ma quei, cui diede altra isola il natale,
Mettean su ratte pescherecce barche,
E ai lor tetti mandavanli. Ci fatto,
Nel Foro s'adunr dolenti e in folla.
Come adunati fr, surse tra gli altri
Eupite, a cui per Antino sua prole,
Che primo cadde della man d'Ulisse,
Stava nell'alma un indelebil duolo.
Questi arring, piangendo amaramente:
Amici, qual costui strana fortuna
Agli Achei fabbric! Molti ed egregi,
Ne addusse prima su le navi a Troia,
E le navi perdette, ed i compagni
Seppell in mar: poi nella propria casa,
Tornato, altri ne spense, e d'Aide ai regni
Mand di Cefallenia i primi lumi.
Su via, pria ch'egli a Pilo, e alla regnata
Dagli Epei divina Elide ricovri,
Vadasi; o infamia patiremo eterna.
S, l'onta nostra ne' futuri tempi
Rimbombar s'udr ognor, se gli uccisori
De' figli non puniamo e de' fratelli.
Io certo pi viver non curo, e, dove
Subito non si vada, e la lor fuga,
Non si prevenga, altro io non bramo, o voglio,
Salvo che runirmi ombra a quell'ombre.
Cos ei, non restandosi dal pianto;
E la pietade in ogni petto entrava.
  Giunsero allor dalla magion d'Ulisse
Medonte araldo ed il cantor divino,
Dal sonno sviluppatisi, e nel mezzo
Si collocro. Alto stupore invase
Tutti, e il saggio Medonte i labbri aperse:
O Itacesi, uditemi. Credete
Voi che Ulisse abbia tolto impresa tale
Contra il voler de' sempiterni? Un dio
Vidi io stesso al suo fianco, un dio, che affatto
Mentore somigliava. Or gli appara
Davanti, in atto d'animarlo, ed ora
Per l'atterrita sala impeto fea,
Sgominando gli Achei, che l'un su l'altro
Traboccavano. Disse; e di tai detti
Inverd a tutti per timor la guancia.
  Favell ancor nel Foro un vecchio eroe,
Aliterse Mastride, che solo
Vedea gli andati ed i venturi tempi,
E che, sentendo rettamente, disse:
Or me udite, Itacesi. Egli  per colpa
Vostra che ci segu: per che sordi
Agli avvisi di Mentore ed a' miei,
Lasciar le briglie sovra il collo ai vostri
Figli vi piacque, che al mal far dirotti
La davano pel mezzo in ogni tempo,
Le sostanze rodendo, e ingiurando
La casta moglie d'un signor preclaro,
Di cui sogno parea loro il ritorno.
Obbeditemi al fin, mossa non fate:
Onde pur troppo alcun quella sventura,
Che sar ito a ricercar, non trovi.
  Tacque; e s'alzaro i pi con grida e plausi.
Gli altri uniti rimasero: ch loro
Non gust il detto, ma seguano Eupte.
Poscia, chi qua, chi l, correano all'armi.
Cinti e splendenti del guerrier metallo
Si raccolser davanti alla cittade
Quasi in un globo; ed era incauto duce
Della stoltezza loro Eupte stesso.
Credea la morte vendicar del figlio,
E lui, che redituro indi non era,
Coglier dovea la immansueta Parca,
  Pallade, il tutto visto, al Saturnide
Si converse in tal guisa: O nostro padre,
Di Saturno figliuol, re de' regnanti,
Mostrami ci che nel tuo cor s'asconde.
Prolungar vuoi la guerra e i fieri sdegni?
O accordo tra le parti, e amist porre?
  Perch di questo mi richiedi, o figlia?
Il nembifero Giove a lei rispose.
Non fu consiglio tuo, che ritornato
Punisse i proci di Laerte il figlio?
Fa' come pi t'aggrada: io quel che il meglio
Parmi, dir. Poich l'illustre Ulisse
De' proci iniqui vendicossi, ei fermi
Patto eterno con gli altri, e sempre regni.
Noi la memoria delle morti acerbe
In ogni petto cancelliam: risorga
Il mutuo amor nella citt turbata,
E v'abbondin, qual pria, ricchezza e pace.
Con questi detti stimol la diva,
Ch'era per s gi pronta, e che dall'alte
D'Olimpo cime rapida discese.
  Ulisse intanto, che con gli altri avea
Sotto il campestre di Laerte tetto
Rinfrancati del cibo omai gli spirti:
Esca, disse, alcun fuori, e attento guardi
Se alla volta di noi vengon gli Achei.
  Subitamente usc di Dolio un figlio,
E su la soglia stette, e non lontani
Scrse i nemici: All'armi! All'armi! ei tosto
Grid, vicini sono. Ulisse allora
Ed il figlio sorgeano e i due pastori.
E l'armi rivestano: i sei figliuoli
Rivestanle di Dolio, e poi gli stessi
Dolio e Laerte. In cos picciola oste
Anco i bianchi capei premer dee l'elmo.
Ratto che armati fr, le porte aperte,
Tutti sboccro: precedeali Ulisse.
N di muover con lor lasci la figlia
Di Giove, Palla, a Mentore nel corpo
Tutta sembiante e nella voce. Ulisse
Mirolla e n'esultava, e volto al figlio:
Telemaco, dicea, nella battaglia,
Ove l'imbelle si conosce e il prode,
Deh non disonestar la stirpe nostra,
Che per forza e valor fu sempre chiara.
  E Telemaco a lui: Padre diletto,
Vedrai, spero, se vuoi, ch'io non traligno.
  Gio Laerte, ed esclam: Qual sole
Oggi risplende in cielo, amati numi!
Gareggian di virt figlio e nipote.
Giorno pi bello non mi sorse mai.
  Qui l'appress con tali accenti in bocca
La diva che ne' begli occhi azzurreggia:
O d'Arcesio figliuol, che a me pi caro,
Sei d'ogni altro compagno, a Giove alzti
Prima, e alla figlia dal ceruleo sguardo,
Devotamente i prieghi tuoi, palleggia
Cotesta di lunga ombra asta, e l'avventa.
Cos dicendo, una gran forza infuse
In Laerte Minerva. Il vecchio, a Giove
Prima e alla figlia dal ceruleo sguardo,
Alzati i prieghi, palleggi la lunga
Sua lancia ed avventolla, e in fronte a Eupte
Il forte trapassando elmo di rame,
La piant e immerse: con gran suono Eupte
Cadde, e gli rimbombr l'armi di sopra.
Si scagliro in quel punto Ulisse e il figlio
Contra i primieri, e con le spade scempio
Ne feano, e con le lance a doppio filo.
E gi nessuno alla sua dolce casa
Tornato fora degli Achei, se Palla,
Dell'Egoco la figlia, un grido messo,
Non mutava i lor cuori: Cittadini
D'Itaca, fine all'aspra guerra. Il campo
Lasciate tosto, e non pi sangue. Disse;
Ed un verde pallor tinse ogni fronte.
L'armi scappavan dalle man tremanti,
D'aste coverto il suolo era e di brandi,
Levata che Minerva ebbe la voce;
E tutti avari della cara vita
Alla citt si rivolgeano. Ulisse
Con un urlo, che and sino alle stelle,
Insegua ratto i fuggitivi, a guisa
D'aquila tra le nubi altovolante.
Se non che Giove il fulmine contorse;
E alla Sguardoazzurrina innanzi ai piedi
Casc l'eterea fiamma: O generoso,
Cos la diva, di Laerte figlio,
Contienti e frena il desiderio ardente
Della guerra, che a tutti  sempre grave,
Non contro a te di troppa ira s'accenda
L'ampia veggente di Saturno prole.
  Obbed Ulisse e s'allegr nell'alma.
Ma eterno poi tra le due parti accordo
La figlia strinse dell'Egoco Giove
Che a Mentore nel corpo e nella voce
Rassomigliava, la gran dea d'Atene.

FINE
